FIRENZE. Ci sono cinque ballerini: Alexander De Vries, Ambre Duband, Elia Pangaro, Alice Raffaelli e Sara Tan (che sono, in ordine sparso, due italiani, una francese, una giapponese e uno spagnolo, ma non è una barzelletta, veramente) che si ritrovano, forse perché scappati, ognuno di loro, da realtà e contingenze che li tenevano stretti e ancorati alle loro esperienze, sul palco del Teatro Cantiere Florida e sulle note di una delle registrazioni più controverse dei Pink Floyd (The Piper at the Gates of Dawn), a raccontare e raccontarsi le proprie rispettive adolescenze. Non è una deduzione, la nostra, ma la semplice fotocopia del distico della rappresentazione, che vede scorrere, alle spalle del palco, la traduzione delle pubbliche confessioni dei cinque protagonisti, che sono ancora dietro le quinte, a scaldarsi muscoli ed emozioni. Inizia così Screaming – Ricordi vaganti, il primo anello del trittico che verrà (Plot in motion) della coreografa Serena Malacco, da sempre appassionata alle vicende personali che diventano, se condivise e portate in comunione, esperienze collettive. La danza, eseguita con sincronia e plastica mirabili, è però solo un escamotage; in questa specifica circostanza, le parole, proferite in lingua originale, ma tradotte, ad esempio, per chi come noi, si crogiola solo del nostro poetico parlare, hanno un valore assoluto alle quali i corpi dei cinque ballerini (immersi nello studio della classica, ma inevitabilmente folgorati lungo il cammino da Pina Bausch e derivati) adattano i loro movimenti. Lo farebbero con estrema naturalezza e professionalità anche senza il supporto sonoro, ma anche qui, l’incidenza della colonna musicale ha un ulteriore valore antropologico, perché Serena Malacco ha scelto, per guidare il percorso rappresentativo, l’unico album dei Pink Floyd sotto la guida di Syd Barrett, la registrazione che ha concesso alla band britannica l’onore di fare da apripista a tutto il rock psichedelico e dintorni che è venuto dopo. Ognuno di loro, dopo essersi presentato e aver messo sul piatto della piccola/grande comunità i propri trascorsi, ha un bisogno vitale di continuare a vivere e lo fa intersecando il proprio vissuto con quello dei suoi compagni d’avventura, che sono così profondamente entrati nelle dinamiche degli altri, che si sostituiscono anche alle persone con le quali, oggi, non si potrebbero più interfacciare. I giochi innocenti che i figli dei contadini facevano nelle campagne dei poderi dei propri genitori e nonni; ma anche i primi amori, inconfessati, tra naturali pudori e vergogne e attrazioni (in)naturali, che il tempo, poi, spianerà beate. I corpi, attrezzati come sistematicamente riscontriamo a ogni rappresentazione, sono perfettamente oliati per gli immancabili girotondi che la danza contemporanea adotta in ogni suo spettacolo e si addomesticano, reciprocamente, alle esigenze scenografiche del coreografo di turno. Prima dell’epilogo, urbano, metropolitano, con un viavai di persone salite dalla platea sul palco a dare la sensazione/illusoria di trovarsi in un qualsiasi centro intasato della ricchissima Europa, i cinque rifugiati rivendicano, contemporaneamente, le loro origini, riprendendo i racconti fatti all’inizio e sovrapponendo le loro esperienze in una confusione babelica che in una qualsiasi altra circostanza avrebbe bisogno di un interlocutore in grado di riportare l’ordine; ma non qui, non ora. Sul palco del Florida c’è bisogno di ascoltarli tutti, i protagonisti ed è necessario che ognuno di loro si racconti, contemporaneamente.

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