AGLIANA (PT). Dennis Kelly è uno scrittore britannico: si occupa di cinema, televisione e teatro e più di dieci anni fa, pensando al palcoscenico, ha scritto After the end, uno psicodramma dai contorni imprecisati ma con la certezza di mettere a fuoco, fino alla propria prostrazione, il genere umano. Dora Donarelli, pezzo pregiato della Compagnia Il Rubino, ha individuato in Tania Ferri e Marco Strobbia i due sopravvissuti ad un’improbabile esplosione atomica e ispirandosi nemmen tanto liberamente a Dopo la fine, ha scritto Ti porto in braccio, affidando il sottofondo musicale a Cosimo Maria Palopoli. Una proposta coraggiosa, impegnativa, articolata, che si sviluppa sullo sfondo di un’unica scenografia: il rifugio antiatomico di Mark, pertinente alla casa acquistata anni prima, dove il giovane proprietario conduce la sua amica Louise, stordita da una notte di eccessi alcolici, facendole credere di averla coraggiosamente salvata da un’esplosione atomica.

Nel bunker sotterraneo, i due, dovranno restare due settimane, il tempo necessario affinché le onde radioattive perdano la loro letale efficacia e i due possano tornare sulla strada, dove probabilmente troveranno i corpi, straziati, di parenti e amici. All’iniziale terrore e alla ricerca di un filo conduttore che riporti Louise a prima dello scoppio, prende lentamente corpo (un po’ troppo, lentamente) il sospetto che in superficie non sia successo nulla di catastrofico e che Mark abbia usato questo psicopatico stratagemma solo per restare solo, due settimane, con la donna dei suoi sogni. Il massacro psicologico è feroce, ma tra sindromi di Stoccolma e un sadomasochismo strisciante, Louise (Tania Ferri) e Mark (Marco Strobbia) resteranno nel rifugio tutto il tempo necessario affinché si consumi il macabro delitto, protratto fino all’esasperazione tra comprensibili isterismi e giochi tirannici e ricattatori. Vittima e carnefice si scambieranno continuamente il manico della lama affilata, ma nessuno dei due vorrà porre fine, prima del tempo stabilito, a quella devastante autocarcerazione; entrambi porteranno agli estremi anticorpi e resistenze come se si misurassero, veramente, con un’esercitazione antiatomica, una boutade esistenziale che altro effetto non avrà che esasperare le debolezze e le frustrazioni umane, equamente ripartite tra il cosmo maschile e femminile. Uno stillicidio nel tempo, contro il tempo, installato per aggirare il tempo e per sottrarsi alle sue leggi, ferree, che prima o dopo presentano il conto, quello che Mark e Louise pagheranno, fino all’ultimo centesimo. Un’accusa netta, precisa, tagliente, rivolta all’impotenza maschile e al suo immancabile e letale corollario, quello che si manifesta, a diverse latitudini, con l’illusione del possesso, portato agli estremi dal grado di follia che anima il maschio e la sua necessità di dare credito e pane al proprio membro. L'isterismo di Tania e il sadismo di Marco meritano qualche approfondimento, così come il loro affiatamento scenico necessita di un po’ di rodaggio. Ma prima della fine - siamo pronti a scommettere -, lui uscirà di scena portandola in braccio. Veramente.

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