FIRENZE. La fronda degli estimatori cresce a vista d’occhio. È giusto così, perché Sara Bosi, oltre alla dovuta e indispensabile sfrontatezza di chi sale sul palcoscenico con l’intento di restarci per lungo tempo, ha davvero carte, numeri e, perché no, fisico, per ritagliarsi un piccolo/grande spazio nel panorama teatrale italiano. La sua ultima idea, ultima solo in ordine di tempo, ci e le auguriamo, è andata in scena ieri sera al Teatro Niccolini di Firenze, un rendez-vous tra quattro vecchi amici (due coppie) che si ritrovano a casa di Mel (Lorenzo Carcasci), sposato con Terri (Sara Bosi) ai quali fanno visita Jack (Antonio Cocuzza) e la sua nuova giovane compagna, Laura (Greta Bendinelli), ultima vittima di quel meraviglioso gioco al massacro che non è il poker, né lo strip poker, ma l’amore. L’idea, cinematografica (Perfetti sconosciuti, di Paolo Genovese), è più numerosa (le coppie sono quattro) e non rigidamente eterosessuale e al posto dello strip poker, come confessione inenarrabile, c’è la spontanea consegna dei telefonini, con lettura collettiva dei messaggi che arrivano ad ognuno durante la cena. Al Niccolini, invece, non ci sono apparecchi comunicativi in gioco, ma Claudia Faraone, la dea ex machina che introduce la serata e collega le varie fasi scenografiche della rappresentazione, anche questa, proprio come Darling, sempre di Sara Bosi, in scena, il mese scorso a La Lucciola di Sesto Fiorentino, spoglia ed essenziale. Ora che il quadro teatrale è presumibilmente composto, sarà il caso che ci si focalizzi su questa spietata radiografia dell’amore, ma non ai tempi del colera, dove si aspettava una vita il ritorno della persona amata, ma ai nostri, dove la superficialità consumistica ha preso il sopravvento anche su quello che, fino a qualche decennio fa, ritenevamo sacro e inviolabile. L’amore, in questa stagione di solitudine di massa, ha perso le originarie sembianze sentimentali ed è entrato, con incresciosa naturalezza, nel volgo e nella routine del mordi e fuggi (si chiamano trombamiche, ora) e, ancor peggio, nelle teche dei trofei, non appesi alle pareti dei saloni, ma portati a spasso in bella vista. Un sistematico allontanamento dai valori fondanti dell’amore che ha finito per trasformare la violenza in passione, il tradimento in distrazione, la fedeltà in un’insopportabile tecnica di autolesionismo. L’amore, ormai, resiste alle intemperie solo quando interrompere e ricominciare non ne valga mostruosamente la pena o sia troppo dispendioso, o, e questo succede nella maggior parte dei casi, quando le economie di uno e dell’altra, o di entrambi, non consentano vite separate, affitti, alimenti e affidamenti giornalieri della prole, ormai solo armi di ricatto, i figli, verso i quali padri e madri riescono a intentare le più sordide competizioni. In una striscia temporale, tra l’altro, dove la falsità e la menzogna hanno definitivamente sostituito, soppiantato, oseremmo dire, la volontà di tenersi, la gioia della condivisione, la progettualità di coppia. Si resta insieme, cornificatori e cornificati, ruoli sistematicamente interscambiabili e interscambiati, solo per la pigrizia di non voler e saper dare un senso alla dignità, solo perché altrimenti dovremmo necessariamente riscrivere la nostra esistenza e iniziare a rinunciare a quelle zone di conforto che il quieto ma putrido vivere ci autorizza ad abitare. La specifica offerta attoriale, in questo Strip Poker, soddisfa le esigenze della scrittura: Mel, il cardiologo del pronto soccorso, dopo una vita trascorsa a scoparsi le ambiziose tirocinanti, decide di confidare, stanco e ubriaco, le proprie naturali e innocenti nefandezze a Terri, la seconda moglie, che pensava di aver riscritto la propria vita sentimentale, dopo un primo matrimonio violento, cruento e letale, ma comunque condito dal sistematico tradimento consumato proprio con Jack, il migliore amico (figuriamoci i peggiori) di suo marito, che decide di coinvolgere, in questa detestabile fiera, la giovane Laura, che già dal primo incontro in società un’idea di quello che l’aspetta potrebbe già essersela fatta. Manca la paura di restare soli, tra gli ingredienti di questa disfatta morale e sociale, che potremmo immaginare essere la nuova idea teatrale di Sara Bosi.

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