SESTO FIORENTINO (FI). Al termine della rappresentazione abbiamo avuto la netta impressione che nessuna delle quattro donne che animano Darling risponda in qualche modo alla protagonista. Perché Sara Bosi – è di lei che stiamo parlando –, che avrà sicuramente sognato l’amore e il principe azzurro che lo incarnava sui banchi delle scuole medie; che farà, volente o nolente, i conti con il proprio trascorso, farcito di principi e rinunce, nostalgie e rimpianti, una volta invecchiata, seppur ancora giovane; che non si vorrà e potrà capacitare perché quell’amore meraviglioso che le ha pervaso la vita e il futuro si sia, improvvisamente, frantumato e che non riuscirà a darsi le giuste risposte a quelle domande che, da secoli, inabissano il genere femminile nel buio di società che stentano a farle sentire vive, libere e belle anche senza essere desiderate dagli uomini, riuscirà certamente nell’impresa di affrancarsi dalle emozioni altrui, dalle lusinghe maschili e dai giudizi trasversali umani, e sentirsi decisamente appagata. Come? No, non come potreste immaginarlo, ve lo assicuriamo. Lo sottoscriviamo con ragione e coscienza, perché l’abbiamo vista all’opera, ieri sera, sul palco del piccolo, meraviglioso, Centro Culturale La Lucciola, nell’ambito della prima edizione del Festival Sguardi Sensibili, a Sesto fiorentino, fronteggiare, senza alcun effetto speciale, senza riverberi sonori, senza luci ammiccanti, senza abiti succinti, senza tatuaggi, con un pantalone estivo con spacchi vertiginosi sui lati, abilmente coperti ogni volta che il movimento ne offriva la luce, gli spettatori che hanno riempito completamente la sala. Oh, certo, a Sesto fiorentino, la scoperta di Ferzan Ozpetek, è di casa; in quel borgo, alle propaggini di Firenze, dove da qualche anno amministratori e personaggi della cultura provano a scartarsi dall’onerosa, impegnativa e vincolante madre patria gigliata, cercando di assumere un’identità che non sia tipicamente e comodamente di provincia, Sara Bosi la conoscono bene un po’ tutti. L’esplosione cinematografica ha fatto da meravigliosa cassa di risonanza, non c’è dubbio, ma l’attrice, che prima di frequentare, con profitto, le scuole di drammaturgia, si è laureata in lettere, è una di quelle persone che mettono tutti d’accordo. Perché l’intelligenza, affinata e raffinata con gli studi, l’applicazione e la perseveranza, è un parossistico discrimine, indiscutibilmente inesorabile, che seppur generi, alcune volte, la solitudine, è, universalmente, un passaporto a tempo indeterminato. Le quattro sfaccettature umane – e propriamente femminili – che la protagonista incarna nel suo Darling, sono situazioni facilmente e tranquillamente rintracciabili e reperibili in un qualsiasi angolo della terra. Per indossare gli abiti di ognuna di loro, Sara Bosi si avvale solo di una sedia (sottratta dalla platea, per giunta) e tre abiti appesi ad altrettante grucce a loro volta appese a tiranti della struttura. Li tocca, prima di calarsi nei personaggi, slengando un romano adolescenziale che tracima verso il frusinate, in un’austera donna della media borghesia nordoccidentale, in un’ansiogena femmina dell’alto Lazio ai confini con la Maremma e nella summa di tutte e tre, in un’amara riflessione personale, soggettiva, oggettiva ed epocale. Lo fa confidando solo e unicamente nella sua forza recitativa, figlia di smorfie, silenzi, sospiri, di qualche volgarità profusa con la tenerezza della necessità del racconto, senza ossessioni di scalpore, muovendo mani, braccia e gambe, che non sfoderano estenuanti esercizi in palestra, giocando con una chioma generosa e fluente, ma non magica, né tanto meno misteriosa, guardando gli spettatori negli occhi, uno a uno, almeno quelli delle prime file, che sono, probabilmente, gli estimatori più fedeli, i conterranei, quelli che l’hanno incoraggiata a non mollare e a tenere duro, perché di Sara Bosi se ne sarebbe sicuramente parlato, con il tempo, solo e soltanto perché quella brava ragazza, intelligente, spigliata, carina e simpatica, godrà e patirà tutte le gioie e le pene dell’amore, probabilmente (e gliele auguriamo tutte, perché sono meravigliose, insostituibili, perché riempiono il cassetto dei ricordi e trasformano le femmine in donne), restando, però, puntualmente ed elegantemente in piedi, senza le stampelle degli psicofarmaci, ma con la consapevolezza di poter adorabilmente convivere, eventualmente, con la solitudine.

Pin It