PISTOIA. Il foglio di sala lo abbiamo letto rigorosamente dopo aver scritto la recensione, perché non avevamo alcuna intenzione di lasciarci condizionare. Un po’ perché la nostra presunzione va oltre ogni ragionevole limite, ma soprattutto, senza volerci così discolpare, perché il teatro di danza, se spiegato, perde inevitabilmente la sua carica esplosiva e finisce per venir incastrato laddove i nostri sensi trovano agiatezza, domicilio, residenza. E invece, con Le sacre du printemps, ieri sera al Teatro Manzoni di Pistoia, ci siamo lasciati sommergere da una serie di fucilate che nessun cecchino avrebbe potuto esplodere con tanta precisione e pari devastazione. La storia, quella da noi intesa – e visto che ne scriviamo, almeno per questa rivista, sarà la versione ufficiale – è quella delle stagioni esistenziali: gestazione, nascita, vita e morte, in una circolarità tanto estenuante, quanto meravigliosa e con un occhio di riguardo, non foss’altro per la forza del titolo e perché, in assoluto, è la stagione della vita, della morte e della rinascita, alla primavera. Ma è una storia antica, quella rappresentata, proprio a Pistoia, per la 50esima volta, da Dewey Dell, che vanta la regia delle sorelle Agata e Teodora Castellucci e Vito Matera e vede in scena, su una scenografia e coreografia tanto minimali, quanto monumentali, Agata Castellucci, Teodora Castellucci, Alberto Galluzzi, Nasty Den e Francesca Siracusa, sulle note del più grande musicista teatrale della storia dell’umanità, il russo/francese/americano Igor Stravinsky, con una scelta costumistica firmata da Carmen Castellucci, Dewey Dell e lo studio Plastikart che incarna, perfettamente, l’umore e il cromatismo essenziali di questo balletto/non balletto, nel quale si torna alla genesi per riuscire a guardare avanti, oltre, nell’augurio che tutto questo, il mondo, lo voglia e lo possa ancora consentire. Un’ora scarsa di bombardamenti fitti, dall’inizio, dalla placenta, nel momento più importante e delicato, quello della rottura delle acque, alla morte, alla fine, dove quello che è stato tornerà a essere, in un circolo vizioso e un ciclo infinito senza sosta, un arco temporale sotteso alla vita e agli attimi di ogni singolo protagonista appartenente al genere umano, ma anche a quello animale, vegetale, ideale. Mantelli enormi che liberano e rapiscono la vita, la lasciano esprimersi al suo meglio, per poi ricondurla nell’alveo primordiale, quello dal quale è sbocciata. Pistilli di enormi anthurium – fiori sacri ed erotici, simbologie inconfondibili dell’irresistibile bellezza dei glutei femminili – che una volta recisi si trasformano, o tornano a essere, quello che furono agli albori, agli inizi: il seme. Ma non è una rappresentazione umana; è, semmai, una raffigurazione vegetale, un cosmo popolato solo e soltanto da blatte, insetti onnivori, enormi, giganteschi, spaventosi, che danzano in modo macabro attorno alle loro prede prima di stordirle, fiaccarle e cibarsene. Sono le stesse carcasse che hanno saputo resistere alle intemperie e sopravvivere in condizioni disumane, rafforzando la loro tenacia, il loro temperamento, il loro naturale e vitale cinismo, un ciclo saprofitico e metempsicotico che finisce per potersi riassumere con i soli due sopravvissuti alla catastrofe: il cazzo e la fica, che rappresentano, in qualsiasi stagione terrena, i due elementi ai quali imputare la vita e la morte. Il pene e la vagina, che sono esattamente la stessa identica cosa, hanno, però, nel loro suono e significato, un’interpretazione e una poetica decisamente scientifiche e non avrebbero lontanamente rappresentato l’umore, gli odori e le sensazioni della rappresentazione, che ha stordito il pubblico in sala, costretto ad applaudire a qualcosa di molto ingombrante e poco decifrabile. Una mazzata salvifica, portata in scena, tra l’altro, da una compagnia di danza composta da piccole e meravigliose anime pure, messaggere di un’ingombrante e indiscutibile verità, che ogni tanto faremmo meglio a ricordare.

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