di Luigi Scardigli

FIRENZE. Hanno chiuso il concerto con Rebel Rebel, quelli dell’Orkestra Ristretta, i detenuti-musicisti del carcere di Sollicciano dove ieri sera, nella sala delle conferenze e degli spettacoli della struttura penitenziaria fiorentina, si è aperta la nona edizione del Tempo Reale Festival, che oltre alla sperimentazione squisitamente strumentale - che sarà confermata dai prossimi appuntamenti in cartellone fino al prossimo 8 ottobre alla Limonaia di Villa Strozzi - apre la musica alla sua più alta e nobile spiritualità, forse visionaria: quella che consente di provare ad andare oltre. E oltre, ieri sera, i detenuti trasformati in musicisti, sono riusciti ad andare. Certo, restando lì, nella loro nuova casa, coatta, con le piante e gli alberi fuori dalle mura, ma con le sbarre alle finestre, le porte senza maniglie e una sorveglianza, che seppur non oppressiva, resta vigile e costante, 24 ore al giorno e che segue, con inevitabile angoscia, ogni loro passo e che per questo non vedono l’ora di lasciare. Per sempre.

 

Ma il tempo che è stato loro dato, ora, è questo e fino al termine della detenzione, saranno costretti a immaginarsi il mare, a sognare l’amore e aspettare che il mondo, il loro, possa essere un altro. Il musicista Massimo Altomare, a questo, ci crede e da parecchi anni porta avanti, con fatica e entusiasmo, il suo progetto, Otto, che si materializza proprio nel dare anima e corpo musicale ai detenuti. L’Orkestra Ristretta di Sollicciano ne è una meravigliosa testimonianza, pienamente condivisa da istituzioni politiche e economiche che gravitano nell’area fiorentina e che da tempo sono diventate partners ideali delle visioni dell’ideatore. Prima del concerto, in salsa rap, ingentilito dall’omaggio glam rock offerto a David Bowie e Mick Jagger, trasformato però in un inno di vendetta (solo musicale – ha tenuto a precisare uno dei protagonisti), sul palco della sala interna al carcere – che ricorda, da vicinissimo, uno dei tanti locali underground che pullulano nella Germania post Berlino – sono saliti Michele Lombardi, Riccardo Brizzi e Salvatore Sese, gli Scaramouche al secolo, felici di fare da apripista e condividere con le idee, davvero rivoluzionarie, di Massimo Altomare, l’iniziativa. Un po’ manouche, un po’ gitani, dall’aria punkfolk, quelli della band meridionale, che hanno chiuso la loro esibizione con un intimissima confessione proferita dalla voce di Michele Lombardi, hanno deliziato il pubblico della sala con le loro ballate. Ma gli operatori, gli addetti ai lavori, le autorità carcerarie, i giornalisti e i vari studenti universitari impegnati nel sociale che si sono tempestivamente prenotati all’evento, erano curiosi e impazienti di vedere all’opera l’ennesima creazione e (s)materializzazione di Massimo Altomare, il direttore d’orchestra, l’operatore sociale, lo sguaiato musicista alle prese con quella piccola grande fucina della palestra carceraria fiorentina e la sua Orkestra Ristretta. Non è stato un debutto, per i detenuti-musicisti, e poi, con il trascorrere del tempo, cresce l’autostima, si perfeziona la visuale musicale, migliorano le tonalità acustiche e soprattutto si avvicina il giorno della fine della pena, appuntamento questo che crea, ancora, la più grande emozione, un'attesa e un traguardo che equivarranno ad un'esibizione senza precedenti. Una chimera, una visione, una liberazione, che per molti di loro, purtroppo, rischia di trasformarsi, nel giro di breve, in un’angoscia, quella di non poter avere il diritto di potersi immaginare un futuro innocente. Perché questo succeda è indispensabile che le città, tutte, entrino il prima e più possibile all'interno delle strutture penitenziarie, affiché si crei, prima della scarcerazioone vera e propria, quel contatto esistenziale che spesso è ancora più ghettizzante, in sua assenza, di qualsiasi altra reclusione. Al termine del concerto, le prime a uscire dal salone sono state un gruppo di detenute, molte delle quali troppo giovani per poter pensare che non fosse un incubo, alle quali la direzione penitenziaria ha concesso il permesso di poter trascorrere un paio d’ore diverse dalle solite serate dietro le sbarre, dove la vita si spappola lentamente, immaginandosi il mare, sognando l’amore e convincendosi, solo idealmente, che un altro futuro sia ancora possibile.

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