PISTOIA. Nella piazza orgoglio, vanto e infiniti vedrete che sarà bellissima del centrodestra, una delle pochissime iniziative attuate dal Palazzo di Giano affittato da Tomasi nella sua decennale guida della città di Pistoia, sarà proprio il centrosinistra, che è tornato a governare una delle Province più ex rosse d’Italia, a poterne sfruttare al meglio la logistica (e conoscendo i nuovi inquilini, il condizionale sarebbe d’obbligo). Sì, perché piazza San Lorenzo, per decenni culla e vanto di un Partigianato sepolto e dimenticato, da pochi mesi è divenuta un esempio di architettura solidale, capace di raccogliere decine e decine di bambini a giocare e la sera, anzi, dal tardo pomeriggio, addirittura location (come sono brutti i termini inglesi, però) per eventi culturali, Ieri è stato tempo di musica, iniziativa della quale siamo venuti a conoscenza solo perché abitiamo a due passi da lì e nel pomeriggio, tempo di soundcheck (anche questo, come onomatopea, stride con la melodia), abbiamo nitidamente riconosciuto, durante le prove, la voce di Sergio Montaleni, uno dei chitarristi più apprezzati della città, della Regione e dell’Italia tutta, del quale siamo testimoni e recensori appassionati da tempi lontanissimi e affatto sospetti. E ieri sera, viste le temperature decisamente calde, ma ancora invitanti perché non oppresse dall’afa, ci siamo guastati, a nemmeno cento metri dalla nostra abitazione, la sua esibizione, un saggio di riletture di alcune canzoni mitiche e leggendarie dei Beatles, Rolling Stones, Steve Wonder e Bob Dylan, ennesima dimostrazione della dotta versatilità acustica e canora del chitarrista pistoiese, che nonostante sia uno dei più quotati uominiblues (stavolta, bluesman, ve lo abbiamo risparmiato), ha preferito, almeno ieri sera, evitare di sguazzare nella sua profonda e forbita conoscenza delle note afroamericane, allietando i presenti con delle meravigliose reinterpretazioni, accompagnato da Stefano Puccianti alla batteria e Gerard Francesconi al basso. Fortuna e coincidenza han fatto sì, però, che ieri sera, per questo evento allestito dal Comune di Pistoia con la fattiva collaborazione dell’entourage del Blues’In, in piazza San Lorenzo ci si sia arrivati con largo anticipo e prima del terzetto, sul palco, sia stata la volta di una regazzina (questo è metropolitano, eh; non inglese) che ha avuto il potere, istantaneo, di rapire tutti quelli che hanno avuto la fortuna di sentirla cantare. Si chiama Meri Lu Jacket (nome d’arte suggeritole in Puglia, dove al termine di un’esibizione, qualcuno le ha urlato: Meri, lu jacket?, che stava per dimenticare: l’ha raccontato, ma non è vero. È una tecnica già sperimentata da David Bowie e Bob Dylan: ritagliare e intarsiare i vocaboli): di cognome fa Marchione, ha trentatré anni (ne dimostra, esteticamente, molti meno) e una voce, naturale, che spacca anima e cuore. È italo americana, vive in Maremma, con la sua compagna, Rossella, che credevamo fosse la sua elegante manager (elegante e raffinata resta, ma non è la sua manager) e Lico, un piccolo barboncino bianco (è di Rossella, il cane, ma si fida anche di Meri), che ieri sera, dopo una serie di estenuanti lusinghe, abbiamo parzialmente conquistato, tanto da permetterci il lusso di carezzarlo per lungo tempo, cosa che, a detta della proprietaria, non è affatto usuale. Il fatto che non la conoscessimo e che ne ignorassimo addirittura l'esistenza è solo imputabile al nostro vecchio incancrenito immobilismo, quello che non ci consente di sperimentare novità che non appartengano ai nostri circuiti. E invece, Meri Lu Jacket è una vera e propria autorità cantautoriale europea, che da Lisbona in poi, dove ha iniziato a esibirsi, continua a seminare applausi e approvazioni ovunque si presenti, arciconvinta che la sua dimora ideale sia quella dove sta meglio in quel preciso momento. Piccola, ma con una cazzimm addosso che suggeriamo l’antitetanica a chi volesse questionare con lei; delicata, aggressiva, completamente padrona di sé stessa e del palco, che vive in compagnia della sua chitarra, che manovra con disinvoltura, passione e estrema padronanza. È una bambina/vecchia, Meri Lu Jacket; si muove con la deambulazione di un’emozionata esordiente, ma si esibisce con la potenza di una veterana: incarna l’arte della sofferenza, anche se dà sistematicamente l’impressione di sapere dove trascorrere la notte e dove posizionarsi, l’indomani, quando farà giorno. Anche lei, oltre che presentare alcuni suoi brani, si è cimentata nella rilettura di alcuni classici, convincendo a pieni voti tutti (ma soprattutto noi), quando si è imbarcata nel viaggio tra i meandri di Etta James, scegliendo, del suo repertorio, I’d Rather go blind, brano di rara bellezza e immenso dolore, riportato in auge da Beth Hart. Da stasera, e per tutta la settimana, sarà dalle parti del mare: Portoferraio (con Roberto Luti, altro gigante, silenzioso, ma musicalmente imponente), Follonica, Punta Ale e Torre Mozza. Non la cercate sul web: andate a sentirla.

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