FIRENZE. Non c’è bisogno di presentarsi quando ci si traveste così, con una bombetta in testa, i baffetti disegnati alla Hitler, un paio di mocassini sdruciti e quell’andatura inconfondibile, con le gambe arcuate e i piedi a papera. La maschera di Charlot la riconosce chiunque, in tutto il Mondo, compresi i turisti che ieri sera, 20 agosto, affollavano il piazzale che è compreso tra il Duomo e il Battistero, a Firenze. Nel mezzo, al centro di un emiciclo numerosissimo di persone, c’è lui, Ramin Saravi, persiano, come tiene a sottolineare e non iraniano, come qualcuno gli ha detto e spesso gli dice. E' lì, con la sua modestissima strumentazione: il suo riuscitissimo travestimento (complice una somiglianza che è forse figlia di un’abitudine professionale), una piccola consolle dalla quale esce musica (Il monello, Luci della città e Luci della ribalta, soprattutto), qualche indumento per le vittime di turno e un sacco di palloncini che gli spuntano da ogni tasca, utili soprattutto a premiare i suoi collaboratori occasionali più piccoli.

 

Ah, è vero, anche un foulard, rosso, con il quale, durante lo spettacolo, si prodiga in giochi di prestigio. I fiorentini che bazzicano il centro lo conoscono alla perfezione; anche i turisti che ogni tanto hanno voglia di venirsi a sciacquare a Firenze, i panni, sanno perfettamente chi sia e quale sia il suo repertorio. L’intramontabile Charlie Chaplin c’entra poco o nulla, con le sue gags: fa il buffone, Ramin, con estrema professionalità, riuscendo a calamitare l’attenzione di tutti. Lo show che presenta è variegato e ha naturalmente bisogno della collaborazione degli spettatori: le spalle predilette sono i più piccini, che nonostante i suoi modi energici e le diverse nazionalità di provenienza capiscono perfettamente la sua lingua, fatta di accenni, ordini, occhiate, il linguaggio dell'arte, in parole povere e non si intimoriscono. Poi, tra la folla, Ramin sceglie anche qualche soggetto che calzi a pennello per le proprie finalità umoristiche: signorine gradevoli, ma non sguaiate e sarchiaponi matricolati. Adora sentire il calore del pubblico, lo scroscio puntuale delle risate che arrivano improvvise, il battito delle mani che sottolinea la sua bravura o cadenza il ritmo della musica in sottofondo. Se la folla è troppo distante dall’epicentro dello spettacolo, Ramin la invita ad avvicinarsi: con le buone, ma anche con le cattive, arpionando al collo qualche spettatore con la parte ricurva del suo bastone chapliniano. E’ bravo, Ramin, conosce i modi per come accalappiare la gente distratta e soprattutto i tempi, per come farla restare lì, incollata in quel fazzoletto, anziché continuare a passeggiare per godere altri spettacoli, decisamente di impatto maggiore: ma i capolavori del Brunelleschi restano lì, per l’eternità; gli sketch di Ramin, chissà se domani ci saranno ancora. Ci piacerebbe vederlo all’opera su un palcoscenico, con un pubblico che difficilmente lascerebbe la sala anzitempo, visto che è entrato pagando il biglietto. Ha fatto del cinema, qualche comparsa di rilievo, ma non è ancora riuscito a entrare, in pianta stabile, nel mondo dello showbusiness e non sappiamo nemmeno se ne abbia tutta questa voglia. Non glielo abbiamo chiesto; non c’è stato tempo. Appena terminata l’esibizione, arriva il momento a lui più gradito, quello dove la gente che si è divertita decide di dare corpo alla propria gratitudine, lasciando nella bombetta appoggiata in terra, ma capovolta, le monete. Qualcuno, ieri sera, nell’incavo del cappello, ha depositato banconote; altri, molti, hanno aspettato che fosse possibile immortalare la serata con qualche fotografia. Ha iniziato intorno alle 23, ieri sera, Ramin, perché fino in tarda serata, nel centro di Firenze, sono passate pattuglie dei vigili urbani, che come succede in quasi tutte le città italiane non gradiscono molto gli artisti di strada, che vengono puntualmente boicottati. Sono ordini che provengono dall’alto, lo sappiamo benissimo, parenti strettissimi, seppur di sangue diverso, di quelli che decidono a chi consegnare le chiavi dello spettacolo. In molti restano fuori, compresi i talenti, quasi tutti di strada.

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