PISA. Non sappiamo se Josep Maria Mirò abbia mai conosciuto Kim-ki-Duk. E se
così sia stato, possiamo immaginare, con ancor meno certezze, che tra i due sia mai
intercorsa contaminazione artistica. Però, già durante la rappresentazione, ieri sera al
Teatro Nuovo di Pisa, l’ultima di questa stagione, osservando Edo e Marghe alle prese
con un immotivato strisciante affanno scaturito dall’acquisto, seppur appesantito da un
mutuo ipotecario trentennale, della loro nuova abitazione in quel lussuoso, ma tetro,
enigmatico e subdolo Parco, il Nerium Park, per la precisione, posto, distinto ed
esclusivo, alla periferia della città, ci è subito venuto in mente Ferro 3. La casa vuota,
uno dei capolavori del regista sudcoreano. Anche nell’accezione cinematografica, la
coppia che vive serenamente il proprio matrimonio viene insidiata da una presenza
fantastica, metaforica, surreale, vissuta profondamente solo dalla donna, ma invisibile
all’uomo. E anche sul palcoscenico, Marta Parri, responsabile delle risorse umane di
un’azienda incline a ridurre i cost, per aumentare i guadagni, e Iacopo Bertoni, efficace
progettatore informatico che, nonostante l’indiscussa abilità professionale, viene
licenziato dall’oggi al domani, vivono la stessa identica destabilizzazione. Anche in
questo caso c’è un terzo incomodo, Luca, anch’egli invisibile, se non attraverso i
racconti di Edo, che dice di trascorrerci del tempo, dopo averlo trovato a dormire nella
rimessa riservata alle biciclette del prestigioso complesso edilizio; con lui va in piscina e
nel bosco adiacente il residence, a fare lunghe passeggiate. Alla scrittura dell’autore
catalano, un vero talento contemporaneo del thriller, rende onore e merito la regia di
Michelangelo Altavilla, coadiuvato da Chiara Palomba, sui quali il Teatro Impluvium
e il Collettivo Noccioline hanno dato agio e fiducia, producendo l’operazione teatrale.
Un’angoscia crescente, incomprensioni a raffica, mezze verità e mezze menzogne
profuse con un alito di vento, che altro non fanno che rendere ulteriormente irrequieto e
insopportabile il tenore umorale della coppia, che finisce per restare stritolata sotto il
peso delle aspettative tradite, dei sogni disillusi, risucchiata e inghiottita dai contrattempi
che, seppur virtuali, lacereranno, in modo inequivocabile, l’apparente serenità di coppia,
ulteriormente minata dal prossimo arrivo, prima molto desiderato, di un bambino, che
farà tracimare il loro precarissimo equilibrio, claudicante e insano, già dalle prime
battute. Una scenografia di accurato minimalismo, con quattro assi a rappresentare
l’open space dell’appartamento, due panche che fungono da divani e altrettanti sgabelli
da sedie, con una sola grande cornice che si affaccia sul pubblico, la finestra sul cortile,
di hitchcockiana memoria, spazio enorme di luce dalla quale Edo e Marghe vedono
costantemente questa sinistra figura aggirarsi nel Parco abitato solo da loro e da nessun
altro, se non dai fantasmi che non sono riusciti a tenere lontani dai loro progetti.
Un’insicurezza sociale, morale, civile, nella quale, per fortuna, non si insinua la fedeltà e
l’inevitabile tradimento, ma un solo grande interrogativo al quale, la giovane coppia,
non riesce a dare risposta, restando intrappolata nell’idea di felicità contemporanea,
quella costruita sulle apparenze, o su un appartamento esclusivo, costruito proprio per
generare differenze, valori, élite, che però non sarà appetito da nessun altro all’infuori di
loro due, e che proprio per questo, anche per questo, rischiano inevitabilmente il tracollo
non appena anche una sola forma non prende i connotati della sagoma prefissata.
