PISTOIA. Non sappiamo se si ispiri a quel romanzo, Margherita Asta; né, che abbia avuto la fortuna di leggerlo. Ma anche lei ha un dovere, proprio come Gabriel Garcìa Marquez: vivere per raccontarla. Sì perché anche a lei, la vita, ha dato un compito: fu solo un caso se la mattina del 2 aprile del 1985 anche lei, allora una bambina di soli dieci anni, non fosse sulla macchina saltata in aria a Pizzolungo, in provincia di Trapani, investita da venti chili di tritolo messi nel bagagliaio di un un’auto in sosta fatta brillare con un telecomando, la stessa elementare ed efficace tecnica usata poi con Falcone prima e Borsellino dopo. L’obbiettivo non erano certo la madre Barbara Rizzo e i suo fratellini gemelli, di sei anni, Salvatore e Giuseppe; per aria sarebbe dovuto saltare il giudice Carlo Palermo, che non ne voleva sapere di farsi i cazzi suoi con la storia della morfina distillata in eroina e messa sul mercato delle tossicodipendenze da quella montagna di merda che si chiamava e si chiama ancora oggi mafia e che non aveva nemmeno imparato la lezione, spiegata due anni prima, sempre da quelle parti, ad un altro impertinente e illuso robin hood, Giangiacomo Ciaccio Montalto.

E allora, la Camera di Commercio di Pistoia ha voluto commemorare il suo dolore e la sua rabbia invitandola a raccontare quel giorno e la sua vita da quel giorno in poi. Lo ha fatto organizzando, con il patrocinio della Regione Toscana, uno dei vari incontri per non dimenticare, affiancandole la presenza di Gerardo Paoletti, autore di un’installazione particolare: La mafia siamo noi. Nella sala delle conferenza della struttura, con un tavolo di relatori composto dai due protagonisti, accompagnati da Stefano Morandi, Presidente della Camera di Commercio e Cristina Calamassi, febbrile organizzatrice di questa serie di incontri sulla cultura della legalità, un sacco di studenti. E qualche autorità. Il dolore e la tragedia si sono ormai incancreniti nel tessuto organico di Margherita Asta; anche la memoria, probabilmente, inizierà a vacillare. Ma da quando è diventata una donna, Margherita Asta, ha deciso di dare un senso alle sue tragiche coincidenze e da quando ha potuto prendere coscienza e metabolizzare il proprio destino, si è trasformata in una piccola, grande testimone e recentemente ha anche dato alle stampe, grazie al contributo di una sua amica giornalista, un libro di ricordi: Sola con te in un futuro aprile. Senza scorta, naturalmente: la mafia non spreca sangue, colpi, strategie. Quando colpisce, lo fa con chirurgica precisione, indole destabilizzante, imbarazzante precisione. Certe volte sbaglia, come quel 2 aprile 1985, ma succede di rado e non è nemmeno da escludere che al funerale di Barbara Rizzo e dei suoi due gemellini Salvatore e Giuseppe, ci fosse anche quel pezzo di merda che azionò il telecomando, dispiaciuto per aver sbagliato bersaglio, ucciso vittime innocenti e soprattutto non aver messo per sempre a tacere quell’infame sostituto procuratore. Sono passati trentadue anni, da quel giorno: la mafia, nel frattempo, ha continuato a fare bellamente i cazzi suoi, grazie al sindaco di Trapani di allora e a tutti quei politici che da sempre, in questo paese colluso, assicurano alla criminalità organizzata l’appalto imprenditoriale. E sono così tanti che da qualche tempo, la mafia, ha anche smesso di fare polverone, puzzo, sangue: spara sempre meno, men che mai ricorrere al tritolo; aumentano i poltici collusi e diminuiscono i sotituti procuratori curiosi, così come ci raccontò, sempre qui a Pistoia, il vecchssimo Caponnetto: "quando la mafia tace, sono preoccupatissimo". Ma non possiamo arrenderci: ognuno di noi ha il dovere di raccontarla, anche chi non ha letto il capolavoro di Marquez.

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