PISTOIA. Non è un caso se il primo e unico applauso, a scena aperta, tributato dal pubblico del Funaro, a Pistoia, ai protagonisti del doppio set di danza, The Fridas e Wabi-Sabi, si sia innescato al termine del primo step della seconda rappresentazione, quando con Paolo Piancastelli e Adriano Popolo Rubbio, interpreti delle innumerevoli personalità di Frida Kahlo, sul palco sia arrivata Glenda Gheller. Con quel nome, del resto, non potrebbe essere diversamente. La locuzione latina non fu mai più appropriata, per la danzatrice. Origine gallese, il nome, eh, sinonimo di purezza, il suo apporto alla scena ha letteralmente spostato l’accento dalla bramosia erotica della prima parte a un asessuato tripudio orgiastico e ginnico della seconda, nella quale la piccola, dolcissima, ma di erculea potenza muscolare, si è presa la scena e se l’è messa sulle spalle. In prima fila, tra il pubblico, la coreografa di entrambe le rappresentazioni, Sofia Nappi, inconfondibile, per struttura, abbigliamento e chioma, direttrice artistica di KOMOCO, una multinazionale di danza con centro sperimentale in Italia, ma che vanta numerose succursali, umane e strutturali, in varie parti del Mondo. Con la danza moderna e contemporanea, recensire, è una delle attività più semplici e contemporaneamente più complicate del giornalismo. Perché non c’è e non esiste un vocabolario, né tanto meno un dizionario, così come le partiture. Nella danza de no’antri intervengono arti e discipline che fino a Pina Bausch non avevano nulla a che fare se non con le pedane delle palestre. Da un po’ di tempo l’offerta, la visione, le ricezioni e dunque il commento, sono completamente cambiati, stravolti, oseremmo scrivere. Il pubblico datato, quello degli abbonati, quello che la danza l’ha sempre ammirata sulle punte dei piedi e con il tutù, è trascinato nelle sale dai loro figli, che hanno ereditato dai loro genitori l’amore per la disciplina, ma con le dovute riletture, riscritture e inevitabili nuovi orizzonti. Il resto, degli spettatori, si divide in addetti ai lavori o aspiranti tali, con figlie, piccole, portate al seguito nell’augurio che il loro virtuale talento possa riscattare quello che i loro genitori avrebbero voluto avere. Tra i due spettacoli, tornando sul palco del Funaro, crediamo sia oltremodo superfluo scrivervi che il secondo, per un distacco artistico netto dal morbo delle passioni, sia stato quello che ha riscosso maggiori entusiasmi. Soprattutto perché, tornando a rintracciare quel vocabolario/dizionario ormai sorpassato, il messaggio bifronte delle due anime di Frida, oggetto della prima rappresentazione, non sempre è arrivato correttamente a destinazione. Non certo per la complicità dei due protagonisti, anime note e stimate del panorama della danza, quanto per una serie di codificazioni che non sempre sono leggibili e intellegibili. Se dal punto di vista di un qualsiasi spettatore pagante (ed è anche vero che se ha pagato, senza coercizioni, è perfettamente consapevole) il gradimento passa attraverso le sinapsi molecolari emotive. Senza il supporto della prima elementare ed esplicativa comprensione didattica, occorre necessariamente suscitare sensazioni che vadano decisamente oltre la diretta condivisione e bypassino, a piè pari, tutta la struttura che sorregge l’impianto artistico, arrivando direttamente al cuore, all’epidermide e ai centri nervosi del piacere. Con Wabi-Sabi, costruito con le stesse modalità e procedure di The Fridas, il messaggio sensazionale ha percorso una traiettoria privilegiata arrivando, senza fiatone, sull’uscio di ogni singolo spettatore, che ha accolto la sorpresa della visita e fatto accomodare, nel proprio salotto intimistico, i tre forestieri, che sono parsi tre marsigliesi, seppur non pentiti delle loro malefatte giovanili, in cerca di perdono e dunque riscatto.

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