PISA. Dateci retta: se la disoccupazione sta consumando le vostre ultime risorse economiche e spirituali e ormai la notte è ostaggio dell’insonnia, della noia e anche della paura di morire, da soli, oltretutto, in quella casa che non è più un albergo, ma un rifugio, prendete un appuntamento da Sergio, il parrucchiere per signore, sì, quello gay, tra viale Appia Claudio e via Quintilio Varo, a Cinecittà; potete anche non crederci, ma la vostra vita cambierà. Ha numeri, questa Laura Pozone, da sola, sul palcoscenico del Nuovo Teatro di Pisa, accompagnata da una poltrona, una di quelle che si trovano nei salon de coiffure e un piccolo mobiletto, poco più indietro, dove sta il telefono, rosso, del locale, e dove arrivano le telefonate delle clienti. Quasi due ore; il tempo di uno shampoo, una tagliatina e il colore, per cercare di coprire quell’insana ricrescita di capelli bianchi. È questo, all’incirca, il cronometro di Love is in the hair, la rappresentazione, allegra e faticosa, impegnata e ilare, scanzonata e triste, della mattatrice metropolitana che (con)fonde la propria realtà attoriale con quella di una qualsiasi donna, di qualunque età, di questi tempi falsamente belli, tragicamente duri, alle prese con la propria sopravvivenza. Ma per Margherita, Maria Fabiana, che preferisce farsi chiamare Tamara, Nunzia, la shampista e le altre donne che popolano il salone di Sergio il parrucchiere, quell’anonimo pomeriggio si trasformerà in un incubo a lieto fine. La porta del negozio, vecchia e da ristrutturare, si rompe e si incastra, e tutta la gente che sta dentro, titolare, shampista, donna delle pulizie e clienti, lì rimarrà per tutta la notte, in attesa che all’indomani, di buon’ora, venga il ferramenta a liberarle. Ansia, fame, senso di nausea, preoccupazione mista a paura. Ci sono tutti gli ingredienti in questo locale della periferia romana, che si chiama proprio come il famoso brano di John Paul Young (L’amore è nei capelli, Love is in the hair), del 1977 e che dà il nome a numerose parrucchiere, da Stezzano a Pontida, in provincia di Bergamo, passando per Monastir, in provincia di Cagliari, fino a Prato, Cuneo e Trapani, e chissà quanti altri negozi ancora, alle prese non con un guasto, ma con un sortilegio, una notte di improvvida e coincidenziale analisi nella quale tutte le donne involontariamente asserragliate nella parrucchiera di Sergio si scopriranno fragili e bisognose di comprensione, vuotando, ognuna, il proprio sacco. La nobildonna fiorentina, che parla con la bocca a culo di oca, con le labbra serrate, finirà per confidare che fu il marito, tanti anni or sono, ad averla lasciata; per chi? Per una più giovane di trent’anni, che il caso vuole sia una delle clienti del salone; la shampista non è una ragazza del volgo, ma è laureata, in filosofia, cosa che non potrà più nascondere quando nello sgabuzzino del negozio qualcuno troverà A’ la recherche du temps perdu, di Marcel Proust; la famosa attrice diplomata nelle scuole di drammaturgia più prestigiose, da tempo non la chiama più nessuno: quel teatro è finito, occorre allestire storie che necessitino di poche persone e ancor meno di impianti scenografici. È lei, però, memore dei tempi di quando frequentava l’alta società, che suggerisce a Sergio di fingersi omosessuale, nonostante una moglie bellissima e tre figli adorati: bingo! Il locale si riempirà nel giro di poche settimane e lui, per reggere la parte, inizierà a fingere, e lo farà per tutti gli anni a venire, fino a quella sera, fino a quella notte, nella quale il caso vorrà allinearlo in quella piccola, fortunatissima, cerchia di ostaggi. L’unica del gruppo dell’incantesimo che si dovrà e vorrà mettersi telefonicamente in contatto con l’esterno, per rassicurare il marito e sapere da lui come stiano i loro quattro figli, è la donna delle pulizie, una modesta meridionale, con una bassa istruzione, ma un cuore enorme e un senso meravigliosamente pratico della vita, una cuoca straordinaria che quando quella stregoneria finirà, delizierà tutte le sue nuove amiche con i suoi buonissimi manicaretti. Laura Pozone è tutta questa gente e tutte queste cose insieme, romana della Cassia (Roma nord), romana del Lamaro (Roma sud), fiorentina, napoletana (è lo slang che le riesce meno bene), che veste con dedizione teatrale e drammaturgica i sentimenti di ognuna di loro, lasciando intendere, non solo agli addetti ai lavori, ma anche a spettatori ordinari, di aver studiato – e tanto – nelle scuole preposte, ma che per sopravvivere, anche lei, che sognava quel Teatro, si vede costretta a farne Altro, con monologhi interminabili e palcoscenici sgombri da qualsiasi orpello. Ma lei ha saputo resistere e riciclarsi; per lei, insomma, questo Love is in the hair, come è successo a Sergio e alle sue clienti e lavoranti, potrebbe non essere una disgrazia.

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