PADOVA. È una tigre bianca, rarissima, dunque, ancor più preziosa perché ha il diaframma di colore e come se non bastasse, quando si mostra in pubblico, racconta tutto il suo dolore, senza filtri, senza compiacenze. Si mette comoda, come se fosse dall’analista; scalza, vestita con le cose che trova prima nei cassetti e nell’armadio, coprendosi il seno con un corpettino, perché nessuno, anche tra i professionisti in camice bianco, possa fraintendere. Ieri sera, al Gran Teatro Geox di Padova, non si è esibita per gli oltre duemila spettatori, ma ha suonato e cantato per ognuno di loro, singolarmente. Qualcuno avrà capito; o meglio, qualcuno, come noi, avrà voluto capire e sentire quello che ci è arrivato dentro e che non ha la minima intenzione di volersene andare, per nessuna ragione al mondo. Non vogliamo celebrare la voce di Beth Hart: nessuno aspetta la nostra benedizione, per farlo, ma ieri, la meravigliosa 54enne di Los Angeles, non ha fatto davvero alcuno sconto. Si è seduta al piano, poco dopo le 21, senza così dare il tempo di spazientirsi agli spettatori che hanno gremito il meraviglioso anfiteatro padovano, accompagnata dalla fedele formazione (Jon Nichols alla chitarra, Bill Ransom alla batteria e Bob Rodelle al basso e al contrabbasso) che la sta accompagnando in questa sua tournée, e ha iniziato a raccontarsi. Nessuno, tra i presenti, non era a conoscenza degli scheletri che custodisce nemmen tanto gelosamente nell’armadio; tutti, tra quelli che quando possono non si perdono un suo concerto, come lunedì a Roma e ieri sera, a Padova, sanno perfettamente della sua difficile gestione esistenziale, ma sono proprio loro, con il loro calore, con la tangibile testimonianza di stima, affetto, devozione e riconoscenza che le tributano, l’incontrovertibile segnale che i demoni, Beth Hart, può tranquillamente lasciarli infastidire altrove, lontani dalla sua musica, dalle sue poesie, dal suo Rock, quando ci vuole, quando la platea ha bisogno di scariche di adrenalina, dal suo Blues, spesso e volentieri, dai suoi Jazz, Gospel e anche dignitosissimo Pop, perché con quel diaframma che le è stato assegnato in dote può tranquillamente saltabeccare da un genere a un altro con incredibile armonia, leggerezza, disinvoltura e tanta, meravigliosa, professionalità. Sì, perché Beth Hart non vuole piacere, ma piacersi, senza comunque perdere mai di vista il motivo della sua strameritata notorietà, fatta di canzoni scritte e magistralmente interpretate, di sontuose riletture di alcuni calibri leggendari, ma senza cavalcare le tigri del momento, visto che, come abbiamo detto all’inizio, l’americana che vive a Pasadena con il marito, Scott Guetzkow, conosciuto attore cinematografico, ma che non calca puntualmente i tappeti rossi, è di per sé, una tigre, bianca, addirittura, dunque rara, rarissima, se si considera il suo voler sempre stare lontana dallo show business, evitando, puntualmente, di allinearsi. Non è una stakanovista del femminismo, nonostante aspetto e grinta possano o potrebbero lasciarlo presupporre: non si è dovuta ingraziare alcun uomo per affermare la propria musica e non è nemmeno una a cui piacciono le etichette artistiche, visto che difende, con orgoglio, la propria versatilità canora, senza voler essere la paladina di alcun genere. Questa schiettezza, al pubblico, piace molto, soprattutto quando si trasforma in esibizioni, che dal vivo diventano un manifesto di dotto intrattenimento: note impeccabili, voce portentosa, calda, sensuale, diretta, mai disposta a compromessi; una meravigliosa follia di genere, un elastico sotteso a molla tra il gioco della vita e le paure che, improvvisamente, possono sbucare da dietro qualunque angolo e condizionarti l’esistenza; l’utilizzo del corpo e il suo linguaggio, la familiarità con le proprie giunture ossee e la sinuosità di un corpo eccessivamente deperito, in questi ultimi tempi, che non le hanno minimamente scalfito l’energia, ma solcato ulteriormente il viso e le viscere, constatazioni evidenti che non hanno frenato l’amore oceanico di uno spettatore, che si è alzato dalla propria poltrona per consegnarle un fascio di rose, rosse, accolte con la riconoscenza di chi non vuol dimenticare, ricambiando il gesto di uno con l’immersione totale, sempre scalza, fra tutti, fino al limitare della platea di fondo, dove è arrivata intonando un omaggio ai Led Zeppelin. Dopo un’ora e quarantacinque minuti di concerto, anche senza la chitarra dell’indimenticabile Jeff Beck o quella di uno dei suoi eredi, Joe Bonamassa, il concerto, Beth Hart, ha deciso di archiviarlo con una delle sue più poderose interpretazioni, I’d Rather Go Blind, di un’altra meravigliosa americana fuori dal coro, Etta James, uno dei motivi più logici per i quali, la gente, spesso, la chiama la donna del Blues. Proprio per non dare adito a ulteriori contrattempi artistici, prima di lasciare il palco, ha regalato altri tre bis, scanditi, come tutta l’esibizione, dall’intimità del suo dolore e l’invocazione pubblica di volersi salvare. Il pubblico ha risposto come meglio non avrebbe potuto; lei, si sarà sentita sicuramente al sicuro.
