di Debora Banci
Quello che dovremmo cercare di fare in questo tempo di crisi (non tanto economica, ma esistenziale), dovrebbe essere cercare di cogliere il senso del cambiamento della struttura sociale nella sua complessità. Cogliere il significato e il valore di questa trasformazione in atto e quindi occuparsene invece di preoccuparsene è il primo passo da compiere, per aiutare ciascun individuo affinché possa entrare in contatto con la sua stessa dimensione di povertà interiore e di ricchezza interiore: uno spunto di riflessione può mettere in moto un giro di pensieri.
La società di oggi ha bisogno di essere ascoltata. Riuscire a fronteggiare ciò che ci riguarda vuol dire vivere meglio, vuol dire dare voce a qualcosa che è minoranza in noi e che non trova voce per poter parlare. C’è sempre stato chi ha strumentalizzato i desideri degli esseri umani, ma oggi c’è addirittura l’ipotesi che ci si possa sottrarre a questa sirena. All’inizio del ‘900 le ideologie che ne hanno preso il sopravvento hanno mostrato la loro crudeltà. Il nodo da sciogliere sta nella questione dell’onnipotenza narcisistica. Quando rinunciamo al nostro desiderio avvertiamo della depressione, della malinconia, perché dentro noi forse è caduto, è venuto meno qualcosa. La società si struttura attraverso un forte impatto economico, nel senso che sembra che non ci siano alternative. Lo sviluppo, il progresso, hanno assunto un valore quasi assoluto. Possiamo porci domande che ci diano la libertà rispetto a questo? Se sento la mancanza di libertà significa che concepisco la libertà di darmela; se soffro perché sento che sono soggetto a chimere di tipo ideologico, consumistico, vuol dire che sto cominciando a pormi la questione della mia libertà.
L’accesso alla diffusione della cultura che è diventata di massa - anche se poi l’utilizzo che se ne fa non è proprio eccellente - mette in crisi chi deteneva il potere. Nella seconda metà del secolo scorso il docente universitario era il padrone della cultura. Oggi, con Internet, c’è una padronanza oggettiva della cultura. Non siamo più padroni di niente. Siamo ad una svolta ed è necessario ascoltare le modalità in cui si sta dando il sintomo depressivo. Forse, il nostro tempo è più vicino ai sintomi legati all’onnipotenza narcisistica; c’è qualcosa dell’onnipotenza che straborda. Forse il sintomo dilagante è la depressione. Quando certe strutture saltano, ci poniamo un problema: come fare? Intanto, è necessario riconoscere che la povertà di pensiero, che si sta facendo avanti, è l’elemento legato alla valorizzazione del principio dell’esattezza che svuota il soggetto.
Per la prima volta assistiamo a qualcosa di inaudito, per la prima volta il futuro si segna in valore negativo e non positivo e cioè la speranza del futuro viene meno, in qualche modo. Il futuro viene avvertito come una sorta di minaccia. Accadono tante cose, anche minute, che cambiano, che fanno cambiare. Noi siamo i problemi che abbiamo. Rispetto all’approccio del sintomo fra i bambini e gli adolescenti allora, dovremmo promuovere qualcosa nell’ordine dell’adattabilità o qualcosa di differente?
Dovremmo imparare a educare i più piccoli ad avvicinarsi all’altro contrassegnandolo da un’iniziale apertura e a un autentico confronto. Sarebbe meglio avvicinarsi all’altro, al diverso, al nuovo senza giudizio. Semmai con prudenza, ma sempre con stupore, senza pensare di sapere cosa sia meglio per lui giacché, molto spesso, neanche sappiamo cosa sia meglio per noi, ma con la consapevolezza che ci sia qualcosa da scoprire. E’ a partire da una posizione che riguarda noi stessi, da una posizione di dubbio, incertezza, perplessità rispetto alla nostra esistenza, è a partire da una presa d’atto che, forse, sarà possibile andare otre, verso un cammino difficile di libertà e di autenticità, di tolleranza.
