
PISTOIA. Qualcuno, di quelli che si sono fermati ad ascoltarli, lo sapeva che in piazza Gavinana, sul Globo, tanto per intenderci, durante i tre giorni della 39esima edizione del Festival Blues di Pistoia, tra i resuscitati banchi dei mercati etnici, avrebbe trovato posto e spazio anche un piccolo palcoscenico in legno dove a rotazione, durante le settantadue ore della manifestazione musicale, si sarebbero esibiti personaggi di svariato calibro musicale. E ieri sera, poco dopo le 23, mentre in piazza del Duomo Steve Hackett e la sua formazione continuavano imperterriti a distribuire, con eleganza, raffinatezza e maestria, nuove emozioni di vecchi e indimenticabili motivi e al piccolo teatro Bolognini i docenti delle Clinics si stavano preparando per dare musica alla voce di Dolores Scott, sulla passeggiata del centro, in un composto viavai di turisti e indigeni, un americano e un livornese, Andy J. Forest e Roberto Luti, intonavano, di ritorno dall’Austria, il loro Blues, che è anche il nostro e di tutti quelli che non ne saranno mai sazi.
Per capire chi dei due fosse lo statunitense e quale il labronico, non conoscendoli, è bastato dare un’occhiata alle calzature, perché quando suonavano, l’America era molto meno distante di quanto si pensasse e Livorno un porto dell’Atlantico: la voce e l’armonica della coppia indossava elegantissimi mocassini marroni; il chitarrista, che si è esibito scalzo, è salito sul palco calzando le infradito. È stato questo l’unico inconfondibile indizio delle rispettive provenienze geografiche dei due musicisti, perché poi, sulle note del Blues, difficile, anzi, impossibile capire chi dei due fosse nato a un centinaio di chilometri da Pistoia e chi invece a migliaia. Perché la musica, come l’arte tutta, è, in modo inappellabile, un linguaggio universale, che non conosce idiomi, abbigliamenti, che non ha bisogno di interpreti, men che mai di tolleranza e inclusione, perché ovunque si compone e si manifesta nello stesso identico modo, dando aria, ossigeno e vitalità alla creatività, che non è un’esplosione naturale di energia, ma il frutto di uno studio meticoloso, folle, totale della materia. Quell’armonica, che ha accompagnato, negli anni, mostri sacri e leggendari e quella chitarra, che ha fatto altrettanto, ieri sera, ognuno con i propri pensieri, con le proprie fatiche e con i propri sogni, si sono dati appuntamento, prima della mezzanotte, a Pistoia, per deliziare attentissimi spettatori e distratti viandanti con il loro sound, una mescola meravigliosa di culture che si è intrecciata come per magia; ma magia non è, è solo esercizio. La scaletta si è articolata attorno ad alcuni brani del repertorio di Andy J. Forest, che con Roberto Luti, occasionale compagno di viaggio per il ritorno dell’Americano in Italia, continua a riproporre quello che il Blues ha scritto e che nessuno potrà e vorrà mai cancellare. Prima della mezzanotte, in perfetta sintonia con le disposizioni della sicurezza e della civile convivenza, l’americano e il livornese hanno ringraziato e salutato quelli che, nonostante le luci e gli odori delle bancarelle attorno, hanno preferito accovacciare le gambe e sedersi sulla strada, per ascoltarli. Roberto Luti, notoriamente schivo alle effusioni, ha scorso velocemente lo sguardo su chi lo ha calorosamente applaudito; Andy J. Forest, invece, ha gigioneggiato un po’, distribuendo ringraziamenti in inglese, italiano e anche in francese. Giù dal palco, in piazza Gavinana, la festa, è finita. Steve Hackett, invece, in piazza del Duomo, non ha ancora finito, così come al Bolognini Dolores Scott, accompagnata da Dario Lombardo, Daniele Nesi, Keki Andrei e Mario Marmugi e altri strumentisti, non ha smesso di incantare. Questa è Pistoia, in un sabato sera, di luglio. Prova a spiegarglielo, a uno che abita a Savona, a Foggia, a Rovigo o a Cuneo, e in tantissime altre città di questo paese, che qui a Pistoia, qualcuno, quando si parla di Festival Blues, ha ancora il coraggio di storcere il naso.
