FIESOLE (FI). Anche senza assistere alla seconda parte, Tutto ’75-’25, che andremo a vedere appena ci sarà possibile, l’idea che ci siamo fatti di Eugenio Finardi si era già cementificata da tempo: perché proprio come allora – e parliamo di mezzo secolo fa – l’autonomo-gruppettaro di Parco Lambro, a Milano, oggi, illustre professore di poesia e musica, in giro per i teatri a raccontarsi, ha lo stesso identico irritante fascino. Era così anche quando, nei primi tre album in sequenza (Non gettate alcun oggetto dal finestrino, 1975; Sugo, 1976 e Diesel, 1977), capitalizzò tutta la sua innata, chimica e insostituibile romantica ribellione partorendo alcune canzoni che dovrebbero essere inserite, e lo scriviamo scientemente, non per dare lustro alle nostre personalissime sensazioni, nelle antologie scolastiche. Ieri sera, al Teatro di Fiesole, dove è andato in scena con le chitarre e i mix del torinese Giovanni Giuvazza Maggiore per dare vita a Voce Umana (la prima parte del suo nuovo tour diviso tra confessioni e musica), di quei 33 giri ci ha regalato soltanto La radio (un inno che è stato, per circa venti anni, l’ariete di una miriade di emittenti radiofoniche alternative) e una delle canzoni d’amore più toccanti e autentiche, perché vera, della storia della musica, Non è nel cuore. Il resto, quello portato in studio accompagnato da Patrizio Fariselli, Walter Calloni, Stefano Cerri, Ellade Bandini, Ares Tavolazzi e buona parte di quegli strumentisti alternativi nati dall’idea, davvero rivoluzionaria, di Demetrio Stratos, di dare corpo e voce alla musica, apparterrà, probabilmente, al lato B della sua tournée. Certo, Zucchero, Musica Ribelle, Scuola, Non diventare grande mai, Scimmia, Diesel, Giai Phong e buona parte delle canzoni contenute e raccolte in quel meraviglioso trittico in sala di registrazione, le avremmo (ri)ascoltate con immenso piacere, perché oltre ad essere impagabili e avveniristici manifesti strumentali di worldmusic, sono state meravigliose testimonianze della possibilità, della musica, di fare tendenza, orientamento, generazione. Noi, in quegli anni, siamo stati attentissimi ascoltatori/spettatori e se siamo così, oggi, ex gruppettari con la morte nel cuore, inconsolabili nostalgici che hanno sì certificato la propria sconfitta, ma sono fortemente convinti che se la fortuna ci avesse assistito anche un solo atomo, saremmo stati gli eroi anti Drive In, lo dobbiamo anche alle canzoni di Eugenio Finardi. Che a Fiesole si è accomodato sulla sedia davanti alla piccola scrivania fiocamente illuminata da una piccola abat-jour e ha raccontato quello che può e che soprattutto dovrebbe fare e dare la voce. Lo ha fatto intonando alcuni successi, ricordando alcuni colleghi, togliendo meticolosamente dal piano della scrivania invisibili granelli di polvere, ponendo al centro delle proprie riflessioni e dei propri ricordi la voce. Quella che Demetrio Stratos trasformò in uno strumento, quella totale di Fabrizio De André, quella ironica di Franco Battiato e senza, giustamente e/o ipocritamente, sottrarre la propria da questa illustre nomenclatura. Il pubblico, in sala, ovviamente datato, non si è perso un solo passaggio, anche grazie alla sapienza strumentale e metaforicamente scenica di Giuvazza, musicista e intrattenitore di comprovata sicurezza. La fine dell’esibizione, un viaggio a ritroso nell’Italia delle contraddizioni mai sanate, dunque chimiche e chirurgiche, è stata accompagnata da ben tre bis: il primo e l’ultimo, insopprimibili, auspicabili, quasi invocati: Extraterrestre e Patrizia. Il secondo invece, non possiamo nascondere averci spiazzati; lo ha anticipato come un brano epico, intonato come un inno e al quale lui stesso, oltre che l’autore, è profondamente legato, anche da uno squisito punto di vista personale, sentimentale, cosmico. Lo ha fatto senza citare il nome dell’autore, senza anticipare il titolo del brano. Lo ha solo interpretato e abbiamo stentato a credere che Eugenio Finardi nascondesse, in cuor suo, un sentimento così importante e imponente nei confronti di I migliori anni della nostra vita, di Renato Zero. Nulla poté, comunque, lo stupore. Siamo e resteremo consapevolmente grati di aver avuto la fortuna, da adolescenti, di imbatterci nelle lezioni musicali del professor Finardi.

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