FIRENZE.
L’inesorabile incedere anagrafico non fa sconti a nessuno, nemmeno a Sergio Caputo. Ma eravamo convinti che un intellettuale del suo calibro – definizione che ci permettiamo il lusso di usare nei confronti del 72enne cantautore romano in virtù dell’eleganza, mista a ironia, nonsense e tanto buon swing, dei suoi testi – sapesse poi, nel bel mezzo della propria terza età, gestirsi diversamente. E invece, a parte una sessione di strumentisti al seguito di indubbia bellezza (Alberto Vianello al sax tenore, Lorenzo De Luca al sax alto e Luca Iaboni alla tromba, con Paolo Vianello al piano, Fabiola Torresi al basso e, indispensabile, supporto vocale e la strepitosa Ophélie Laroche alla batteria)  il menestrello metropolitano, che spiazzò letteralmente il pubblico, nei primi anni ’80, con una serie di straordinarie incisioni che lo elessero, a ragione, inaspettata gemma musicale e culturale, non ha saputo resistere alla tentazione, mista a impellenza, probabilmente, di ripresentarsi al pubblico e fare concerti. Come quello di ieri sera, Ne approfitto per fare un po’ di musica (titolo della tournée, nonché terzo album e primo dal vivo della sua intensa discografia) al Teatro Cartiere Carrara, dove il pubblico, inevitabilmente datato, gli ha tributato, a nostro avviso immeritatamente, una dose eccessiva di applausi e calore. Lo han fatto, gli spettatori paganti, spinti forse dal desiderio di impossessarsi di nuovo dell’ascolto e gradimento di canzoni con un senso finalmente leggero e scanzonato, senza verità assolute spacciate per evangeliche, supportate da una linea musicale da jazz club, statunitense o francese, scegliete voi, anni ’40, dove le note e le parole scivolano via attorno a bicchieri gocciolanti whisky e tequila e la vista è offuscata dal fumo delle sigarette. E la necessità, così impellente, di rendere a spettatori disillusi dal tempo e da figli che li hanno irrimediabilmente contraddetti, quella fetta consolatoria che offre loro motivazioni inattaccabili sulla questione che si stesse meglio, molto meglio, prima, ha fatto sì che quasi tutti, ieri, nel vecchio catino dell’ex tendaastrisce, abbiano volutamente sorvolato su un’esibizione che ha fatto acqua, troppa acqua, dappertutto. I sei meravigliosi sessionisti hanno ammortizzato, fin dove han potuto, le defaillance strumentali, vocali e ritmiche del protagonista, inaspettatamente impreparato, al limite dell’imbarazzo, anche a tessere le tele lessicali, storiche, musicali, sociali, politiche attorno ai brani in scaletta, come se Un sabato italiano, o Italiani Mambo, Ne approfitto per fare un po’ di musica, appunto, o Il Garibaldi innamorato, No smoking, Storie di whisky andati, fossero raccolte e brani scritti non da lui, ma addirittura da un suo nemico. Come se le collaborazioni storiche con personaggi musicali di indubbio spessore (Dizzy Gillespie su tutti, ma senza dimenticare Mel Collins) e l’assidua frequentazione di sofisticati ambienti sonori negli Stati Uniti e in Francia fossero solo boutade di wikipedia. Il concerto fiorentino, tra l’altro, è caduto sul giovedì di Sanremo e la sfida avrebbe potuto davvero essere di indubbio fascino se L’astronave che arriva fosse potuta atterrare in uno slargo pieno di Bimba se sapessi che, folgorata dalla bellezza e dalla luce dell’extraterreste, le avesse potuto dire e dare un Mercy bocù, prima di tornare a casa. E allora, Sergio Caputo e le sue indimenticabili melodie, ce le teniamo strette attorno al nostro cuore, ai nostri nostalgici ricordi e alla nostra mai sazia voglia di ascoltare poesie musicali che ci aiutino a tenere lontano il calice, inesorabile, della fine.

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