MONTECATINI (PT). L’imbarazzo della scelta è grande. Perché non sappiamo se parlarvi dell’Albero della felicità, spettacolo andato in scena oggi pomeriggio (16 ottobre) alle Terme di Tamerici, a Montecatini, in provincia di Pistoia, nuovo appuntamento di Sconfinamenti, l’idea disallineata di Luca Privitera e numerosi affiliati, o parlarvi della location, tanto per essere à la page (e sfoggiare bilinguismo). Potremmo addirittura esordire analizzando l’ineducazione del pubblico, così avvezzo alla tivvù che ormai ha perso il senso della misura, del tempo e del rispetto. Ma intanto andiamo ad iniziare. Giacomo Verde è un abilissimo transformer: sfrutta le innovazioni per raccontarvi il vecchio; operazione perfettamente riuscita. L’albero della felicità è una novella per grandi e piccini che si affida alla carica, suggestiva e magica, della tridimensione.
Il suo progetto fa parte di un antico programma, Aldes (Aline Nari e Giacomo Verde sono due artisti impegnatissimi in questa preparazione danzattoriale), che sta tentando di scrivere una nuova pagina del mondo dell’arte della (contro)informazione poggiando anima e corpo su quello che fino ad ora è stato fatto, ma provando a puntare la prua altrove, verso quei luoghi-non luoghi deputati a tutto, anche e soprattutto allo spettacolo. Le Terme di Tamerici, tanto per restare in tema, ne sono una testimonianza paradossale: un luogo incantato che potrebbe e dovrebbe essere dimora e alcova di una miriade di iniziative, ma che invece resta chiuso e in via di fatiscenza purché non diventi – e questo è il pericolo temuto maggiormente – un posto di incontro, di scambio, di calore. Quelle cose delle quali non resta traccia visiva, tangibile, documentabile, ma che genera mostri, perché allontana la gente dalle proprie case e dalle loro televisioni e li porta a scrivere il futuro, modificando il presente. In che modo? Raccontando a noi stessi quello che ci sta succedendo e iniziando a confrontarlo con le altre esperienze, stilando poi un documento dal quale risulti il verificabile e l’imponderabile. Un diario quotidiano di bordo, scritto, perché parlato e raccontato, da uomini e donne, seguiti dai loro figli, dalla comunità: la localizzazione. Un cammino particolarmente faticoso, soprattutto in considerazione delle abitudini dei fruitori, che non hanno alcuna intenzione di diventare soggetti, ma che prediligono, per pigrizia e paura, il ruolo a loro chirurgicamente affibbiato, quello di oggetti, una dittatura vestita a festa che dispensa feste, caramelle, divertimenti ed esige un rispetto devoto, che non è imposto, ma tragicamente invocato. Lo spettacolo è bello perché Giacomo Verde conosce l’arte della narrazione (non lo abbiamo scoperto noi, oggi; ma lo scriviamo lo stesso: a lui, farà piacere), perché giocando e abbassandosi al linguaggio adolescenziale si possono piantare semi pericolosissimi che, incredibile ma vero, alcune volte germogliano pure e danno origine a strani effetti repulsivi. Luca Privitera, di questo, ne ha fatto la ragione della propria esistenza e tutto gli lascia pensare di essersi sbagliato: il tempo è contro di lui e le sue idee, ma la storia ha sempre bisogno che qualcuno, per cambiarne la rotta, decida di immolarsi per la causa generazionale e la sua scelta artistica, teatrale, nella fattispecie, vuole arrivare a questo. Sono processi e cambiamenti che abitualmente necessitano di periodi geologici, per instaurarsi; ma i tempi, anche reattivi, sono cambiati enormemente, in questo ultimo periodo; potrebbe succedere di tutto, anche che la felicità, quella vera, improvvisamente, arrivi.
