
QUANDO si trattano alcuni avvenimenti/eventi, si è soliti usare un termine a volte improprio, definendoli, solo perché non esercitano esodi, di nicchia. In realtà, se si scorrono i nomi di alcuni artisti (la foto di Caetano Veloso lo dimostra ampiamente) che hanno impreziosito le precedenti trentotto edizioni, si può e si deve oggettivamente concludere che il Festival delle Colline è, senza mezzi termini, una manifestazione artistica che gode di tutti i crismi culturali. Cosa questa già confermata dalla longevità della manifestazione, vicinissima a festeggiare l’età della ragione. Venerdì prossimo, 6 luglio, alle 21,30, nella Villa Medicea di Poggio a Caiano, arriverà un personaggio obliquo: Sergio Caputo.
L’aggettivo, usato in forma geometrica, è una licenza che ci prendiamo noi, per definire il sessantaquattrenne cantautore e dotto musicista metropolitano, perché ce lo ricordiamo perfettamente, quando trentacinque anni fa, mentre sulla scena italiana imperversavano Pino Daniele, Fabrizio De André, Paolo Conte, Edoardo Bennato e altri cantautori supportati da una vis strumentale transnazionale, si presentò questo tipo dalla faccia impertinente che, animato da un delizioso swing e latore di messaggi semiseri, si impossessò di una fetta di pubblico che, senza voler minimamente rinnegare l’affezione verso i vari mostri sacri citati, non volle sottrarsi dal lasciarsi affascinare anche da questo insolito personaggio. Che squarciò il mercato discografico inanellando una serie di notevolissime registrazioni che gli valsero un posto d’onore nell’olimpo dei gradimenti. Per poi abbandonare la nave della fama e della notorietà con la stessa, solita, leggera, nonchalance con la quale se ne era impossessato e decidendo di trasferirsi negli Stati Uniti per perfezionare e impreziosire il proprio lato strumentale. Quelli della nostra generazione, Sergio Caputo, se lo ricordano perfettamente: alcune sue canzoni sono rimaste nell’aria dei motivi dai quali, volente o nolente, non c’è modo di staccarsi del tutto e, appena ne ricorrono gli estremi, siamo tutti in grado di (ri)canticchiarle, le sue sonate, già allora impreziosite da un gruppo di fiati e da passaggi arditi che le esentavano, chimicamente, da facili ed elementari classificazioni pop. Venerdì, alla Villa Medicea, la serata di Sergio Caputo sarà un mix di ricordi e nuove contaminazioni, di fronte a un pubblico, proviamo ad azzardare, soprattutto composto da inguaribili nostalgici come noi, che sono quelli che sorrisero quando Sergio Caputo si prese una parte della ribalta delle scene e che non riuscivano a capacitarsi perché mai avesse deciso di stare così lontano dai nostri ricordi.
