di Samuele Manduca

LO SCRIVIAMO senza retorica oggi, 16 marzo 2018, a quarant’anni esatti dall'agguato di via Mario Fani e dal rapimento dell'allora presidente della Democrazia Cristiana; lo scriviamo perché da quell'attimo la nostra nazione sembra espiare ininterrottamente la colpa di far finta di non vedere ciò che è dinnanzi a noi da quattro decenni: la nostra libertà è una concessione di forze esterne al nostro sistema paese. E allora, in quest'ottica impietosa per noi stessi, forse è giusto, come persone, meritarsi la capitale nullità dei soggetti politici che ci ritroviamo oggi e contrapporle, per penitenza, il valore dell'unica vita politica che c’è rimasta dentro: quella di Aldo Moro. Perché è giusto meritarsela questa lunga espiazione che tanto vorremmo fosse anche una riflessione, lo si capisce già dal momento in cui Moro appena venticinquenne, nel 1941, entra all'università di Bari in qualità di professore di Filosofia del Diritto per la sua prima lezione e pronuncia una frase che è lo stigma di tutto il suo agire politico dall'interno del partito di cui è tra i fondatori e che, purtroppo, è anche la causa morale della sua tragica fine: la persona prima di tutto.

Nello stesso anno in cui Moro inizia la sua docenza universitaria, sui muri d'Italia erano scritte: vietato pensare; credere, obbedire, combattere; taci, il duce ti ascolta. Tutte frasi in voga durante il ventennio fascista che inducevano le persone a temere lo Stato. Tra queste frasi della propaganda di allora e quella del professore di Maglie c'è una contrapposizione ideologica e culturale abissale: la persona prima di tutto è infatti la pietra fondante dell'attuale costituzione repubblicana, la nostra. Nello Statuto Albertino del 1848 (rimasto in vigore nei suoi dettami in pratica fino al 1947) si scriveva che il re concede i diritti ai sudditi, durante la Costituente del 1946 invece Moro spiega che la concessione dei diritti presuppone la loro avocazione: te li concedo i diritti ma, in quanto soggetto concedente, posso anche toglierteli. Da questa spiegazione si capisce allora che rispetto a tal antico impianto costituzionale non si deve soltanto espungere il termine sudditi, sostituendolo con quello di cittadini, ma si deve anche inserire il concetto che non vi sia più concessione dei diritti, ma riconoscimento di essi. A chi? Non ai cittadini (come pensava Calamandrei, punta avanzata dei socialcomunisti alla Costituente), ma alla persona, perché la persona viene prima del cittadino. Articolo secondo della Costituzione: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Dal contesto costituente del periodo 1946-48 nasce una nuova nazione che progredisce attraverso il riconoscimento dei diritti della persona dunque e che sfocia nel 1963, quando Aldo Moro è presidente del consiglio dei ministri, con l’introduzione dell’obbligo scolastico alla terza media: fino a quel livello di studi l’istruzione è gratuita e obbligatoria. Per un paese in pieno sviluppo economico che basa in gran parte la sua produzione sullo sfruttamento del lavoro minorile è uno shock. Moro viene accusato mediaticamente e politicamente di sperperare denaro pubblico per la realizzazione di questa riforma. Inizia a delinearsi esplicitamente lo scontro tra la visione antica di stato (che concede i diritti) e quella contemporanea (che riconosce i diritti inalienabili dell’essere persona. Il diritto all’istruzione non è questione di reddito ma di merito, l’istruzione non è un costo per lo stato ma un investimento a lunga scadenza), in un quadro di governo del paese in cui i democristiani e i socialisti (sia quelli di Saragat che quelli di Nenni), governano per la prima volta insieme. Tutto questo desta preoccupazione in quelli che oggi chiameremmo i poteri forti. È di quegli anni la progettazione di un colpo di stato noto come Piano Solo, ordito dal generale comandante dei carabinieri, Giovanni De Lorenzo (poi deputato per il Partito di Unione Monarchica e per il Movimento Sociale Italiano): la Repubblica deve essere sostituita da una dittatura militare, in questo piano il presidente del consiglio deve essere rapito e ucciso. È un ombrifero prefazio che passerà anche dall’esplosione del treno Italicus (tratta Roma-Monaco) nell’agosto del 1974, anno in cui Moro è ministro degli esteri. Il ministro doveva essere su quel treno per raggiungere la famiglia in provincia di Trento; fortunatamente venne fatto scendere da due funzionari ministeriali per la firma di alcuni documenti. In questa occasione lo statista si salva, ma la magistratura che indagherà su questa strage si esprimerà con le seguenti parole: la polvere pirica presente nell’esplosivo fatto brillare sul treno non è a disposizione delle forze armate italiane ma di una polizia non convenzionale, sovranazionale (Gladio). Sempre nel 1974, a fine settembre, Moro è in visita a Washington; in quell’occasione il segretario di stato statunitense, Henry Kissinger, si rivolge al ministro italiano con le seguenti parole: lei deve smettere di perseguire il suo piano per portare tutte le forze politiche del suo paese a collaborare direttamente, presidente lei o la smette o la pagherà cara, molto cara. Questo è un avvertimento ufficiale. La belva antica (avocazione dei diritti) che si nasconde nel moderno stato repubblicano si palesa: vi abbiamo concesso la libertà, non ve l’abbiamo riconosciuta. Quella frase di Kissinger, che avrebbe potuto benissimo essere pronunciata da un ministro sovietico, da un funzionario dello Ior, da Licio Gelli o da un capo dei servizi segreti israeliano, è la negazione del principio in cui la vita della persona viene prima dello stato e delle sue ragioni (dopo l’assassinio di Moro lo Stato Italiano ha sempre trattato con tutti). La convinzione di allora fu che il sacrificio di Moro avesse reso possibile la salvezza dello Stato Italiano. Il nostro, ora, è il frutto di questa convinzione: prima lo stato, prima la repubblica, prima il partito. La persona viene dopo.

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