PISTOIA. Le arti si somigliano tutte, specialmente quando, in origine, hanno un minimo comune denominatore: la precarietà, l’incertezza, la sofferenza. Non a caso Kader Attou, direttore artistico della Compagnie Accrorap, tra i più applauditi esponenti della danza hip-hop, quando si è messo all’anima di scrivere Prelude, ha accostato la sua concezione artistica alla boxe, immaginando che anche alcuni mostri sacri dei guantoni, come lui, fossero figli di condizioni sociali, se non problematiche, quanto meno difficili. La famiglia Attou, quando è nato Kader, oltre mezzo secolo fa, in un angolo della Francia esposto al sole e alle contraddizioni, era già sensibilmente numerosa. La mamma, utile a sfornare corpi, era già abituata ai travagli e come per i precedenti pargoli, non era affatto spaventata dal dover affrontare anche quell'ennesima maternità. Che nascondeva una sorpresa, però; non era un parto qualsiasi, ma un parto gemellare e di Kader non se ne era accorto nessuno, né i genitori e i futuri fratelli, ma neanche nel reparto ospedaliero di ginecologia. Non è stato un figlio indesiderato, ma un figlio inatteso e per questo, sin dall’adolescenza, ha sempre sofferto di meraviglia. Centoventi minuti di contorsioni hip-hop, però, con tutto il rispetto per il commediografo e i suoi stratosferici ballerini, credevamo fossero davvero un’esagerazione, un po’ troppi, insomma, anche al cospetto della meraviglia di cui sopra dalla quale nessuno può sottrarsi quando si assiste ai ginnici riti funambolici. Al termine della rappresentazione, invece, ieri sera, al Teatro Manzoni, ultimo appuntamento stagionale della danza curato da Lis(ucci)a Cantini, siamo finalmente riusciti a respirare, dopo un’apnea che si è protratta per oltre venti minuti, da quando Jikay, Azdine Bouncer, Alexis de Saint Jean, Damien Bourletsis, Simon Hernandez, Alexia Lambert, Aline Lopes, Yann Miettaux e Nabjibe Said hanno lasciato intendere, iniziando a girotondare, in senso orario e antiorario lungo il perimetro del palcoscenico del Teatro, che lo spettacolo fosse prossimo all’epilogo. Fino a quel momento, la storia di vita registrata e raccontata in transalpino e tradotta in italiano sul fondale del Manzoni, aveva già sortito effetti imprevisti, più che insperati. Dopo il Preludio, infatti, abbiamo dovuto capire che il senso letterario e i suoi significato e utilizzo fossero stati letteralmente stravolti, perché in questo caso specifico – e forse in nessun altro – nel Preludio c’era già tutto e dopo, ci sarebbero stati solo gli applausi, convinti, fragorosi, liberatori, salvifici, perché a nessuno, in platea, era più rimasto un filo d’aria. Per oltre quaranta minuti, i nove meravigliosi interpreti di questo rito propiziatore, che si è avvalso di sensazioni, musiche, concezioni appartenenti a una serie indefinita di contesti sociali e culturali tra loro lontanissimi, si sono sbizzarriti con le proprie facoltà ginniche, strappando, puntualmente, oltre che applausi incontrollabili, anche degli scontati, ma inevitabili wow, figli di ammirazione, stupore, incredulità. E già così, la soglia del gradimento sindacale sarebbe stata abbondantemente superata, per quell'inevitabile accostamento al più famoso lungometraggio di John Landis, Thriller e in virtù delle straordinarie percezioni visive stimolate dagli effetti luminosi creati da Cécile Giovansili-Vissière, che ha regalato a tutti gli spettatori, noi compresi, il dubbio che fossimo improvvisamente diventati miopi. Ma questo anomalo Preludio, che ha iniziato a tessere le fila della propria meraviglia quando ha coniugato i passi di danza hip-hop con quelli, ad esempio, del più grande ballerino del ring, Cassius Clay, ha raggiunto la vetta, che nessuno pensava esistesse, nel lungo, meraviglioso, estenuante epilogo, dove le musiche di Romain Dubois, che in altri contesti sarebbero appetibili e digeribili solo dopo aver masticato del mandrax, hanno iniziato a implementare gli ossigeni toracici degli spettatori, costringendoli a trattenere il fiato fin da ultimo, perché solo quando le risorse erano ormai agli sgoccioli e il rischio di allucinazioni altissimo, per fortuna, la rappresentazione è volta al termine, in un boato liberatorio nel quale si sono confusi, ma nitidamente, i singoli ringraziamenti, di tutti coloro i quali hanno avuto la fortuna di esserci, anche quelli più impermeabili e meno avvezzi a lasciarsi contaminare e portare, almeno per una sera, altrove.

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