AULLA (MS). La miccia, lunghissima, è ormai prossima a scatenare la scintilla che provocherà la detonazione; ipotizziamo il prossimo 5 ottobre, come giorno X, quello della deflagrazione: è quando uscirà il suo nuovo album. Lei, Serena Brancale, omaggiata ieri sera dal Premio Lunezia, sezione Jazz, alla XXIII edizione della manifestazione di Aulla, è concentratissima, un vero e proprio caterpillar di emozioni, luci, colori, tonalità, sguardi, sorrisi, bellezza, che centellina con dovizia di attenzioni e circostanze e che divide e condivide con l’anima e il diaframma che la condurranno dove sognava di arrivare da bambina. Ve ne avevamo già parlato, di questa meravigliosa macchina vocale, quando, intenti a deliziarci con l’ascolto di Erika Badu, Youtube ci suggerì l’ascolto, collaterale, di questa ex bambina, oggi donna prodigiosa, di Bari, che scherzava con la musica, con la vita e con il mondo spostandosi, sistematicamente, più in là, dove si incontrano grosse difficoltà di apparentamento per le catalogazioni e i filoni musicali.

Musicista raffinata, polistrumentista allenata nelle stanze del Conservatorio, Serena Brancale ha sempre privilegiato la propria spiccatissima personalità a tutto il resto, esattamente come non fanno tutti quelli che cercano un pertugio nel successo musicale: scimmiottano quelli che credono giochino la loro causa, finendo per essere degli inutili copia/incolla di cose già sentite. E di questa diffusa e controproducente malattia, proprio ieri sera, ad Aulla, durante la maratona delle premiazioni, a voci e volti nuovi (ma in frealtà vecchi, perché già sentiti) della canzone italiana, ne abbiamo avuto ampi e mortificanti esempi, con aspiranti rocker e giovanissime cantanti che ricordano, decisamente troppo, i loro beniamini già catapultati ai rotocalchi e alle trasmissioni popolari, credendo che restare anonimamente nella loro scia possa condurli fino a riva. Una serata, quella di ieri, decisamente riscattata dal premio assegnato al cinese Zang Changxiao, autore del libro Creuza de Mao, soprattutto quando ha detto ai microfoni in un comprensibilissimo italiano, che Fabrzio De André non è certo meno importante di Bob Dylan o Leonard Coen! La via musicale di Serena Brancale invece - torniamo a parlare di terrestri - è ancora una strada rischiosamente, ma argutamente, da asfaltare, dove si sentono e si riconoscono illustri suggerimenti e contaminazioni, certo, ma sono soltanto arie, impressioni, che (ri)nascono nel suo sound, disallineato e preciso, puntualmente in ritardo, o in anticipo, se preferite, offerto con la consapevolezza di chi sa di avere numeri preziosi e carte universali da giocare a qualsiasi tavolo, tanto da bridge in lussuosi casinò, come a tresette in modesti, ma veritieri, circoli arci. Il premio Lunezia Jazz ricevuto ad Aulla ieri sera è soltanto un’altra tappa di avvicinamento, un altro porto conquistato, come lo sono le roccaforti musicali italiane (Roma e Milano e tutta la Puglia, la sua Puglia) e non solo (era a Tokyo, giorni fa, per un concerto da Bulgari) che Serena Brancale tocca folgora e segna indelebilmente. Prima dell’esecuzione, avvenuta poco prima della mezzanotte e dopo un'estenuante carrellata di poco onorevoli tentativi di imitazione, di due brani del suo Cd, Galleggiare, che le è valso l’ambito riconoscimento massese (nei ventuno anni precedenti, la statuella della luna se la sono aggiudicata perosonaggi di indubbio spessore artistico, oltre che musicale), ci siamo finalmente incontrati, con Serena Brancale, proprio davanti all’ingresso del Demy Hotel di Aulla, quartier generale di tutti gli artisti convocati sul palco della rassegna. Poche battute, tanti sorrisi, qualche vicendevole complimento per i rispettivi abbigliamenti, due parole orgogliosamente spese da entrambi per Michele Papadia, straordinario tastierista, un nostro amico, un suo collega e poi, via, di nuovo dal suo entourage, che sta credendo ciecamente nel progetto Brancale, prossimo alla fioritura.

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