PISTOIA. Le rappresentazioni teatrali di danza contemporanea, abitualmente, non durano più di un’ora; non è una regola artistica, ma chimica, alla quale tutti, ma proprio tutti i danzattori, sottostanno. Cristiana Morganti ed Emanuele Soavi, però, ieri sera, al Funaro di Pistoia, hanno cronometricamente eccepito. Non lo han fatto perché i loro curricula glielo avrebbero permesso e glielo permettono ovunque e in ogni tempo, da sboroni, in parole povere, ma perché la loro esibizione, This is a Premiere, ha bisogno di qualche decina di minuti in più dei tempi canonici e loro, rendendole con gli interessi, se le sono prese. L’incipit racconta di un incontro, casualmente desiderato, tra due anime, nobili e pluridecorate, della danza contemporanea; due galli che decidono di convivere, per un po’, all’interno dello stesso pollaio. La diplomazia stenta a decollare, all’inizio; entrambi rivendicano, a pieno titolo, merito e diritto, i rispettivi trascorsi artistici. Ma dopo qualche tenero battibecco sull’uso smodato del corpo, sui ghirigori delle braccia e delle mani, Cristiana ed Emanuele condividono, tanto ineccepibilmente quanto dolorosamente, lo stato contemporaneo della danza contemporanea, alla mercé di premi e sovvenzioni, affidata e affidabile solo e soltanto a giovanotti con una muscolatura più che tonica e lentamente e inesorabilmente spopolata e spolpata della sua natura. E visto che Morganti e Soavi appartengono al gotha della danza, le disquisizioni artistiche finiscono, inevitabilmente, per tracimare sui terreni limitrofi: la politica, le società (in)civili, la considerazione professionale della danza, che altrove, in un altrove ovunque, è considerata una professione, men che in Italia, dove è valutata come un orgiastico passatempo di ballerini, spesso omosessuali, che hanno la presunzione di sopravvivere ballando e che, una volta allentata la tensione delle muscolature, come sta succedendo ai due protagonisti, con qualche chilo in più, salutato da fragorose risate, finiscono per diventare abili e commoventi direttori artistici di festival yoga e responsabili tecnici di saloni di pilates. Non c’è nostalgica acrimonia in questo dolcissimo racconto, né rabbia sorda per immotivata irriconoscenza, ambientato in questa enorme stanza di una qualsiasi città tedesca, una Regione piovosa, fredda, plumbea, dove anche lo slang sembra non poterti e volerti accettare, salvo poi stenderti interminabili tappeti rossi se solo riesci a dimostrare di avere carte e numeri per essere competitivo. Anzi. L’ironia e il sarcasmo accompagnano fedelmente tutta la rappresentazione, cadenzata da saggi ginnici e brani musicali che sembrano appartenere, nostalgicamente, ai loro rispettivi esordi. This is a Premiere, in realtà, più che una nuova esibizione di danza contemporanea, è, invece, un meraviglioso saggio sull’incedere del tempo e sulla capacità, rara e dunque rivoluzionaria, di saper ascoltare: il corpo, il nostro corpo, con le nuove prospettive e l’accettazione di primavere sbiadite e lontane e la mente, la mente di ognuno, che ci impone di non dare nulla per scontato, anche se cementificato in anni e anni di esperienze, che possono trasformarsi in pericolosissime e inattaccabili convinzioni. In platea, tra estimatori di ogni tempo, curiosi entusiasti e cronisti attenti a prendere appunti per non dimenticare passaggi fondamentali, anche un piccolo e dolcissimo marmocchio, ahilui e ahinoi, bronchitico. All’ennesima dolorosa e fastidiosa scarica di colpi di tosse, tanto i protagonisti quanto il pubblico, si sono sommessamente augurati che chi lo aveva accompagnato avesse il buonsenso di accomodarsi fuori. Macché.

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