di Stefania Sinisi

FIRENZE. Il capoluogo toscano viene teatralmente invaso dai siciliani, che a pochi giorni di distanza si contendono le scene dei teatri, orgogliosamente riaperti e strapieni. Ha esordito Misericordia, nel teatro di Rifredi, con la freschissima e magistrale regia di Emma Dante, riportando un capolavoro indiscusso dei nostri tempi, mostrando una Sicilia forte che scalfisce, con giocosità e poesia, denunce e crude verità. A seguire, al Niccolini, Amore, della Compagnia Scimone/Sframeli, tutt’altro genere di teatro alla siciliana. In scena, due freddi letti tombali, quattro ombre di cipressi neri sul fondo, due coppie, quattro vite ridicolmente intrecciate che comunicano l’un l’altro su un unico e sintetico concetto: l’intimità dell’amore perduto, consumato e ormai sfumato nel ridicolo ricordo di gioventù. L’Amore metaforicamente camuffato, spogliato di ogni sua poesia, si nasconde nei corti dialoghi domestici ironizzati e negli accattivanti silenzi, in ricerca della sua dignità, perché è desideroso di essere liberato. Nel rimpianto, si fa strada tra martellanti ripetizioni e nella più assurda e surreale atmosfera di questo stravagante cimitero.

Volutamente incomprensibile fino alla fine, del suo svolgersi quasi clownesco, non si ha quasi mai chiara la fase temporale in cui i protagonisti ci coinvolgono, perché rimane tutto sospeso nell’epitaffio invisibile che si viene a creare del concetto di Amore. Con essenzialità veniamo trasportati in una scenetta di vicinato, come fossero eterni residenti di un condominio funebre. Lo svolgersi suggerito e sottinteso, le metafore e i risvolti surreali, sono un invito a dare più valore e senso a ciò che viviamo quotidianamente, avvicinandoci sempre di più a quel sentire che a volte diamo per scontato. I quattro personaggi (Spiro Scimone, Francesco Sframeli, Gianluca Cesale e la fiorentinissima Giulia Weber) ci accompagnano, attraverso il loro viaggio, portandoci nella memoria del proprio vissuto, come se il vero rimpianto fosse ciò che non hanno compreso, il senso delle cose importanti: l’Amore. I dialoghi domestici sono intimi, ripetitivi e al limite dell’ossessivo, proprio per lasciarci questa visione amara e consapevole, dettata della fretta di dover assolutamente prender coscienza di ciò che sentiamo nel momento più appropriato: la vita. L’Amore viene esasperato e ironizzato tramite la coscienza di due anziani coniugi e di due colleghi, amici, amanti, compagni, il pompiere e il comandante. Le loro ossessive parole ci invitano e ci esortano, suggerendoci compulsivamente di non sprecare nulla di ciò che c’è dato: carpe diem!

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