di Anna Maria Benigni

L’AVANA. Finalmente a Cuba. È da molto che dico che voglio fare questo viaggio prima che sia rovinata dal turismo e dal consumismo. Forse è già tardi, ma qualche vestigia la troverò. Ho letto molte cose su Cuba: ad esempio che i cubani non possono parlare di politica, che sono controllati da poliziotti in borghese che li arrestano se parlano male del Governo, che il malcontento è alto e molte altre cose. I primi giorni passano all'insegna delle vacanze: piazze, musei, mojto e musica. La gente è cordiale, curiosa. Non parlo di politica. Il 26 novembre sono a Trinidad. Mi alzo presto per fare colazione nella casa particular in cui alloggio; mi viene incontro la proprietaria con gli occhi gonfi. È morto Fidel – mi dice - è morto Fidel! e inizia a piangere.

Rimango basita: non so se per la notizia o per la manifestazione del suo dolore; mi fa sentire strana, inopportuna, qualcuno ancora c'è che non considera Fidel un feroce dittatore come dirà poi Saviano. Dopo colazione esco in giro per la città. Un signore mi chiama da una finestra: di dove sei? Sono italiana, sono dispiaciuta per la morte di Fidel. Grazie, tutti noi lo siamo. Mi guardo in giro per cercare le guardie in borghese che potrebbero arrestarlo se non dice così, ma non c'è nessuno. In piazza capannelli di gente che parla piano, le facce serie. Escono i giornali che vanno a ruba. Durante la giornata sulle porte di molte case compariranno foto di Fidel, su una c'è un gladiolo e su un foglio di carta c'è scritto Fidel per siempre! Sarà così per tutto il viaggio fino a Santiago. Qui, in piazza Cespèdes, troviamo una fila di centinaia di studenti. Qualcuno con un fiore, altri con la foto di Fidel che in fila ordinata, sotto un sole cocente, aspettano per andare a firmare il rinnovo del giuramento agli ideali di Fidel. Indottrinati, dicono alcuni turisti italiani; sono costretti, dicono altri. Poi chiedo al mio taxista che è un dissidente: siete costretti ad andare a firmare? No, va chi vuole, io non vado. In Avenida della Rivolution, un uomo spinge un carretto, al collo un pezzo di cartone con su scritto: Viva il movimento 26 Luglio. Fidel non è morto. Stesse facce serie, stessi capannelli intorno al giornale, niente più musica, niente mojto. E' un'altra Cuba, forse più vera: è quella che piange il suo Comandante. Forse perché siamo ad Est, forse perché qui è la Cuba rivoluzionaria, divisa, fin dai tempi antichi, dall'Ovest più ricco, più asservito. Divisa anche fisicamente nel 1870 dalla Trocha. Un muro di sessantotto chilometri che attraversava l'isola costruito dagli spagnoli per contenere gli eserciti ribelli dell'oriente cubano e impedire che i semi della rivoluzione si diffondessero nelle ricche province occidentali durante la I° guerra d'indipendenza. Non so perché, ma qui si percepisce il lutto, la perdita, la paura del futuro. Per ora c'è Raul, ma è vecchio, cosa succederà dopo? Sono preoccupato per i miei figli, dice un signore. Lungo la Cerretera Central, da cui passerà la carovana, i contadini hanno scritto con i sassi, con le canne da zucchero, su cartelli, quello che è diventato lo slogan di tutti: Yo soy Fidel. Io sono Fidel. A Holguin passerà il corteo che porta le ceneri di Fidel. Ci troviamo qui, andrò. Arriverà verso le 12 dicono, ma non so se ho capito bene. Il mio autista non verrà, ma la Carretera Central è vicina, i proprietari della casa particular ci offrono di andare con loro, ma è presto, faremo un giro per la città. Troviamo un gruppo teatrale che se ne sta mogio nel teatro. Ci fermiamo a parlare. Uno è il tecnico del suono: dice di aver studiato gratis in Russia, grazie a Fidel che gli ha pagato anche i viaggi aerei per visitare la famiglia. E' stato un padre per me, non lo dimenticherò mai. Parla di Fidel, non dello Stato. Per lui lo Stato era Fidel. Alle 11 ci posizioniamo; passerà alle 14 dicono, ma c'è già molta gente (passerà alle 16). Piano, piano la strada si riempie; classi intere, con bandiere, striscioni, foto di Fidel. Camion che scaricano operai, famiglie con bambini, vecchi...tanti. Mi colpisce un anziano signore con la maglia del Che e il cappellino con i colori della bandiera cubana che tiene per mano un bambino di circa sette anni. E' di fronte a me, dall'altra parte della strada. Starà fermo, sotto il sole, con il termometro a trentuno gradi per cinque ore, senza cedere, con la faccia triste e il suo nipotino per mano. Anche il bambino serio e composto, come tutti gli altri, tanti bambini piccoli. Non urlano, non corrono, non giocano, non danno segni di impazienza. Stanno accanto alle loro famiglie parlando piano, forse consapevoli dell'evento. Il caldo è torrido, il sole a picco. Mi salva dall'incenerimento la signora accanto a me che mi ospita sotto il suo ombrello. Nessuno dà segni di impazienza quando viene continuamente spostato l'orario del passaggio, nessuno si lamenta. Aspettano. Molti studenti si sono scritto sul volto Yo soj Fidel; hanno fiori e foto, sono educati e rispettosi. Aspettano.

C'è un clima strano per me. Tutta quella gente composta, quella tristezza che permea tutto, quel tempo di attesa che sembra non avere peso per loro. Aspettano. Quando finalmente la carovana arriva, tutto sembra fermarsi; poi migliaia di bandierine si agitano e un unico grido accompagna il passaggio della bara Yo soy Fidel, Yo soy Fidel! Sono in prima fila, Fidel mi passa a pochi metri, ma quello che mi commuove di più, che mi fa venire la lacrime agli occhi, sono le persone che urlano il suo nome. Migliaia di persone che sono lì per propria scelta, che hanno aspettato cinque ore sotto il sole cocente perché volevano salutare il loro Comandante. Tutto finisce troppo presto. La gente comincia a disperdersi in silenzio, alcuni piangono. Sulla strada del ritorno, accanto a me, un signore mi vede con la bandierina e mi chiede: sei stata anche tu a salutare Fidel? Sì, era un grande uomo. Immenso, dice lui, sarà sempre nel mio cuore e gli occhi gli si inumidiscono. Durante il viaggio di ritorno ci fermiamo a Puerto Padre. Incontriamo un italiano che ha lasciato in Italia, dodici anni prima, una ex moglie e due figli. Qui ha un ristorante, una bellissima casa, una moglie giovane e un figlio. Parla male di Cuba, dei cubani e del governo. Si lamenta anche perché non può cucinare la carne di vitello e dice che se te la trovano in frigo devi pagare una multa salatissima. Sottintende che se la mangiano Loro. Non ho la forza di chiedergli perché se Cuba fa così schifo non torna in Italia. Però la sera a cena chiedo al proprietario della casa particular perché non si mangia mai vitello. Mi spiega che nel periodo special, a causa dell'embargo, gli allevatori che non avevano più i mezzi per continuare l'attività si trasferirono in città e l'allevamento crollò. Adesso Raul sta facendo una politica di ripopolamento delle campagne dando la terra gratis e anche un finanziamento per iniziare l'attività. L'allevamento sta riprendendo, ma non ci sono ancora capi sufficienti per l'alimentazione. Al momento la loro priorità è il latte. I bambini fino a sette anni hanno diritto a un litro di latte al giorno; i bambini da sette a quattordici anni a mezzo litro di latte. Anche i vecchi hanno diritto al latte. Mi parla di Cuba ed entro in un'altra mentalità. Mi racconta anche che anni fa, mentre era ricoverato in ospedale, erano stati ospitati nello stesso ospedale degli ostaggi liberati, non mi ricordo dove. Erano traumatizzati e non parlavano la lingua. Lui, pur essendo un ricoverato, conoscendo la lingua, si era messo a disposizione per fare da tramite e aiutarli. Non c'era vanto in quello che mi raccontava, ma modestia. Ha concluso dicendo che anche questo è stato un modo per aiutare lo Stato. Lo Stato: per noi un nemico da cui dobbiamo guardarci; loro si sentono Stato. Arrivata all'Habana, la situazione è cambiata. Qui il turismo (che è la maggiore fonte di reddito) sta già compiendo la trasformazione. Ho conosciuto dei giovanotti che odiavano Fidel. Uno di loro ha detto che Fidel si è fatto seppellire a Santiago perché sapeva che all'Habana la gente avrebbe sputato sulla sua tomba. Gli ho chiesto perché odiasse Fidel. Mi ha risposto che non c'era libertà e Fidel non voleva che i giovani andassero con le turiste. Amareggiata, mi sono sentita impotente. Non puoi dire niente a chi sogna il consumismo. Non puoi dirgli che i valori che ho incontrato durante il mio viaggio, come l'amicizia, la lealtà, l'onestà, il senso della famiglia, il rispetto per i vecchi e i bambini e mille altre cose ancora verranno distrutti, che non saranno più persone, ma consumatori. Non potevo dire nulla, anche perché, forse, io non ho ragione. Ma anche se lo avessi detto: non lo capiamo noi che lo viviamo, come possono capirlo loro, che lo sognano!

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