
FIRENZE. La bellezza, giunonica, e l’eclettismo, non affievoliscono. Monica Guerritore, sessant’anni il prossimo 5 gennaio, resta una delle femmine più fatali del cinema e del teatro italiano e anche nella sua ultima fatica, Mariti e mogli (alla Pergola, di Firenze, fino al prossimo 2 gennaio), che sta portando, come regista e protagonista, per mano a spasso per l’Italia, nonostante l’insostenibile leggerezza della commedia all’americana di Woody Allen, la signora dei palcoscenici si prende la scena e, messa sotto il braccio, la porta con dignità fino alla conclusione. Il resto del cast, a onor del vero, non fa rievocare con la dovuta arguzia quello cinematografico, perché se Monica Guerritore non ha davvero nulla da invidiare alla collega Mia Farrow (anzi, è l’americana a non reggere il confronto), il resto degli attori, rispetto a quelli statunitensi che impreziosirono la pellicola del 1992, sì, e anche parecchio. La trasposizione teatrale è indovinata e la notte di tuoni e fulmini avvolge, tra nonsense e macabro romanticismo, la compagnia di amici e conoscenti che si ritrovano in una sala da ballo dalla quale non usciranno che all’indomani, con le ossa scricchiolanti, i cuori infranti e inaspettabili novità.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. Benedetta Gomorra, altrimenti, certi tentativi, sarebbero potuti rimanere nei cassetti di chissà quali scantinati dei Bassi. E invece, il giovanissimo Marco D’Amore, si è presa la briga di catapultare, in un sogno, il dramma dei suburbi statunitensi e portarlo a due passi da casa sua, per ridisegnarne un affresco tutto napoletano. Il tentativo di rimettere le mani su American Buffalo - monetina americana dall’inestimabile valore, regolarmente acquistata da un autodidatta rigattiere senza acume alcuno da un fine intenditore -, è l’escamotage teatrale attorno al quale tre diseredati imbastiscono e pianificano un improbabilissimo furto. Della trama, dell’epilogo, dell’incipit, credeteci, non ce ne frega nulla: se vi preme, andate a vederlo, non ve ne pentirete; anche se per dovere di cronaca vi segnaliamo che sarà al Teatro Manzoni di Pistoia fino a domenica 17 dicembre, che è tratto da un’opera di David Mamet, tradotta da Luca Barbareschi, adattata da Maurizio de Giovanni e che vede in scena, oltre al regista, Tonino Taiuti, l’ala musicale del teatro napoletano e Vincenzo Nemolato.

PRATO. Una divertentissima ragnatela di ipocrisie, crudeltà, cinismi, un quadretto familiare di rara cattiveria e di tassonomico riferimento brechtiano. Anzi, un ring, dove sono ammessi anche i colpi bassi, in alcuni casi, dove non vince nessuno, se non il male di vivere, che tutti noi, mariti e mogli, inesorabilmente, incontriamo. Play Strindberg (rielaborazione della Danza macabra di August Strindberg, di Friedrich Durrenmatt, affidata alla regia di Franco Però, al Fabbricone di Prato fino a domenica 17 dicembre), è, oltre che un graditissimo esercizio teatrale per tre vecchi marpioni (si aggirano attorno ai sessanta, vecchi è in corsivo, eh) che conoscono perfettamente il proprio lavoro, una disputa senza tempo, un miserabile affresco della falsità matrimoniale che riesce a trascinarsi dietro, con estrema leggerezza, tutto il peso incombente e devastante dei sotterfugi che ognuno di noi calibra e gioca a proprio piacimento, collassi compresi.

LASTRA A SIGNA (FI). La situazione, nel frattempo, non è migliorata. Anzi. La società continua a sfornare serie illimitate di Luciana Colacci, che (s)fortunatamente non tutte reagiscono come il personaggio cardine di Gli ultimi saranno ultimi, rappresentazione teatrale sfornata dodici anni fa dall’idea di Massimiliano Bruno, catapultata al cinema nel 2015 e tornata in scena, ieri sera, al Teatro delle Arti di Lastra a Signa, a Firenze, con la regia di Marco Contè e il solito camaleontismo di Gaia Nanni, una e tutte. In un paesino qualsiasi di un’Italia martoriata da se stessa, si ritrovano, in un contesto drammatico, dolcissimo e fantozziano, una donna delle pulizie, un’amministratrice delegata e un’operaia della GreenLife, azienda internazionale leader in sfruttamenti, un poliziotto friulano mandato a fare gavetta altrove e una trans colombiana.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. È andata all’incirca proprio così: abbiamo sognato, ci abbiamo creduto, ma abbiamo perso. Ora, in quegli scantinati nei quali un giorno si costruivano i volantini con il ciclostile, si scopava come dannati senza alcuna precauzione, ci si stordiva il sistema nervoso con quantità industriali di fumo – buonissimo -, si leggeva in continuazione, si ascoltavano talenti e si suonava pure, solo Musica ribelle, naturalmente, da dove si trasmettevano clandestinamente (Radio Nebbia) gli appostamenti, si leggevano i sogni, si produceva la felicità, dove c’è ancora tutto, conservato come reliquia, i proprietari, che sono stati compagni, ma che non lo sono più, in quei sottoscala lontani dagli occhi indiscreti della polizia, ma sotto il rigido controllo della rete informatica (che è molto peggio), ci vanno le nuove orde giovanili, senza regola alcuna, per organizzare rave, che sono i nuovi uffici per stordirsi, proprio come succedeva quarant’anni prima, ma senza il minimo criterio, senza messaggi, senza rivendicazioni, se non quello di sottrarsi da un futuro, che non esiste più.
di Luigi Scardigli

PRATO. Sul dondolo ci giocano i bambini. Ma quando cala la sera e i piccoli sono già stati riportati in casa dalle mamme e, dopo aver fatto il bagnetto, messo il pigiama e portati a letto, sui dondoli, spesso, ci giocano i grandi, soprattutto quelli che sono a caccia del tempo perduto, facendo finta di non sapere che quel gioco è riservato a corporature esili e di scarso peso e che sotto lo sforzo degli adulti, rischiano di rompersi. Valentina Banci e Flavio Cauteruccio sono due di loro, due di noi, due scelti da Roberto Latini, che li ha vestiti da majorette e superman e li ha messi lì, ai lati del lungo tavolo, che spesso è un pendolo, uno scivolo, un trabocchetto, un gioco di prestigio, un esercizio ginnico, un amplesso, una tentazione, un rischio, una sodomia, affinché provino a parlarsi, confrontarsi, avvicinarsi. Confidando nel loro camaleontismo, nella loro sensualità, nella loro sessualità; con risultati empaticamente e scenicamente ideali, teatralmente sublimi. Il pubblico, quello del Fabbrichino di Prato, che ieri sera, 1° dicembre, ha assistito alla prima nazionale di Quartett (si replica fino al 17), per entrare fino in fondo nella visione surreale del testo di Heiner Muller, tradotto da Saverio Vertone e portato in scena da quel visionario di Roberto Latini,

PISTOIA. È così magico il teatro-circo dei fratelli Forman, che si potrebbe addirittura soprassedere al ruolo del cantastorie e ottenere, comunque, il fascino, indiscreto della magia. A patto però che nel ruolo di narratore non ci sia Massimo Grigò, perché quando è così, il racconto diventa davvero fiaba e i bimbi, ma anche i loro genitori, si immergono nel tutto nella storia, incantata e incantevole, di Aladino. È successo al Funaro, a Pistoia, ma siamo pronti a scommettere che su un impianto così ben architettato di felliniana memoria e affidato al misterioso diaframma di Massimo Grigò, il sogno, ammalierebbe tutti i suoi spettatori, a qualsiasi latitudine. La scenografia è veramente monumentale, senza perdere nemmeno un atomo dell’intimità familiare che riconduce alla famiglia classica, quella del Mulino bianco, tanto per intenderci, che attorno al fuoco del camino di una casa di montagna immersa nella neve, si raccoglie attorno al calore salvifico della legna che arde per sentire il nonno che racconta una storia.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. I volti rilassati del numerosissimo pubblico della Pergola ci hanno indotto a pensare, poco prima dell’inizio de L’ora di ricevimento (fino a domenica 28 novembre al Teatro della Pergola, a Firenze), che non si sarebbe trattato di un’analisi e un attacco furioso ai tempi di profonda trasformazione che stiamo vivendo e che avevamo ipotizzato fossero sviscerati. Però eravamo autorizzati a pensarlo che Fabrizio Bentivoglio, il professore di francese di in un Istituto scolastico delle Banlieu, si sarebbe dovuto confrontare con una classe, di tredici adolescenti, di profonde difficoltà e differenze. E che l’incontro/scontro con i rispettivi genitori nell’ora (dalle 11 alle 12) di ricevimento avrebbe prodotto incomprensioni, manicheismi, scintille generazionali, se non razziali. E invece, Stefano Massini, che ha affidato la regia ad un molosso di nome Michele Placido e con loro la produzione del Teatro Stabile dell’Umbria, han preferito optare per una chiave di lettura e traduzione decisamente ottimista, per non dire buonista, spostando addirittura l’accento (che si consacra nel finale della rappresentazione) sul vizio, comune a molti Prof., ma anche e soprattutto a chi è nella posizione di decidere della vita degli altri, di farsi condizionare dalle apparenze, dalle deambulazioni, dai linguaggi o, come nel caso specifico, dalla scelta del banco a inizio anno scolastico fatta dagli studenti.

PISTOIA. Ai molti spettatori che, durante l’intervallo, fingendo di essere diventati tabagisti, hanno preferito abbandonare il Teatro Manzoni per andare ad appisolarsi altrove, possiamo solo dire che la seconda parte di Richard II ha offerto due o tre spunti simpatici, quasi comici, che ne hanno leggermente risollevato le sorti, senza comunque avere il potere di riportare la tragedia shakespeariana, oggettivamente poco brillante, rispetto al sontuoso repertorio, seppur attualissima, su accettabili livelli di gradevolezza. In troppi angoli, anche se correttamente minimalista, ma luminosa e compiuta, la rappresentazione è parsa un inutile esercizio di stile di una tragica tragedia che non ha fatto altro che appesantire un copione già poco malleabile. A questo, poi, occorre aggiungere la scelta, culturalmente spiazzante, ma indovinata, di affidare il ruolo del Re, indebitamente spodestato, a Maddalena Crippa.

PRATO. Ebbe paura della critica e per questo, quattro anni dopo il debutto (1921), lo ripresentò, riveduto e corretto, aggiungendo al testo originario una prefazione che ne giustificasse la follia: peccato. Peccato, perché sarebbe stata cosa sana e giusta che il pubblico di allora facesse uno sforzo superiore e riuscisse a scorgere, contemporaneamente alla stesura del dramma, la sua universale e lungimirante intuizione e gli tributasse immediatamente, anziché accoglierlo alle grida isteriche di Manicomio, Manicomio!, come urlarono molti romani a fine rappresentazione al Teatro Valle, la sua sconfinata tragica bellezza. Quasi un secolo dopo, però, e precisamente nel 2017, di novembre, giovedì 16 (si replica stasera, 20,45, domani, 19,30 e domenica 16,30), al Metastasio di Prato, al termine della fedelissima meravigliosa maratona rievocativa dell’opera massima di Luigi Pirandello, il pubblico si è alzato dalle poltroncine e ha voluto applaudirli in piedi i Sei personaggi in cerca d’autore (prodotto dai Teatri Stabile di Napoli e Genova e da quello Nazionale).

PRATO. Il palmares parla da solo; quelli dell’Ubu si sono genuflessi e dopo averli ringraziati, li hanno omaggiati di premi. E non siamo andati a vederli, oggi, al Fabbricone di Prato, nell’ultima replica del cartellone, con la volontà di allinearci agli applausi tributati loro dai colleghi in precedenza, né con quella opposta di darci il tono della voce, quella che esce fuori dal coro e si pavoneggia per l’unicità del controcanto. È solo che oggi pomeriggio, a Prato, con Amore, non abbiamo preso la scossa, tutto qui. Senza voler sottrarre nulla all’originalità dell’idea e alle sue scientifiche banalizzazioni: il colloquio surreale su due lapidi attigue, popolato a talamo da due coppie di anonimissimi vecchietti: un marito e una moglie e due vigili del fuoco (Francesco Sframeli e Spiro Scimone, che firma anche la regia e Francesco Casale e Giulia Weber), un comandante e un pompiere semplice, legati, questi ultimi, da un amore omosessuale clandestino consumato in fretta e furia, di soppiatto, dietro la betoniera e mai dichiarato, soprattutto in Caserma.

FIRENZE. Ha fatto anche un piccolo accenno di break dance, scimmiottando, con una geniale vena umoristica, anche l’intramontabile Jako. Quelli che l’hanno applaudito ieri (si replica stasera, sabato 11 novembre, alle 21) a scena aperta e anche dietro il suo esplicito suggerimento (ogni tanto espone un cartello con le scritte degli sketch che andrà a presentare; talvolta, c’è scritto applausi), al Teatro di Rifredi l’avevano già visto; non ricordiamo quando precisamente, ma sicuramente dal 1992, da quando iniziò a portare in giro per il mondo La lettera, il capolavoro anomalo di un personaggio obliquo dell’intellettualismo francese, Raymond Quineau, lmanipolato, più che liberamente tradotto e catapultato in scena. Un po’ Jacque Tati, ma anche parecchio i Brutos, nonostante sembri, in realtà, un contrabbassista jazz anni ’50, Paolo Nani è veramente un animale del linguaggio del corpo, delle orbite, delle mani e delle sue incalcolabili proprietà aritmetiche ed espressive.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. Sono tutti portoghesi i passeggeri del treno arrivato, senza partire, alla stazione di Pistoia; del resto, nessuno che li abbia accompagnati alla partenza e nessuno che li aspetti all'arrivo. Non hanno biglietto perché non hanno mai viaggiato e non sanno che occorra per viaggiare e soprattutto perché a nessuno di loro, qualcuno, ha mai detto che serva un tagliando per riuscire, se non a partire, almeno a sopravvivere. Del resto, un solo vagone, più vuoto che pieno e solo in fondo alla carrozza, che senso avrebbe farlo circolare. Ma anche questo modestissimo scompartimento, lontano dall’essere nemmeno parente delle affascinanti e supersoniche Frecce, senza locomotiva e non annunciato dagli altoparlanti, se non per un ingombro che ne rimanda la partenza, che è solo un peso per le economie aziendali dei trasporti, ha comunque bisogno dei propri protocolli e delle sue regole e perché queste vengano rispettate e applicate, è necessario che a bordo ci sia almeno un controllore, anzi, Il controllore.

PISTOIA. Il vecchio e il nuovo. Il vocabolario teatrale dovrebbe fare i conti con queste realtà estreme e portare in scena, soprattutto nelle scuole, Emilia, capolavoro brechtiano scritto e diretto dall’argentino Claudio Tolcachir, che oggi pomeriggio conclude il trittico al Teatro Manzoni di Pistoia. Una palestra potrebbe ospitare i pacchi e le valige accatastati nel salone della nuova abitazione dove Walter (straordinario Sergio Romano), sua moglie Carolina (imponente Pia Lanciotti) e il giovane figlio della donna, Leo (perfetto Josafat Vagni), si sono da pochissimo trasferiti. Una famiglia ideale, seppur non purissima, visto e considerato che Carolina, Leo, non l’ha progettato con Walter, ma l’ha avuto da Gabriel (Paolo Mazzarelli), un freak maledetto, a suo tempo irresistibile, che è lì, nei paraggi dell’appartamento e che aspetta, come un falco predatore, ora che non ha più lo spirito e lo smalto adolescenziale, che scocchi il momento ideale per riproporsi alla sua famiglia originaria dimenticata e abbandonata.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. Siamo onesti: a Geppetto, in modo così ostinato e centrale, non ci aveva mai pensato nessuno, nemmeno Carlo Lorenzini, soprattutto perché la figura di Pinocchio è già, di per se’, abbastanza ingombrante. Ma che Geppetto poi potesse essere uno dei due genitori e che l’altro potesse essere, anche lui, un Geppetto, occorreva vivere, in prima persona, la problematica della famiglia dalla prospettiva gay. Altrimenti, si sarebbe continuato a dimenarci sulle fallacità del naso che si allunga, sulla meraviglia della procreazione e si sarebbe infittito il mistero dell’ambiguo e peccaminoso ruolo della Fatina. Tindaro Granata, invece, ha voluto approfittare di una delle favole più famose per ragazzi e poggiare l’attenzione intorno al papà, anzi, ai papà, perché Pinocchio/Matteo, di papà, non ha solo il leggendario falegname/veterinario/Luca, ma anche l’altro, Tony. Ironia della sorte, poi, ha anche voluto che la coppia omosessuale fosse del Sud, del profondo Sud e che dovesse faticare parecchio, per riuscire ad affrancarsi da tutti gli stereotipi per far sì che il loro amore e i loro diritti genitoriali venissero accettati.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. Il coefficiente artistico di un soggetto che calca le scene lo si misura anche dal volume con il quale riesce ad occupare lo spazio. Roberto Latini, da questo punto di vista, che non è opinabile, non può prendere lezioni da nessuno. Perché nonostante non sia un marcantonio, in scena, è semplicemente monumentale, letteralmente gigantesco. A una conoscenza enciclopedica dei tempi e dei segmenti fisici occorre poi aggiungere l’utilizzo catartico che fa del diaframma, amplificato a dovere, che gioca un ruolo decisivo nell’analisi collettiva degli spettacoli. In particolare nel Cantico dei cantici, che sarà replicato stasera e domani, 28 ottobre, al Teatro di Rifredi, dopo il battesimo produttivo di Fortebraccio teatro e grazie al sostegno di Armunia Festival. L’avevamo già visto e recensito, lo spettacolo, quest’estate, al Castello di Castiglioncello. Siamo tornati a vederlo, perché era opportuno farlo: osservarlo all’opera, Roberto Latini, è un piacere indiscusso e poi, eravamo convinti che qualcosa, al debutto, ci fosse sfuggito.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. Inutile che vi si suggerisca di non perderli; almeno in questa tornata al Foyer del Teatro di Rifredi è impossibile, perché fino a domenica prossima, le repliche sono tutte sold out. Giusto e normale, perché la partita di Bruna è la notte, senza intervallo, è un match che va visto e condiviso fino in fondo, una rappresentazione, volutamente disagiata, in perfetto precario equilibrio che si avvale di un simpatico guascone polistrumentista (al piano, alla fisarmonica e alla chitarra, ma forse, di strumenti, ne suona anche altri), Alberto Becucci e di un poliedrico mattatore, Alessandro Riccio, ancora una volta un altro, ancora una volta esemplare. Non ci dilunghiamo sulla dinamica del testo perché arriviamo a recensirlo decisamente in ritardo (è in giro da tre anni), però non ci vogliamo in alcun modo sottrarre dall’intasato incolonnamento delle lodi perché è giusto che la coppia ne faccia incetta.

PISTOIA. Dopo la rappresentazione, nell’incontro con il pubblico, Virgilio Sieni avrà anche avuto modo di spiegarli, alcuni dettagli, a cominciare dal titolo, Pulcinella Quartet. Ma al di là della profonda stima che ci lega al regista, siamo, per principio, contrari alle spiegazioni, soprattutto perché sempre atterriti dal fatto di dover poi scoprire, a carte scoperte, di non aver capito nulla di quello che volesse dire l’ideatore. In questo caso, però, ci possiamo accontentare – e ne avanzano, per un bel po’ di tempo – delle emozioni ricevute a livello epidermico dal primo spettacolo al teatro Manzoni di questa stagione 2017-18 che ancora deve iniziare, che al di là di Pulcinella, dei suoi due padroni e di Virgilio Sieni, sono state impressionanti.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. Giorgio, Enzo, Dario e Gianmaria, i suoi maestri, se ne sono andati. Tutti. E lui, per quel patto tacito stretto con ognuno di loro, è ufficialmente autorizzato a spacciare per proprie le gags partorite da altri, quelle attorno alle quali imbastisce un discorso per poco più di un’ora e si porta, tranquillo, a casa lo spettacolo. È un buffone, Paolo Rossi, misterioso, facilitato inoltre nell’operazione clownesca da un viso incartapecorito sulle proprie false sciagure, ma sostanzialmente onesto e ogni volta che estrae dal proprio cilindro qualche gemma non originale, ha la correttezza e il buon cuore di dirlo a quale fonte si stia ispirando; a patto che si ricordi di chi si tratti, perché, come ha ribadito anche ieri sera, è sempre meglio un alcolizzato famoso che un alcolista anonimo. E anche ieri sera, 19 luglio, alla Fortezza Santa Barbara di Pistoia, il piccolo saltimbanco friulano (di Monfalcone) - milanese nello slang e nell’immaginario collettivo dei suoi numerosi estimatori - nella propria improvvisazione – parecchio rodata, in verità e ormai autotrasportata da più di un anno in tournée – accolta dalla Fondazione Giorgio Gaber, che ha devoluto l’incasso della serata alla Fondazione Firenze Radioterapia Oncologica, i suoi maestri, Gaber, Iannacci, Fo e Testa, che sono stati anche grandi amici, ha voluto ricordarli.
di Luigi Scardigli

CASTIGLIONCELLO (LI). Inequilibrio non è come inesperto, inadatto, incapace. La in prefisso, in questo caso, non è privativa, ma semplicemente scorretta e sarà proprio perché rappresenta un’eccezione alla regola dei linguaggi comuni, accettati, contemplati da slang, prima che da dizionari, che quelli di Armunia, da diciannove anni, continuano a riproporre – siamo alla xx edizione – Inequilibrio. Gli incontri sono numerosi, al Castello Pasquino di Castiglioncello, anche se rispetto agli esordi, il Comune di Rosignano Marittimo è ormai rimasto solo a credere in questa forma espressiva di arte contemporanea; gli altri, della zona balneare livornese, hanno dato forfait, preferendo restare in equilibrio, anziché inequilibrio. Ne abbiamo visti solo due: Geografie dell’istante, di Manfredi Perego, con Chiara Montalbani e Gioia Maria Morisco e Il cantico dei cantici, di e con Roberto Latini, spettacolo questo che ha sostituito, all’ultim’ora, per maltempo, Noosfera Lucignolo, sempre del vulcanico attore romano.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. Solo San Martino di Castrozza ha ancora il fascino del secondo decennio del XX secolo, probabilmente; il conio, però, non è più quello di allora: c’è l’euro. Anche quella nobiltà, quella finta nobiltà, tipicamente austriaca, ma non solo, si è lentamente, ma inesorabilmente, sgretolata. Ci sono due cose che rendono straordinaria La signorina Else, una delle novelle più crude di Arthur Schnitzler: l’immarciscibile contemporaneità dell’opera (che ha quasi cento anni) e Lucrezia Guidone, una ronconiana ad origine controllata, un talento (in)naturale – ha studiato tanto per essere arrivata, così giovane, a quei livelli – alla quale Federico Tiezzi ha affidato, senza batter ciglio, il ruolo della protagonista. Al suo fianco, tre musicisti indispensabili alla riuscita della rappresentazione e Martino D’Amico (von Dorsday), il facoltoso amico di famiglia, che trascorre le vacanze nello stesso albergo delle Dolomiti dove soggiorna la giovane viennese, l’unico in grado di poter prestare 30.000 fiorini (che raddoppiano quasi, quando alla lettera della madre, si aggiunge il telegramma) alla famiglia utili ad evitare al padre della signorina Else, avvocato con il vizio del gioco, un clamoroso, infangante e letale arresto per furto.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. Si relaziona solo e soltanto con il suo amico Pietro (Gianluca Casadei, al piano e alla fisarmonica), Ascanio Celestini. Rispetto a Laika, primo step di una trilogia che si chiuderà nel giro del prossimo anno, probabilmente, non è più Gesù; anzi, forse lo è ancora, ma ha superato l’esame da professionista: ha finalmente potuto lasciare la cronaca nera seguita dalla strada ed è stato nominato cronista. Da quella stanza ha scritto Che fine hanno fatto gli Indiani Pueblo? sottotitolato storia provvisoria di un giorno di pioggia. La finestra dalla quale osserva il mondo e le sue miserabili imprese è quella della redazione: se fa freddo ci sono i termosifoni accesi; se è caldo, l’aria condizionata. La casa, quella di 35 metri quadrati nella quale viveva, a Roma, davanti all’ipermercato, deve essere stata buttata giù dalle ruspe, per far posto a una rotonda, forse, o a una banca. Ma il mondo che scorre sotto è sempre lo stesso; anzi, ancor più povero e triste di prima, probabilmente.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. Fanno lo stesso devastante effetto a Foggia come a Cuneo? Non lo sappiamo, ma si farebbe presto: basterebbe organizzar loro una tournée e stare a guardare. Qui, nei loro paraggi, dove hanno iniziato a scommettere sulla loro assoluta capacità del nonsenso, sono, letteralmente, un’istituzione. Alla Fortezza Santa Barbara, ieri notte, tra il 22 e il 23 giugno, in uno dei tanti appuntamenti di Pistoia Teatro Festival, con Gran Glassé, se n’è avuta l’ennesima popolare conferma. Anche lontano dal palco, da intuizioni recitative, da prove in vista di uno spettacolo che verrà, Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi, Luca Zacchini e Giulia Zacchini, Gli Omini, sono esattamente un Mario Cioni sotto controllo sedativo con licenza di esenzione farmacologica in prossimità di uno spettacolo, una massaia frustrata che avrebbe saputo fare un sacco di cose, passando velocemente e con disinvoltura da un uomo ad un altro, un diversamente abile dall’aspetto rassicurante e per questo ancor più infingardo e una tenera crocerossina che, a furia di frequentarli e accudirli, quei tre, ha finito per assimilarne tutte le psicopatie.

PISTOIA. Forse ci dobbiamo arrendere all’evidenza che la danza, quella che ci ricordiamo e che si continua a studiare in quasi tutte le scuole per adolescenti nel mondo, anche se lì, spesso, è popolata da bambine in cerca di forma e autostima, non esiste più. Da una parte è giusto: si danza la vita delle banlieu in inverno, non i sogni del quartier Latino di mezza estate, ormai ridotti al lanternino in termini di percentuali esaustive. Il merito, o la colpa, scegliete voi, è tutto di Pina Bausch e di quello che è riuscita a instillare nelle visioni artistiche dei suoi discepoli. Una di queste, tra le più rappresentative, è quel genio straordinario di Cristiana Morganti, che ieri sera, al Teatro Manzoni di Pistoia, all’interno della copiosissima rassegna Pistoia Teatro Festival, ha portato in scena A fury tale, una favola vera, decidendo però di stare tra gli spettatori e affidando il racconto della sua vita e di quella di migliaia di altre donne, a Brianna O’Mara e Anna Wehsarg.

PISTOIA. È un testo per i giovani, La rivoluzione è facile se sai come farla. È scritto sul depliant. Vecchietti come noi, nel giardino della Fortezza Santa Barbara, a Pistoia, infatti, ce n’erano davvero pochi per questo appuntamento notturno, anziché serale, del Pistoia Teatro Festival, scheggia naturale di Teatri di Confine e necessaria per questa (im)provvida incoronazione pistoiese a Capitale della Cultura. Ma più che il testo, riservato ai giovani, è stato l’orario: alla nostra età, iniziare ad assistere ad uno spettacolo, particolarmente complesso, seppur ameno, soprattutto nel dipanamento delle premesse, intorno alle 23, è dura. Ce l’abbiamo fatta, comunque, ad arrivare fino in fondo, ma non è stato semplicissimo. E non perché i tre battitori liberi, Paola Aiello, Nicola Borghesi, che firma anche la regia e Lodo Guenzi siano degli sprovveduti.
di Luigi Scardigli

PRATO. Più brava che irriverente, Silvia Gallerano, interprete direttissima, solitaria e parecchio punk di La merda, lo spettacolo di Cristian Ceresoli andato in scena alle biblioteche Lazzerini di Prato. Sì, perché l’attrice ha dei numeri straordinari, figli di studi meticolosi fatti sul diaframma e sul corpo, con estrema attenzione per le estremità: gli arti inferiori e il viso. Dello spettacolo, che raccoglie incetta di premi e riconoscimenti da circa cinque anni ovunque venga ospitata la rappresentazione, evitiamo di parlarvene: è la denuncia del sistema elevata a sistema, nell’antico, perverso e irrisolvibile meccanismo della domanda maschista e dell’offerta femminile, un puzzle dove vittime e carnefici si scambiano ripetutamente ruoli e posizioni alimentando il disgusto degli spettatori, che sono a loro volta, prima e dopo la rappresentazione, soggetti prelibati delle stesse identiche nefandezze. Il testo è geniale, nella veloce disamina del rapporto padre-figlia e della voglia/diritto, legittima, della figlia diventata donna, di affermarsi; anche lessicalmente: la merda è impronunciabile e quasi mai pronunciata, ma rende perfettamente l'idea; ancor più geniale la sua incarnazione, nel corpo di una bambina che si presenta completamente nuda sulla scena e nuda resta per l’intera durata dello spettacolo, con una strategica disaffezione ai dettagli.
di Luigi Scardigli

PESCIA (PT). Canta, con dovizia di intonazione; recita, con estrema disinvoltura; balla, con tempo e utilizzando il rotear delle mani, e senza suscitare sangue; esercita un’attraente mimica facciale, per non parlare delle voci gergali (straordinaria quando indossa i panni tremuli e caduchi della nonna di Cappuccetto rosso, una vecchia fiorentina con un trascorso di tossicodipendenze) e ha, soprattutto, un senso, smisurato, dell’humor. Erano, questi, una volta, i requisiti che animavano le migliori soubrette: ci vengono in mente Mina e Loretta Goggi, tanto per citare due vallette straordinarie. Manuela Bollani, showgirl di razza, antica, genuina, ce l’ha tutte e ieri sera, al Teatro Pacini di Pescia, con il suo C’era una svolta, le ha snocciolate una a una, mettendo in scena un musical atipico, tra lo (s)concerto e lo (s)cabaret.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. Enigmistico e profetico, caustico e delirante, geniale nel senso aladinico del termine, sobillante, istigatore, rivoluzionario, preveggente, ma antico, cultore sofista della parola, della sua forza e delle sue molteplici sfaccettature, non solo toniche e grammaticali, ma significanti. Alessandro Bergonzoni è ancora così, per fortuna, come lo è sempre stato, anche se con qualche chilo in meno, a onor del vero; così lo abbiamo conosciuto e così sarà consegnato ai posteri. E già questo, la sadica necessità dell'informazione patinata di creare un collegamento tra la vita e la morte, è un argomento particolarmente delicato, uno dei tanti che ieri sera, dopo la proiezione di Urge, il suo spettacolo/film, ha affrontato nell’incontro con il pubblico del Funaro, che lo ha invitato in questo onorevolissimo, ma non meno oneroso, anno epocale di Pistoia capitale della cultura.
di Luigi Scardigli

PRATO. Sadico e claustrofobico. Come le nostre esistenze, del resto, soprattutto quando proviamo, anche solo per gioco, anzi, peggio, a interrogarci sul tempo che abbiamo trascorso insieme alla nostra metà, spesso individuata per convenienza, e decidiamo di vuotare tutti i sacchi, casomai approfittando della visita, notturna, indelicata, ma non inaspettata, di una giovane coppia conosciuta la sera stessa. Sul tavolo del salotto di Martha e George (Milvia Marigliano e Arturo Cirillo, che firma anche la regia) ci sono un’infinità di bottiglie e calici, che si riempiono e si svuotano a velocità supersonica; alle due di notte, arrivano i giovani sposini, Nick e Honey (Davide Enea Casarin e Valentina Picello), che nonostante sembrino essere ancora nella fase onirica e illusoria, si adegueranno presto, calandosi perfettamente nel ruolo della vittima/carnefice, al silente gioco del vicendevole massacro prestabilito.
Leggi tutto: Solo chi è senza peccato non teme Virginia Woolf
di Luigi Scardigli

PRATO. Dove finisce il capolavoro e inizia il mistero, che tracima nell’irritazione? Le opere di Romeo Castellucci sono, sistematicamente, esposte a questi insindacabili, ma flessuosissimi, dualismi e Democracy in America (prodotto dalla sua Societas), in scena, in prima nazionale, al Metastasio di Prato, è una di queste, appartenente, con estrema disinvoltura, tanto al primo che al secondo gruppo di pensiero/giudizio. La trasposizione teatrale dell’opera sociologica di Alexis de Tocquevilley è molto libera, iper reale, drammatica nel suo aspetto caricaturale, sofisticamente comica e offre, al regista, scenografo, costumista e responsabile delle ombre, più che delle luci, Romeo Castellucci (solo le musiche sono curate da un estraneo, Scott Gibbons), ogni divagazione, rischiando - e questo è il suo più grande godimento -, puntualmente, di essere osannato tra i profeti o venir condannato a trascorrere il tempo, fino al successivo impianto teatrale, nel girone dei blasfemi.
di Luigi Scardigli

PRATO. Nemmeno all’Unione Sovietica piaceva un granché Tito, tanto che alla prima buona occasione, lo lasciò in balìa di se stesso, coinvolgendo in questo isolamento tutti gli altri Paesi dell’Est europeo comunista. Dal 5 maggio 1980 in poi, dal giorno successivo a quello della sua morte, la Jugoslavia, anzi, la ex Jugoslavia, è diventato unicamente uno scannatoio, una mattanza senza precedenti, con vari dittatori altamente sanguinari (Milosevic su tutti) che hanno cercato di annientare e annichilire le varie etnie slave fino ad allora virtualmente coese, o civilmente represse. Fiona Sansone, giovane regista di Teramo, ha raccolto l’invito della protagonista di mettere in scena, prodotto dalla CSS, Teatro Stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, quel che Mirjana Bobic Mojsilovic ha pubblicato nel suo romanzo, Diario di una casalinga serba.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. È consigliabile, cari mariti, che la spesa andiate a farla voi, anche se siete stanchissimi; soprattutto se tra gli acquisti c’è il detergente. Sì, perché se la lista delle cose da comprare la prendono le vostri mogli e, per praticità, si servono al mercato cosmopolita, che è quello più vicino a casa, statene certi: una sera, rientrando dal lavoro, troverete la vostra metà avvinghiata a Yosip, un rozzo, ma fascinoso croato/balcanico. E non vi fate accecare dalla gelosia, non servirebbe a nulla: il ragazzo ha una sfilza di cugini incredibilmente somiglianti, che si chiamano, tra l’altro, tutti con lo stesso nome. La metafora sull’impossibilità culturale, prima ancora che etnica e fisica, di isolarsi in un angolo incontaminato dal resto del mondo, è paradossalmente, allegramente e cinicamente rappresentata da Angelo Savelli, che dirige Antonella Questa, Ciro Masella e Fulvio Cauteruccio in Alpenstock, scritta oltre dieci anni fa dal drammaturgo francese Rémi De Vos e portata in scena, dopo essere stata tradotta dalla protagonista, al Teatro di Rifredi, in prima nazionale, dal regista fiorentino.
Leggi tutto: Mai andare al mercato cosmopolita, soprattutto a comprare il detergente
di Luigi Scardigli

LAMPORECCHIO (PT). Sono chimicamente simpatici, quelli dei Sacchi di sabbia, così come lo è sicuramente stato, storicamente, Luciano di Samosata, novelliere greco che visse e sbeffeggiò l’ambiente ormai diciotto secoli or sono. Da allora, è cambiato poco o nulla, anche se noi contemporanei, come tutti i contemporanei, del resto, ci si fregi puntualmente di essere primati. E invece, tutto, o quasi, è già stato scritto. Lo sa bene Massimiliano Civica, questo, che con la complicità della compagnia Lombardi/Tiezzi e con il sostegno di Armunia, ha allestito I dialoghi degli Dei, uno dei suoi spettacoli minimalisti, orfano di scenografia, musica e suppellettili, ma non per questo ridotto, se non nella durata.
di Alagia Scardigli

PISTOIA. William Blake in vita pensò a scrivere e a disegnare per rappresentare le sue visioni. Probabilmente, se ci fossero stati mezzi adatti già a quei tempi, avrebbe anche registrato qualcosa di musicale o di visivo per i posteri. Ma, almeno questo, lo ha lasciato fare a noi. E, dunque, il nostro modo per omaggiarlo non può essere se non qualcosa che già è insito nelle sue poesie: musica, suoni, rumori, immagini. Nello spettacolo Blake EternalLife Show, prodotto dal Teatro del Carretto e scritto dalla coppia Pappacena/Vezzani, in scena ieri, 21 aprile, in prima nazionale al Funaro di Pistoia, vediamo all’opera quel che Blake ci ha lasciato per iscritto. L’obiettivo era dare voce a ciò che non poteva, all’epoca, essere tramandato in questo modo. E, così, due voci femminili (Elena Nenè Barini e Elsa Bossi) e due maschili (Giacomo Vezzani e Fabio Pappacena) cantano i versi del poeta visionario.
di Luigi Scardigli

BAGNO A RIPOLI (FI). Solo le favole si chiudono, abitualmente, con …e tutti vissero felici e contenti. Nella realtà, invece, le cose, vanno quasi sempre al contrario; per i portatori di disabilità, il quasi, è eufemistico. Con lo speaker di Isoradio in sottofondo e la pioggia che scroscia di fuori (due elementi che si appiccicano ai ricordi del pluripremiato capolavoro sul grande schermo), H come amore –prodotto da Tedavi ’98 - è una storia di queste, anche se la speranza che anche da noi, come altrove, dove la Chiesa non detta condizioni, un giorno il vento possa cambiare direzione ha spinto Alessandro Riccio, scrittore, regista e protagonista dello spettacolo che ieri sera ha chiuso le repliche al Teatro Antella di Bagno a Ripoli a indurre Halina (Gaia Nanni), una prostituta russa, a lasciare nell’appartamento, dove Stefano (Alessandro Riccio) vive con sua madre (Deanna Melai), la borsa piena di soldi pattuiti per la prestazione.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. La premessa di subdolo pacifismo ci aveva tratto in inganno; poi, però, il Giulio Cesare di Alex Rigola si è fortunatamente dimenticato dell’autoantefatto del Nobel obamiano e si è beatamente spianato per l’intera rappresentazione, raggiungendo picchi di capolavoro in più di una circostanza. Certo, l’opera originaria di William Shakesperare non ha bisogno di molto altro, per arrivare a dama e in tripudio, in ogni stagione e al cospetto di qualunque pubblico, ma la mano del regista spagnolo è parsa parecchio coraggiosa, audace, contaminante, a volte delirante, ma sempre calibrata, attenta, lucida. A iniziare dall’effetto introduttivo cinematografico, che ricorda la produzione del Teatro Stabile del Veneto; uno schermo che è anche un parallelepipedo e nel quale entrano ed escono vincitori e vinti.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. Dobbiamo iniziare ad arrenderci al personaggio Alessandro Riccio. E non lo diciamo con l’alterigia di chi stenti a riconoscere di aver preso un abbaglio, ma nelle precedenti rappresentazioni teatrali, l’autore/attore fiorentino, seppur non mostrando mai il fianco alla possibilità di non essere preso nella debita e meritata considerazione, non ci aveva mai convinto. Ieri sera però, con il suo nuovo spettacolo, Sotto spirito, al Teatro di Rifredi, il suo neo-verismo è andato decisamente oltre ogni nostra ingiustificata diffidenza e al termine della rivisitazione della vita di Eusapia Palladino, la maga (?) pugliese naturalizzatasi napoletana che divise letteralmente l’Europa illuminista e scientifica del secondo ‘800 tra fervidi fautori e insolentiti detrattori, non possiamo che unirci al coro, sguaiato, ma colorito, di tutti quelli che in lui han sempre creduto.
Leggi tutto: Eusapia Palladino, la magia di Alessandro Riccio
di Luigi Scardigli

PRATO. Una nuova famiglia, allargata, di diseredati, ognuno con il proprio nome, politicamente scorretto: un vecchio, un negro, una malata d’alzhaimer e una puttana, Vivono tutti lì, attorno a quell’appartamento di una qualsiasi anonima periferia di appena 35 metri quadrati, calpestabili, dove ci abita Gesù (Ascanio Celestini), alcolizzato, di sambuca e delle peggiori marche e il suo amico Pietro (Gianluca Casadei, che suona la fisarmonica e parla con la voce di Alba Rohrwacher). Sono i personaggi di Laika, lo spettacolo del rapper di Morena, che ignora la musica, ma che riesce comunque a suonare, in scena al Metastasio di Prato. È un giorno come gli altri, di quelli passati e di quelli che verranno. La fine è alle porte; come l’inizio, purtroppo. Non c’è più scampo. È il teatro della parola, alcune volte balbettata, per timore di dirle troppo grosse, perché per i miracoli ci vogliono i santi, che prima, però, devono morire.
Leggi tutto: Dalla finestra di quell'appartamento di 35 metri quadrati, calpestabili
di Luigi Scardigli

PRATO. Scritto da Michele Sinisi, con Francesco Asselta e, in ordine alfabetico, con Diletta Acquaviva, Stefano Braschi, Gianni D’Addario, Gianluca Delle Fontane, Giulia Eugeni, Francesca Gabucci, Ciro Masella, Stefania Medri, Giuditta Mingucci, Donato Paternoster e Michele Sinisi. La regia è di Michele Sinisi, coadiuvato da Domenico Ingenito e Roberta Rosignoli; Federico Biancalani firma la scenografia, i costumi sono di Gdf Studio; Arman Avetikyan è l’aiuto costumista. Il testo, notoriamente leggendario, imperituro, eterno, è di Eduardo Scarpetta: la commedia è Miseria e nobiltà e quello che sono riusciti a riprodurre questo nugolo di professionisti citati uno ad uno è semplicemente sublime.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. E della felicità, ne vogliamo parlare? Sì, certo, ma come! Perché la grande domanda, alla quale rispondere è un’impresa, consiste proprio in questo: che cos’è la felicità? È avere il più possibile, forse. Ma quando la felicità si compra, non se ne ha mai abbastanza. Michele Santeramo ha così deciso di ridurla all’essenziale la propria ricetta, ipotizzandone il minimo indispensabile per riuscire a sopravvivere e poter così dedicare ogni attimo della nostra vita alla ricerca del piacere, fino alla sua più estrema conseguenza, che è poi la giustificazione delle nostre ansie, la morte. Il suo nullafacente, per la regia di Roberto Bacci, in scena al Teatro di Scandicci con una strepitosa Silvia Pasello e tre comprimari che sanno di contorno: suo fratello, Francesco Puleo, il medico, suo ex compagno, Tazio Torrini e l’affittuario dell’immobile dove sopravvive a stento, Michele Cipriani, ne è una tragica meravigliosa testimonianza.

MONSUMMANO (PT). Un quintetto così chimicamente assortito riscuoterebbe comunque successo, divertimento e applausi, anche se, salendo sul palco, decidesse di tacere. Sì, perché Giovanni Guerrieri, Giuliana Gallo, Gabriele Carli, Enzo Illiano e Giulia Solano, che ieri sera, al Teatro Yves Montand di Monsummano – Pistoia -, hanno dato vita a Piccoli suicidi in ottava rima, sono cinque soggetti straordinari, con la dote, rara, di non prendersi affatto sul serio, anche se la loro comicità non è affatto frutto di coincidenze adolescenziali, né il risultato, sorprendente, ma puramente fortunoso, di gratta e vinci. Giocano su una falsa improvvisazione, cara ai cantari trecenteschi - che abbondavano nella zona appenninica tosco-emiliana nel XIV secolo - che avvertirono la necessità di contrastare la sin troppo dotta terzina dantesca con la loro ottava rima.
di Luigi Scardigli

PRATO. Edi non è affatto una ragazza normale; Edi è una ragazza di questi tempi, nei quali, di normale, c’è più ben poco. È figlia unica di genitori seppur giovani e piacenti ormai al tramonto, che hanno preso, controvoglia e a isterico malincuore, la consapevolezza del proprio declino solo per una circostanza che al momento non è sufficientemente presa in considerazione, né dalla cronaca rosa, che si tinge sovente di nero, né dagli studi psicanalitici sulla coppia. Edi ha soltanto un’amica, Mara, con la quale, al massimo, divide la visione di un film in dvd alla tivvù: in definitiva si è rotta il cazzo, di tutto, dunque di nulla, anche se cazzo, da una bocca così giovane incastonata in un visino così delicato, è difficile pensare che possa uscire. La cerimonia, ultimo (in ordine di tempo) lavoro di Oscar De Summa, è a disposizione degli spettatori, da ieri sera, debutto in prima nazionale, fino al prossimo 9 aprile, al Fabbrichino di Prato. Andate a vederlo.
di Annalisa Falché

MILANO. Sono seduta in platea. Accanto a me un signore distinto. Sull’ottantina. Ha un accento siciliano. Chiede a un ragazzo seduto di fronte a lui se tra le mani avesse un libro di Scaldati. Di Franco. "Oh no, non c’entra niente", risponde il ragazzo. Mi fa sorridere tanta ingenuità. Poi parla della famiglia con alcuni amici. "Sono tutti morti i miei fratelli. L’unico in vita sono io". Sorrido sulla morte che mi siede accanto. Intanto cala luce all’Elfo Puccini di Milano. Nell’ombra, la mia attenzione ora è sull’Assassina, di Franco Scaldati, diretto e interpretato da Enzo Vetrano e Stefano Randisi, con musiche originali dei fratelli Mancuso, dal vivo. Stefano Randisi ci sorride con gli occhi. Legge una sorta di glossario siciliano per aiutarci a comprendere i suoni e le parole che andremo ad ascoltare. Il linguaggio non sarà, infatti, totalmente in siciliano come nell’originale, ma non sarà neanche totalmente tradotto in italiano.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. Iniziamo a tessere la ragnatela delle lodi dell’ideatrice e mattatrice solitaria e indiscussa di Un sacchetto d’amore - che ha visto la luce anche grazie alla coproduzione del Centro Teatrale Pupi e Fresedde -, in scena, fino a stasera, al Teatro di Rifredi, a Firenze: Antonella Questa, torinese quasi cinquantenne che ha studiato, molto e con profitto, a Firenze, è una professionista impeccabile, preparatissima, versatile, duttile, con un’invidiabile predisposizione psicofisica alle camaleontiche necessità teatrali.

PRATO. Fra le vostre cose quotidiane portatevi sempre anche un'agenda, dove abitualmente prendete appunti, preferibilmente in versi: il ladro di turno, Nino, per l’esattezza, dopo avervi alleggerito e svenduto la refurtiva, passerà a trovarvi. Non vi renderà nulla, ma non lo odierete, né sarete tentati di denunciarlo; anzi, scriverete per lui e per la sua povera Anita ancora qualcosa, che non produrrà comunque effetto alcuno, come invano lo furono nel dettaglio. Massimiliano Civica, minimalista doc, si imbatte in un nuovo spettacolo tipicamente surreale, riadattando lo scritto di Armando Pirozzi, Un quaderno per l’inverno, prodotto dal Teatro Metastasio di Prato con il sostegno di Amunia Centro di Residenze artistiche Castiglioncello.
Leggi tutto: Il professor Velonà, Nino e le poesie per la povera Anita
di Luigi Scardigli

FIRENZE. Siamo, quasi sempre, quello che non abbiamo mai sognato di diventare. Però, ci accontentiamo e con il passare del tempo, degli anni, finiamo anche per appassionarci alla nostre frustrazioni, diventando interpreti e artefici delle nostre sconfitte. Per questo, tutti, indistintamente, abbiamo bisogno di calore, riparo, difese; per questo, ognuno di noi, splendida sgualdrina, improbabile transessuale, marocchino segnato a fuoco, dolcissimo scricciolo, tenero sognatore, viandante distratto, coreografo puntiglioso, esperto nocchiere abbiamo, in un momento esatto della nostra esistenza, anzi, spesso in più di una circostanza, bisogno di essere protetti.
di Annalisa Falché

MILANO. In platea, al Piccolo di Milano, è tutto esaurito, da giorni. Mi devo accontentare della balconata. I quattordici attori del laboratorio palermitano di Emma Dante sono già sul palcoscenico; sta per iniziare Bestie di scena. Hanno vestiti comodi e le scarpe da ginnastica. Stanno facendo training. Quello che si fa prima di ogni spettacolo. Quello che faccio anch’io. Sono attrice. Vorrei scendere dalla balconata e mettermi sul palco con loro. E fare. Invece, sono dall’altra parte. Sono nel ruolo della spettatrice. Strano. E’ un luogo troppo sicuro la poltrona. Troppo comoda come situazione. Il training s’intensifica. Gli attori si dispongono in cerchio. Poi si uniscono. Le luci in sala si abbassano. Ci siamo. E’ il segnale d’inizio.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. Una rappresentazione dettagliata, anzi, dei dettagli, la Fedra di Seneca, con incursioni euripidee. Andrea De Rosa, il dotto e colto regista e adattatore, che si cimenta da tempo nelle contestualizzazioni dei classici, stavolta ha provato a sfiorare la perfezione e in alcuni momenti della rappresentazione, quella vista ieri sera al Teatro Manzoni (si replica stasera, alle 21 e domani, 5 marzo, alle 16), c’è anche riuscito. Il confessionale trasparente e insonorizzato dove i naufraghi vanno ad animare i loro assoli, è veramente la stanza delle passioni, delle intimità, delle rivelazioni, nella quale Fedra (Laura Marinoni), suo figliastro Ippolito (Fabrizio Falco), il marito Teseo (Luca Lazzareschi) e la damigella (Tamara Balducci: i seni belli vanno fatti vedere, brava), di volta in volta, eseguono i propri virtuosismi, in un crescendo scenografico degno delle migliori fiction cinematografiche.
di Luigi Scardigli

SCANDICCI (FI). I miracoli non esistono; e se succedono, avverano il contrario. Il tragicomico viaggio verso Lourdes che Andrea Cosentino affronta al Teatro Mila Pieralli di Scandicci (si replica stasera, alle 21), alle porte di Firenze, salendo su un pullman della speranza e vestendo i panni, la voce e le frustrazioni di alcuni personaggi che partecipano ad una gita organizzata da una parrocchia ai confini, sperduti e soprattutto dimenticati, tra il Lazio e l’Umbria è infatti uno specchio drammatico, ma onirico, o meglio, onirico, ma drammatico, di un’umanità in cerca di risposte, prima che di riscatto, a domande mai poste, a interrogativi mai affrontati, risucchiati dalla detestabile ma tenera arrendevolezza della commedia umana.
di Luigi Scardigli

SESTO FIORENTINO (FI). Non è frutto di pozioni magiche la forza recitativa di Valentina Banci. Certo, immedesimarsi in Medea, anche su un seggiolone issato sul fianco di un’imbarcazione, avrà avuto sicuramente il suo riflesso, ma si arriva a rasentare la totale compenetrazione nel personaggio che si è deciso di interpretare solo e soltanto se si sono trascorse stagioni intere a lavorare e sudare, duro e tanto. Altrimenti, la vendetta figlia di un tradimento da censo, non potrebbe animarsi con tanta virilità e giungere alla sua totale aberrazione, quando, dopo aver ucciso la donna che le ha strappato il marito e il futuro suocero del consorte, Medea decide di sacrificare anche i suoi due figli (la mitologia parla di tre, ma chissenefrega), affinché Giasone non abbia eredi.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. Un film complesso, un musical anni ’50, una scenografia irragionevole, una cura meticolosa, spasmodica, tassonomica, febbricitante dei dettagli, soprattutto quelli che fanno da corollario alla luce centrale del palco, spoglio, ma occupato in ogni suo angolo, dalla presenza degli oltre venti protagonisti (tutti allievi, giovanissimi, della Scuola dei mestieri dello spettacolo del Teatro Biondo di Palermo) che non smettono un attimo, nessuno, di dare ossigeno, energia, pathos e divertimento, a tratti burlesco, al mitico racconto. Il viaggio della vita, ormai, è un’Odissea, molto più dura e complicata di quanto non lo fu il ritorno a casa di Ulisse dalla moglie Penelope e dal loro figlio Telemaco, descritto, e consumato dalle antologie scolastiche di tutto il Mondo, da Omero. Emma Dante, che firma divinamente il testo e la regia, si è messa all’anima questa pesante, articolata e storicistica rilettura, ambientandola e contestualizzandola e riuscendo soprattutto ad attivare la seconda fase, quella dell’epica attualizzazione di un testo che ha sulle spalle quasi tremila anni.
di Barbara Andreoli

ROMA. Un grande classico del teatro del ‘900, tradotto da Gian Renzo Morteo, torna in scena, a Lo Spazio di via Locri, a Roma (San Giovanni), con la minuziosa regia di Fabio Galadini, sottolineando l'attualità di gran parte della produzione del teatro dell'assurdo. È La Lezione di Eugene Ionesco, dedicata a Alessandro Fersen: un pezzo di grande letteratura teatrale tanto rivelatorio quanto poco visto in Italia. Perché, mentre a Parigi, insieme a La Cantatrice Calva, al Théâtre de la Huchette ogni giorno il capolavoro di Ionesco è messo in scena e riproposto alle nuove generazioni, sembra che Roma da tempo si sia dimenticata di questo autore francese.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. Deambula con qualche difficoltà di troppo, visto che è solo un cinquantenne, lungo il pavimento della camera da letto, Yona Popoch (Carlo Cecchi): i trent’anni di matrimonio che ha diviso e condiviso con la sua Leviva (Fulvia Carotenuto) lo hanno del tutto svuotato, disilluso, ferito a morte. Il culo della sua consorte non è più turgido come quando si sono conosciuti e anche tutto il resto è andato via via perdendo gusto, spessore, anima. Ma il pessimismo di Hanoch Levin è ancor più cosmico di quello di Leopardi, visto e considerato che per il drammaturgo israeliano non c’è Ginestra che possa riscattare il mondo.
di Luigi Scardigli
FIRENZE. È un epilogo silenzioso, la vecchiaia appesantita dalle malattie, che lascia, anche se frequente, quasi sempre senza parole. Sarà per questo che la basca Garbine Insausti ha preferito caricare fino all’inverosimile i suoi attori e, dopo averli mascherati, li ha mandati in scena completamente muti a raccontare André e Dorine, che somiglia la vita toccata in dote ai vostri vecchi genitori, o quella di un’anziana coppia, marito e moglie, che vivono nell’abitazione a fianco, sullo stesso vostro pianerottolo. È la parabola dei sogni infranti, chiusi in un cassetto, allineati sulla mensola del salotto, dove trovano posto i due volumi scritti da lui, con la macchina da scrivere, regalatagli dalla consorte proprio il giorno delle nozze. E alcune foto che li ritrae, giovani, felici, con il loro bambino procreato prima del matrimonio, delle illusioni che non riusciranno a sfatare. Appoggiato al muro c’è anche un violoncello, che lei suona molto bene; anche questo è un regalo di matrimonio: glielo ha fatto il suo giovane marito, memore del loro primo incontro.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. Musica e divertimento, entrambi con le iniziali maiuscole. Certo, lo sanno tutti, quelli che li conoscono, quanto siano bravi e simpatici i cinque della Rimbamband, ma per noi, ieri sera, 28 gennaio, al teatro Rifredi, di Firenze, era la prima volta e in relazione a quanto e come ci siamo rilassati e divertiti tutta la serata, ci corre l’obbligo di suggerirvelo, lo spettacolo, Note da Oscar, che i cinque musicobuffoni replicheranno, sempre a Rifredi, oggi, in pomeridiana e poi ancora da giovedì a domenica prossimi. Due ore scarse per rivisitare, con l’animo sgangherato di chi conosce la musica e i ritmi comici, alcune delle colonne sonore imprescindibilmente legate a pellicole che hanno fatto storia e leggenda della cinematografia.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. Con il tempo, il cannibalismo pasoliniano, si sarebbe dovuto alleggerire. E invece – a conferma delle supervisioni del più grande intellettuale italiano del secondo dopoguerra, ucciso quarant’anni fa da un complotto ordito nei minimi dettagli -, proprio il tempo gli ha sancito il più grande attestato: l’immortalità. Un’eternità violentissima, cruenta, senza scampo, senza vie d’uscita, senza salvezze, un inesorabile inabissarsi nella melma della società borghese, dalla quale è forse praticamente impossibile astrarsi. Il 25enne Julian Klotz (Francesco Borchi) è la vittima sacrificale, la conferma e Porcile, nuovo appuntamento della stagione teatrale del Manzoni di Pistoia (si replica stasera, 28 gennaio, alle 21 e domani, alle 16), per la regia di un sorprendente Valerio Binasco, la sua ideale ambientazione.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. La tentazione sarebbe quella di esordire raccontandovi che attorno al piccolo teatro Bolognini e dentro, ieri sera, 26 gennaio, la logica dell’(in)sicurezza ha voluto che con gli spettatori, a vedere Fa’afafine, lo spettacolo destinato alle scuole ma che l’Atp ha intelligentemente proposto anche agli adulti, ci fossero agenti di Polizia e Carabinieri pronti, eventualmente, a intervenire. E invece, dimenticando volutamente la cronaca, ci concentriamo sullo spettacolo e vi raccontiamo che cosa è stato, e cosa speriamo che diventi, Fa’afafine: un invito, un consiglio, una forma mentis, un suggerimento; la normalità. Basta, ora basta; non se ne può davvero più di dover usare le pinze per parlare di omosessualità. Perché da quando esiste il mondo, nel primo cosmo dell’infanzia, ci sono i bambini, le bambine e i fa’afafine, che poi crescono e diventano uomini, donne e fa’afafine.
di Luigi Scardigli

LAMPORECCHIO (PT). La platea del teatro di Lamporecchio si sta velocemente riempendo. Nella sala, nonostante gli spettatori ci arrivino incappucciati per proteggersi dal freddo intenso che sibila sotto un cielo stellatissimo, si ode il ticchettio della pioggia. La fedeltà alla pellicola di Roman Polanski, Venere in pelliccia, a sipario ancora chiuso, è immediatamente certificata, ma Valter Malosti, il regista, che poi dividerà il palco con una straordinaria Sabrina Impacciatore, ha voglia di andare oltre e non si accontenta dell’elastico vittima-carnefice che anima l’inaspettato incontro tra l’adattatore del romanzo di Leopold von Sacher-Masoch e Vanda Jordan, una borgatara metropolitana doc che aspira a fare l’attrice e che vuole il ruolo di Wanda Von Dunayev a tutti i costi.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. Non è facile prendere per il naso, contemporaneamente e con incredibile leggerezza, due mostri sacri come il colonialismo israeliano legato al secolare conflitto con gli arabi e l’inspiegabile scienza coreografica. Hillel Kogan e Adi Boutrous ci sono riusciti, portando in scena, da giovedì scorso a ieri sera, sabato 21, in esclusiva per la Toscana, sul palco del teatro di Rifredi, We love arabs, un concentrato di ironia, poesia e bellezza, che fornisce e suggerisce addirittura un epilogo: la comunione, la fratellanza, la pace.
Leggi tutto: Come annientare la guerra e demolire la presunzione
di Luigi Scardigli

PISTOIA. La rilettura goldoniana de La locandiera è audace, a onor del vero, ma siamo disposti a concedere qualsiasi divagazione sul tema, anche a costo di voler sembrare e sembrare poco obbiettivi, perché stavolta ci prendiamo il lusso di concentrarci solo e soltanto sulla mattatrice, Laura Morante e tralasciamo tutto il resto. Che merita attenzione, commenti, dubbi, distinguo, valutazioni, oggettive e soggettive, tutte cose che passano, letteralmente, in secondo piano. E non ce ne voglia, ad esempio, Danilo Nigrelli, l’ospite inatteso e strategico; Bruno Armando e Vincenzo Ferrara, i due impresari sinistri invitati per chiudere l’affare; Giulia Andò e Eugenia Costantini, le due escort al seguito, né Roberto Salemi, il contabile sacrificato dalla sua silente vecchia passione. E nemmeno il regista, Roberto Andò, che ha giustamente approfittato della poliedricità recitativa e della bellezza giunonica di Laura Morante per farle riindossare gli abiti di Mirandolina.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. Maneggiato con cura, ma con estremo coraggio, aggirando l’ostacolo criminoso e l’isola di Utoya da chi, inerme, oltre a voler andare a vedere il sangue e il dolore, sente la necessità di capire. E interrogarsi. La risposta, Utoya, spettacolo mandato in scena ieri sera, 17 gennaio, al Bolognini, la succursale del Manzoni, fuori abbonamento stagionale (decisione opinabile, a nostro vedere), non la offre, perché di risposte, Edoardo Erba, che ha affidato la regia a Serena Sinigaglia e l’interpretazione, o meglio, la lettura, a quel talento innato di Marianna Scommegna e a questa meravigliosa realtà che risponde al nome di Mattia Fabris, ha deciso di darne più d’una. Lo fa affidandosi al camaleontismo fisico e vocale dei due mattatori, che interpretano tre uomini e altrettante donne, più o meno direttamente coinvolti in quella paurosa carneficina norvegese del 22 luglio 2011.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. Stefano Benni è semiserio di professione, quasi sempre geniale, politicamente molto scorretto, che contiene a stento la propria blasfemia, mai scontato. Per il suo Pecore nere, che da giovedì fa tappa al teatro di Rifredi, a Firenze, si è affidato a quattro attrici effervescenti, con le bollicine, che rendono perfettamente l’idea del salone dell’ospizio nel quale la vecchia Ida (Emanuela Guaiana) è stata parcheggiata dalla figlia. Ad accudirla, in una delle tante sere maledettamente uguali alle precedenti e certamente simili alle future, un’infermiera (Valentina Chico), che la lascia per qualche minuto in compagnia della sola televisione, dalla quale, per magia, uscirà la protagonista di una soap latino americana (Elisa Benedetta Marinoni), alla quale si unirà, in questo concistoro rigorosamente femminile, un’ape operaia (Valentina Virando) e una cagna (labrador, ancora Valentina Chico).
di Luigi Scardigli

FIRENZE. A settembre, il mare, certe volte è più bello che in agosto. Soprattutto pensando che le ore più fascinose, quelle del tramonto, te le puoi gustare senza ansie: quando il sole fa pluf, nel mare, oltre la linea dell’orizzonte, si può anche rincasare, per preparare la cena. È così che Alvaro (Marco Natalucci), sposato da trent’anni con Mara (Beatrice Visibelli), cerca di convincere la moglie che decidere di consumare le vacanze in settembre non è solo parsimonioso, ma anche conveniente. I marziani al mare (dieci anni dopo), della Compagnia Teatri d’Imbarco e Pupi e Fresedde, scritto da Alberto Severi (ieri in sala emozionato e tragicomicamente divertito come la prima volta) per la regia di Nicola Zavagli, si giustifica così, con questa vacanza povera, con gli ombrelloni ormai quasi tutti chiusi, su quella spiaggia bianca, quella di Vada, a sud di Livorno, la perla italobelga del Tirreno settentrionale.
di Luigi Scardigli

PERUGIA. Al termine della rappresentazione, a trenta minuti scarsi dalla mezzanotte dell’ultimo dell’anno, il pubblico che ha gremito il teatro Morlacchi di Perugia non è proprio soddisfatto. Nudi e crudi, però, non ha tradito le attese: la storia di Alan Bennett, tradotta per l’occasione da Edoardo Erba, è quella e scendendo nei dettagli teatrali, la coppia sul palco è perfettamente miscelata. Paolo Calabresi, mister Ransome, l’avvocato, è un perfetto lord inglese; Maria Amelia Monti, lady Ransome, la moglie, perfettamente succube del marito, anche se… Nicola Sorrenti è la voce fuori campo, il narratore, l’inquilino del piano di sotto, l’assicuratore, quello che stimerà in centomila sterline il danno subìto dal furto che i coniugi hanno tristemente dovuto constatare al rientro in una sera di febbraio, da una rappresentazione teatrale di Mozart, che è la passione più grande di mister Ransome.

FIRENZE. Non mancherà occasione di rivederli all’opera, i Tre uomini e una culla, o i Tre ragazzi e una bimba, come recitava il biglietto dello spettacolo che ieri sera, prima delle sette repliche, ha ufficialmente aperto il capodanno al teatro di Rifredi, a Firenze. Siamo davvero curiosi di vederli ancora, ma su altri copioni, con altri testi e con un plot del tutto diverso, perché nonostante le risate che hanno accompagnato la rappresentazione, a noi non hanno divertito affatto. Peccato, però, perché non si tratta di tre, anzi, quattro dilettanti allo sbaraglio.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. Rispetto alla stesura originaria, quella andata in scena la settimana scorsa di 85 anni fa, al Kursaal di Napoli, Natale in casa Cupiello, oggi (ieri sera) e fino al prossimo 8 gennaio al teatro La Pergola di Firenze, è più stringato, meno ridondante. Non potrebbe essere altrimenti: nei panni di Luca Cupiello non c’è più il suo inventore, Eduardo De Filippo, anche se a sostituirlo c’è un suo omonimo, che ne è anche il nipote, Luigi. Salutiamo con piacere la rappresentazione fiorentina della compagnia I Due della Città del Sole perché una volta l’anno, siamo onesti, vi perdereste mai Il grande Lebowsky, al cinema, o la semifinale in televisione Italia-Germania dei Mondiali di calcio messicani, o un concerto, scegliete voi dove, di Pat Metheny? No, senza ombra di dubbio.
di Luigi Scardigli

LUCCA. Le è rimasto soltanto il bianco, candido, del vestito che indossa, oltre la solita mostruosa e tenerissima personalità; ieri sera non era nemmeno scalza, figuriamoci. L’elemento che colpisce, conoscendola (un onore, per noi) è la crescita artistica esponenziale, a vista d’occhio, si potrebbe dire e lo scriviamo, di Elisabetta Salvatori e della sua struttura teatrale, della quale, ieri sera, 16 dicembre, al Giglio di Lucca, ne ha offerto una preziosa testimonianza, raccontando ad un pubblico attentissimo oltre ogni ragionevole partigianeria, la vita parallela del magnifico indigeno Giacomo Puccini, Piccolo come le stelle. Del Freddie Mercury dell’Opera, accostamento dettato dalle rispettive grandezze musicali e dallo stratagemma, usato da entrambi, di folti baffi utili soprattutto a nascondere un arco dentale troppo pronunciato, Elisabetta Salvatori, accompagnata sul palco per questa nuova fiaba sussurrata con la forza e la penetrazione di un’artista vera, dal violino di Matteo Ceramelli, ha voluto raccontare la parte biografica dell’erede di Giuseppe Verdi.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. Si chiamava Studio Uno e al posto della venere nordica Ilenia Romano (ammirata e applaudita poco tempo fa in Alfa, dello stesso Castello, al teatro dello Scompiglio di Vorno di Lucca), tre estati fa, al Funaro di Pistoia, Roberto Castello aveva deciso di piazzare, come quarto elemento apocalittico della sua compagnia Aldes, uno dei suoi danzattori stabili, Stefano Questorio. Fu nel salone in legno dell’indispensabile oasi artistica pistoiese che la sua danza critica fece l’ultima prova tecnica di trasmissione, prima di diventare, al Cantiere Florida, di Firenze (si replica stasera e domani, 16 dicembre, alle 21) In girum imus nocte et consumimur igni, che seppur non sembra possa potersi attribuire a Virgilio, resta comunque un famoso e angosciante palindromo.
di Luigi Scardigli

PRATO. Speriamo che con il tempo, i timori di Francesca Taverni, la madre superiora dello spettacolo Sister Act, in scena la Politeama di Prato anche oggi, 1 dicembre, alle 16, si dissolvano e anche in questo paese (la p è piccola e così resterà ancora per lungo tempo, purtroppo), il musical assuma una sua specifica e considerata identità e non venga considerato come l’ancora di salvataggio del teatro e della musica nel loro amplesso. Perché l’intero cast artistico della trasposizione teatrale del successo oceanico del film del 1992 non ha certo da invidiare nulla. A nessuno. Belia Martin, ad esempio, affascinante creola madrilena, non fa mai rimpiangere le doti canore e recitative di Woopi Goldberg, la svitata in abito da suora nella pellicola di Emile Ardolino, così come nessuno dei protagonisti del musical assoldati alla causa artistica da uno dei più esperti e lungimiranti registi del settore, Saverio Marconi.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. Audace e rispettoso. Violento e tenero. Rivoluzionario e fedelissimo; ateo, fino alla blasfemia e deciso a recidere, ora e per sempre, quel legame pernicioso con la tradizione, utilizzando, per questa meravigliosa trasposizione di Natale in casa Cupiello, richiami letterari (Pirandello), filosofici (Kafka) e pittorici (il Barocco, napoletano, naturalmente) perfettamente incastonati nel dipinto originario, quello scritto nel 1931 da Eduardo De Filippo e che un suo successore, Antonio Latella, circa ottant’anni dopo, ha riproposto con tassonomica precisione da ieri, 9 dicembre, al teatro Manzoni di Pistoia, fino alla seconda e ultima replica pomeridiana, quella in programma domani. Consegnando a donna Concetta le redini della sopravvivenza umana e prendendosi però ogni licenza (im)possibile e (in)immaginabile, fino alle contaminazioni liriche di Rossini e quelle trip hop, riconducibili a Mezzanine, dei Massive Attack, fino all’inaspettabile epilogo parricida, unico modo, questo, per come liberare il padre colpito da ictus dai deliri agonizzanti della malattia e liberarsi, una volta per tutte, dallo spettro dell’antichità del presepe, consegnare il pater familias alla reincarnazione rituale nella sua sorda e cieca illusione e dare ai Cupiello la speranza di poter sperare.
di Alessandra Mr D'Agostino

MILANO. Sul citofono non c'è traccia. E intorno non ci sono che altri sguardi. Di chi, come noi, attende. La scomodità è il punto di partenza. Mancano una manciata di minuti. E troviamo il modo per entrare dal kafkiano cancello metallico. E una volta oltre, attendere, ancora. È questo il prologo è de La Mala, rappresentata nei giorni scorsi a Milano, allo Spazio Nuovo, per la regia di Lena Rumy e lo potenza espressiva e rappresentativa di Annalisa Falché. La scomodità è il punto di partenza. La porta a vetri si apre. Una giovane donna, dai lineamenti delicati ci chiama. Ci spunta da una lista. Così scendiamo la scala stretta. La scomodità è il punto di partenza. Di fronte a noi la prima creatura scenica. Un uomo solido. Fermo. Seduto come sfinge. Con tanti La Vita cartacei, cuciti al pull blu.
di Luigi Scardigli

VORNO (LU). Il prodotto, se cambiassimo l’ordine dei fattori, probabilmente cambierebbe. Il paradosso ha ragion d’essere a teatro, non certo con i numeri, ma anche nel mondo dell’arte, il condizionale, è d’obbligo, perché certezze, ahinoi, non ne abbiamo, nemmeno scambiando i genitali, nemmeno poggiando la donna sul piedistallo e l’uomo, più in basso, a riverirla. ALFA – appunti sulla questione maschile - in scena, in prima, ieri sera alla Tenuta dello Scompiglio (si replica stasera, domenica 4 dicembre, alle 19,30) - questa condizione, al momento solo virtuale, ha deciso di non contemplarla, se non vagamente, e se non nell’unico momento, apicale, nel quale la donna è sì, elevata, ma per essere comprata, usata, utile solo per la circoscritta soddisfazione, primaria e animale, degli istanti maschili, che vanno appagati, a qualunque costo.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. Il sodalizio artistico merita una riflessione approfondita, perché se affidiamo le idee, geniali, di un piccolo grande autore, Emanuele Aldrovandi al camaleontismo scenico, fonico e gestuale di un piccolo grande regista/attore, Ciro Masella, l’equazione teatrale non può passare inosservata. Il Generale, sul palco del teatro di Rifredi, a Firenze, da giovedì 1 a sabato 3 dicembre, è idealmente il frutto di questa commistione e il pubblico che adora lasciarsi infilzare dal nuovo che avanza, è stato abbondantemente ripagato.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. La cosa straordinaria di Benvenuti in casa Gori, questo cult teatrale-cinematografico, anzi, cinematografico-teatrale, di questo cult generazionale, è la perfetta, meticolosa, straordinaria individuazione di ogni singolo personaggio che offre il meglio e il peggio di sé al pranzo di Natale. Ma sul palco del teatro di Rifredi (da giovedì 24 novembre fino a stasera, domenica 27) non ci sono Libero, Bruna, Lapo, nonno Annibale, Adele, Gino, Sandra, Luciano, i giovani fidanzati Danilo e Cinzia e la piccolissima Samantha (l’acca è d’uopo); o meglio, ci sono tutti, ma è solo lui, Alessandro Benvenuti, che ha scritto la commedia con Ugo Chiti e che ne è il regista, che indossa, prima che gli abiti, i loro umori. Certo, la resa cinematografica (uscì nel 1990) fu memorabile, anche perché, per proiettarlo sul grande schermo, il saggio dei tre ex Giancattivi si avvalse, oltre che dell’altro pezzo da novanta, Francesco Nuti (che lo produsse) della femmina del trio, Athina Cenci e di un pool di toscanacci davvero notevole: Carlo Monni, Ilaria Occhini, Novello Novelli, Giorgio Picchianti e un già impresentabile Massimo Ceccherini.
Leggi tutto: Al secondo piano di un qualsiasi condominio. Di Firenze
di Luigi Scardigli

PISTOIA. E’ una storia vera, si vocifera, quella sulla quale Gli Omini hanno messo in piedi il loro ultimo spettacolo, Più carati, mostrato in settimana in anteprima al piccolo teatro Bolognini agli studenti e in serata, oggi e domani (19 e 20 novembre), al pubblico pagante. E che ricorda, maledettamente e fortunatamente da vicino, tutto quello fatto fino ad oggi dalla compagnia nei loro primi dieci anni di vita, da CRIsiKo! fino a Ci scusiamo per il disagio, ma senza omettere nulla di quello che è successo nel mezzo, tra la ricerca di linguaggi autoctoni e le loro più fertili smagliature, fino all’esaltazione di una risposta surreale – e mai data - a tutti gli interrogativi generazionali che stritolano i trenta/quarantenni di ogni epoca. Stavolta, a sconvolgere i precarissimi equilibri deontologici e deambulatori dei tre amici in cerca di qualcosa che riesca a farli emergere dal grigiore di una infinita rincorsa alla felicità, un gruzzolo di soldi e uno smeraldo (di dodici carati) trovati per caso nel primo pomeriggio di una giornata tipicamente autunnale, dentro una busta, sotto il bancone del bar Gigli, a Firenze, in piazza della Repubblica.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. Il Natale si avvicina a grandi passi e la tacita organizzazione mondiale dello spettacolo allestisce, nei paraggi della festa delle feste, i suoi addobbi più cari. La commedia all’italiana – e L’anatra all’arancia ne è pietra pregiata -, anche se scritta da uno scozzese (William Douglas Home) e portata in scena da un francese (Marc Gilbert Sauvajon) è una di quelle a massima resa. Se poi sul palco sale uno come Luca Barbareschi, che poco ha da invidiare ai suoi illustri predecessori come Alberto Lionello (a teatro) e Ugo Tognazzi (al cinema), l’equazione è completa. Va bene, Chiara Noschese non arriva a Valeria Valeri (Monica Vitti non la nominiamo nemmeno, temendo l’ira funesta della divinità della recitazione) e Margherita Laterza non ha il vezzo sciocco di Barbara Bouchet (ma il suo lato B però è sull’Olimpo della fortuna), ma la serata vola via veloce e in più di un’occasione si sorride con gusto, siamo onesti.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. Il marchio di fabbrica è autentico, anche se in alcuni momenti non originalissimo. Ma che Ubu roi sia l’ennesima scommessa di Roberto Latini e del suo Fortebraccio Teatro, si capisce dalle prime immagini, quelle mandate in onda ieri, al teatro di Rifredi (si replica tutte le sere fino a sabato prossimo, 19 novembre: utile vederlo), dove il regista/performer/attore ha dato vita al riadattamento della vecchia favola di Alfred Jarry, un’allucinazione shakespeariana che rimbalza tra Pirandello e Beckett e nella quale, oltre a un sacco di cose del proprio forbito background, ha voluto mettercene delle nuove. Che sono poi vecchie, ma che rinascono puntualmente sotto altre spoglie, riconoscendosi tra loro e offrendo le generalità al pubblico solo durante il tragitto scenico.
di Luigi Scardigli

MONTECATINI (PT). Quello che succederà dopo, non è dato saperlo; e non perché si sia dei laici incalliti. Ciò che si consuma in prossimità, invece, lo sappiamo tutti, al di là del nostro agnosticismo. Stiamo parlando della morte, di quella raccontata, ieri sera, sabato 12 novembre, alle Terme Excelsior di Montecatini, in provincia di Pistoia, da Paola Vannoni e Roberto Scappin, autori e interpreti di Io muoio e tu mangi, uno dei sei appuntamenti teatrali (Sconfinamenti) organizzati da Ultimo Teatro Produzioni incivili, la compagnia nomade, più che itinerante, ideata e sorretta da Luca Privitera e Elena Ferretti.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. Un’opera floydiana, con un messaggio visivo che spesso – ma non lo diciamo per sminuirne il plot – sovrasta e annulla quello verbale. E’ la storia andata in scena ieri sera, 11 novembre, al Teatro Manzoni di Pistoia (si replica stasera, alle 21 e domani, alle 16); è la performer di Daniele Salvo, ronconiano doc, con licenza di divagare e di affidarsi, nell’occasione, a Michele Ciacciofera (che si è avvalso, a sua volta, di Paride Donatelli, per le video proiezioni), sontuoso videomaker, capace di un allestimento prodigioso, quello delle Baccanti (prima regionale, prodotto dalla Fabbrica dell’Attore, Teatro Vascello di Milano in collaborazione con quello rumeno di Costanta), fedelmente ispirato alla tragedia di Euripide, scritta pochi mesi prima della sua morte, quattro secoli prima dell’avvento del Cristianesimo.

FIRENZE. Ecco perché costa così poco, quel bellissimo appartamento, di otto stanze, nel centro di Firenze! Prima che la Merlin e l’ipocrisia, tipicamente cattolica, chiudessero le case di tolleranza, in via dell’Amorino c’era una casa di appuntamento e ora, vallo a spiegare ai vicini di casa, agli amici al bar, ai colleghi, che dopo la morte della maitresse, sora Cesira, in quella casa non ci sono più le prostitute, ma la famiglia Ciuti, una famiglia di tutto rispetto, con padre, madre, due figli, nonno paterno e sposo promesso della ragazza. Casa nova vita nova, in scena ieri al teatro di Rifredi, a Firenze (si replica stasera e domani, 5 e 6 novembre, e poi ancora il prossimo fine settimana), scritto - proprio durante l’aberrante iter legislativo di quell’infausto provvedimento - da Vinicio Gioli e Mario De Mayo e adattato per questa rivisitazione da Angelo Savelli, racconta ancora una volta i giorni di quella legge, salutata con hurrà e brindisi il giorno e maledetta, puntualmente, la notte.
FIRENZE. Le sedicenni giocano ruoli imprevedibili, nella storia. La più famosa, Enrichetta Blondel, fu quella che indusse il suo amato Alessandro Manzoni alla conversione, con tutto ciò che ne conseguì: il Romanticismo. Anche Stefania Sandrelli, con il cantautore, non ha scherzato affatto: Gino Paoli è rimasto lo stesso, vero, e questo non ha prodotto nulla, per fortuna; per lei, però, in virtù di quel rapporto libertino, si sono spalancate le porte del cinema e tutti i migliori, ma proprio tutti, sono restati ammaliati, più che affascinati, dall’indiscutibile bellezza della viareggina, che negli ultimi cinquant’anni di cinema ha inanellato una serie impressionante di riconoscimenti e di presenze leggendarie. Il fatto che a noi, professionalmente, non sia mia piaciuta, non interessa a nessuno (nemmeno a noi); a teatro, però, mandatela solo come spettatrice, casomai accreditandola alla carriera dello spettacolo, ma sul palco no, perlamordiddio.
di Luigi Scardigli
PISTOIA. Non tutto quello che dicono arriva direttamente a destinazione. Parlano in francese e nonostante la lingua transalpina sia più familiare di molti altri idiomi europei, qualcosa, di Exil, non può che sfuggire. Ma non la sostanza, la poesia, il dolore, la visione futuristica, lo sguardo al passato, la solitudine, lo sconforto, l’idea di fratellanza. Anzi. Prima della rappresentazione, nella sala spettacoli del Funaro, a Pistoia, un’addetta ai lavori si offre, con dovizia e grazia, a tradurre, simultaneamente, quello che Sonia Wieder-Atherton, la regista-violoncellista (coadiuvata, nella costruzione dello spettacolo, da Sarah Koné), ha innescato nella sua miscela. Ci sono le persecuzioni storiche e bibliche, quelle sofferte realmente dai popoli e quelle dipinte sulle arcate dei battisteri, ma non sono delimitate, circoscritte, identificate: non siamo in nessun posto del mondo dove si calpestano diritti e sagome. Siamo. E basta, purtroppo.
di Luigi Scardigli
FIRENZE. Irriverenti, geniali, provocatori, scurrili, blasfemi. Sono due drag queen pentite, ricordano Charlie Chaplin e Michael Jackson, Ridolini e Buster Keaton, Antonio Albanese e Pina Bausch, Jacques Tati e Roberto Bolle, Totò e Lola, quella che corre, ma anche il Filippo Timi di Bambole, o i neologismi dialettali delle sorelle Macaluso, di Emma Dante. Insomma, straordinari. Vederli all’opera, Alfonso Barón e Luciano Rosso, è un piacere assoluto: rinfrancano lo spirito, allontano i pregiudizi, offrono su un vassoio, affatto prezioso, la loro danza, che è la mortificazione di quella che si ha in testa da bambini, divertono molto e si divertono da pazzi, rivendicando, con elegante orgoglio, il diritto all’omosessualità. Si amano, si cercano, si trovano e abbattono, in più di una circostanza, le elementari leggi della fisica e dell’aerodinamica. Sono in Italia per la prima volta; a Firenze, per l’esattezza, al teatro di Rifredi, nel dettaglio urbano, a dar spettacolo.
di Luigi Scardigli
PISTOIA. Scenografia minima. Anzi, inesistente. Del resto, per rappresentare Gli occhiali d’oro, piccolo romanzo, sommesso capolavoro, di Giorgio Bassani, sarebbe occorso un tir – con portici, ombrelloni estivi, sale da ballo - per adattare le parti salienti del lungo racconto dell’autore ferrarese. Ma il teatro sa ancora come fare per ovviare agli effetti speciali e allora, sul palco del piccolo teatro Bolognini, di Pistoia, ieri sera, alcuni allievi del Teatro Laboratorio della Toscana di Federico Tiezzi, sono riusciti nell’intento, tutt’altro che abbordabile, di riassumere in poco meno di un’ora e mezzo il dramma della discriminazione. Stasera e domani (21 e 22 ottobre) si replica e in considerazione delle minacce del regista (Tiezzi), che ha preceduto la performance dei giovani attori, la tentazione sarebbe di tornare a vederli: sono bravi, tutti, lo meritano e poi, chissà quali altre interazioni potranno avere con il pubblico delle due repliche.
di Luigi Scardigli
FIRENZE. Più che Luca, in Questi fantasmi!, il personaggio meno facilmente sostituibile è proprio l’autore, Eduardo. Con lui, la rappresentazione, in prima nazionale, ieri sera, al teatro La Pergola di Firenze (replicheranno fino a domenica 23 ottobre), sarebbe durata una buona mezz’ora in più, perché quelle conversazioni con il dirimpettaio immaginario, il professor Santanna, o quei monologhi surreali sulla provvida paura di presenze aliene nella casa presa gratuitamente in affitto, si sarebbero trascinati nel tempo senza tempo, ponendo un’interlinea tra ogni sillaba, un semplice respiro, anche un movimento, seppure impercettibile, delle sopracciglia.
di Luigi Scardigli
FIRENZE. Qualcuno, ieri, alla prima stagionale del Teatro di Rifredi, è uscito dalla platea con gli occhi lucidi; altri, addirittura piangendo, senza il minimo ritegno. Lo abbiamo fatto anche noi, ringraziando il cielo, ma soprattutto ringraziando Eric-Emmanuel Schmitt, che ha portato in scena, adattato e ridotto da Anne Bourgeois, il suo capolavoro letterario, Monsieur Ibrahim et le fleurs du Coran. Che è una storia d’Amore e di Lentezza e le maiuscole non sono refusi. Un racconto sussurrato in francese e tradotto in italiano, con scenografica semplicità, sulle due ali della parete prossime al palcoscenico. I prof. fiorentini di transalpino, l’occasione, non se la volevano assolutamente perdere e hanno fortunatamente coinvolto, nel loro delirio didattico, anche molti loro studenti, che al termine dello spettacolo sono sicuramente usciti più grandi, più ricchi. E felici.
PISTOIA. Non occorreva certo la commemorazione dei 400 anni dalla sua morte perché il teatro si genuflettesse ancora una volta a William Shakespeare. Con Riccardo III poi, una delle tragedie più rappresentate al mondo, i richiami, più che illustri, tanto sul palcoscenico quanto al cinema, si sprecano veramente. L’Atp di Pistoia non poteva certo sottrarsi da questa piacevole e doverosa incombenza, ma ha provato, riuscendoci, a parer nostro, ad allinearsi senza voler appesantire ulteriormente la brama violenta del potere descritta dal drammaturgo nei secoli tutto sommato con un’angolazione accettabile, coinvolgendo, nell’operazione/rivisitazione scritta da Renata Palminiello, la disponibilità del teatro Manzoni, che per questa prima stagionale, replicata dal 20 settembre e fino a mercoledì prossimo, 13 ottobre, ha spogliato il salone e allertato la connivenza della scuola teatro della città, che ha fornito uno stuolo di giovani promesse.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. Shakespeare non ha bisogno di ulteriori approfondimenti: è stato, e lo sarà per sempre, uno degli autori più impegnati e complessi del panorama drammaturgico e filosofico della scena cosmica. Lo si può mettere alla berlina, ci si può giocare, lo si può decomporre in mille rivoli teatrali, ma non lo si può interpretare, decifrare, soprattutto entrando in unica sintonia vocale con il testo, cervellotico alla nascita, dunque, difficilmente aggravabile, e farsi guidare, in mi minore (se così lo staff ha deciso di accordarsi), per tutta la durata del testo. Quelli dell’Archivio Zeta e Elsinor, che ieri sera, in prima nazionale, hanno portato in scena al Teatro Studio Mila Pieralli di Scandicci, a Firenze, il loro Macbeth - con il tempo a sostituire l’inesistenza del secondo elemento del dilemma -, dissentiranno profondamente.
PISTOIA. Il titolo di capitale della cultura 2017, Pistoia, l’ha anche – ma forse soprattutto – guadagnato in virtù di un susseguirsi di stagioni teatrali maiuscole, ormai da parecchi anni, quelli che l’hanno tra l'altro insignita dell’importante nomina di Centro di produzione teatrale. E anche la stagione che verrà, presentata oggi, sabato 16 luglio, in un’anomala conferenza stampa proprio all’interno del teatro senza poltrone e con il palco aperto, ricalca profondamente la scia importante tracciata in questo ultimo periodo, un’altra sagra di ottime rappresentazioni offerte con il gusto e la raffinatezza che contraddistingue, sistematicamente, l’intero staff del Manzoni, che vanta, fiore all’occhiello, un instancabile osservatore di eventi, il direttore artistico Saverio Barsanti, tra i più preparati in circolazione.
di Luigi Scardigli
PISTOIA. Per riuscire a manovrare le maschere più in alto, come quella del Preside dell’Istituto superiore di Gloucester o di uno dei padri delle ragazze minorenni iscritte in quel plesso scolastico, ma con le idee chiarissime, quasi autarchiche, spesso si è dovuta mettere in punta dei piedi. Nemmeno l’estensione muscolare ne ha condizionato l’umore, originalissimo, o il vocalismo appropriato a quei dodici volti cerei, a quelle dodici teste mozze. Marta Cuscunà, in scena, l’altra sera, alla villa Scornio con il suo Sorry, boys, altro appuntamento di Teatri di Confine, programmazione estiva dell’Atp di Pistoia, è un’impressionante macchina da guerra. La storia dell’idea di comunità di sole donne con i loro diciotto marmocchi al seguito però, Marta Cuscunà ha deciso di farla raccontare a cinque padri involontari anch’essi marmocchi come le loro compagne e ad alcuni grandi, che di questa scelta e di questa vicenda sono protagonisti assoluti, ma inconsapevoli.
Leggi tutto: Quella straordinaria burattinaia in punta dei piedi
di Luigi Scardigli
PISTOIA. Non abbiamo avuto la fortuna di vederli all’opera quindici anni fa, quando Minimacbeth prese forma e vide la luce. Ma non saremmo rimasti folgorati nemmeno all’ora, conoscendoci: questo riadattamento shakespeariano non ci avrebbe convinto perché, anche se questo dramma è tra i più consumati sui palcoscenici di tutto il mondo, persino affidati alla lirica, è particolarmente ampolloso, farcito di piani sintattici, ai quali, la triviale ironia e il grottesco implementati da Andrea Taddei, l’autore, non riescono ad alleggerirne la pesantezza, la distanza, l’inattualità, anche se il potere, come sempre, logora i suoi artefici, ma soprattutto chi non lo possiede.
di Luigi Scardigli
QUARRATA (PT). Dal 23 al 26 giugno, nella Sala AcomeA del teatro milanese Franco Parenti, si farà sul serio. Rosalina Neri, comunque, è già pronta. Lo si è capito ieri sera, al teatro Nazionale di Quarrata, quando l’ultra ottantenne sosia di Marylin Monroe è andata in scena per rappresentare, ultima prima della prima, Je me fut - memorie false di una vita vera - che Cristina Pezzoli, la regista, le ha letteralmente cucito addosso, sfruttando, oltre ogni ragionevole azzardo, tutte le doti della funambolica ex cantante, attrice, presentatrice, ma perché no, coniglietta di altri tempi, capace di (ri)leggere buona parte della propria esistenza tra ammiccamenti, gags, canzoni, deliri, ricordi, nostalgie, rimpianti, falsità galattiche di scomode e ingombranti verità e un paio di spritz, promessi senza essere mantenuti, men che mai consumati.
di Luigi Scardigli
PISTOIA. I rischi erano molteplici e tentacolari: dallo scadere al cabaret televisivo stile Striscia la notizia a quello ancor più difficile da bypassare attraverso un sermone, scontato e inverosimile, sulla falsa importanza del denaro e sulla sua reale tossicodipendenza. Invece, Roberto Castello e Andrea Cosentino, al centro culturale il Funaro di Pistoia, sono riusciti nell’impresa, titanica, di mettere su un coreocabaret confusionale sulla dimensione economica dell’esistenza portando in scena un vero e proprio Trattato di economia, che ha ben poco da invidiare alle indiscutibili teorie di Smith e Malthus, passando da Keynes e Ricardo, fino ad arrivare a Marx. Ma con la tragicomicità e la leggerezza che contraddistinguono il teatro, che fanno teatro.
di Luigi Scardigli
PISTOIA. Li avevamo già visti all’opera, in questo stesso identico spettacolo, i due del Sotterraneo. La precedente, però, era suddivisa in più locations, quattro per l’esattezza, con partenza e ritorno a Londra, con tappe obbligate, girando verso est, in Egitto, India, estremo Oriente e poi, dopo aver infilzato l’America dal Pacifico all’Atlantico, ancora nel Regno Unito, un secondo prima della scadenza della scommessa fissata (e vinta) per le 20,45 del 21 dicembre. Sara Bonaventura e Claudio Cirri, stavolta con un dj ad un’improbabile consolle, Mattia Tuliozi, hanno voluto ulteriormente riassumere il fantastico Giro del Mondo in 80 giorni scritto due secoli or sono da Jules Verne, riproponendolo in tutta la sua involontaria comicità.
di Alla Munchenbach
FIRENZE. Perfetto, sospeso, come un soffio di vita, essenziale, un concentrato di zen teatrale. Peter Brook va oltre il concetto di teatro come rappresentazione. Con lui il teatro è uno spazio partecipato in cui la narrazione prende vita come un soffio appunto, come una creazione divina, una liturgia del gesto e della parola. Nulla è fuori posto, nessun eccesso prende il sopravvento, tutto è dosato e calibrato come in un rituale sacro. La scena di Battlefield è rosso pompeiano e appare allestita con pochissimi oggetti. Un accampamento dopo una battaglia, con un accenno a una palizzata sul fondo; lo spazio è complessivamente spoglio, quasi nudo. Quel necessario spazio vuoto a cui gli attori con le parole, con i gesti precisi e affilati e con la maestria con cui dispongono del proprio corpo, danno spessore rendendolo vivo e vibrante. Quattro interpreti, tre di origine africana e un irlandese: Carole Karemera, Jared McNeill, Ery Nzaramba, Sean O’Callaghan, incarnano ruoli diversi tra guizzi comici e intensa concentrazione drammatica, mentre le azioni e le parole sono distillate in un minimalismo straordinario.
di Luigi Scardigli
PISTOIA. Ancora qualche decennio e poi, Il Bugiardo, festeggia tre secoli. Carlo Goldoni, probabilmente, non dovrebbe immalinconirsi se le compagnie teatrali iniziassero ad ignorarlo, in particolare in questa sua commedia. La storia delle spiritose invenzioni architettate da Lelio Bisognosi, eufemismo che sottende menzogne belle e buone, ha fatto il suo tempo, almeno sul palcoscenico; decisamente meno nella storia degli uomini, nella quale, invece, ancora spadroneggiano impunite, e non solo per accattivarsi amicizie femminili.
di Luigi Scardigli
AGLIANA (PT). Fuori, piove. I due provvidi e fortunati, oltre che dall’acqua, si sono anche precauzionalmente protetti e salvati anche dalla fine che incombe. Certo, sono visibilmente disabili e per loro infatti chi di dovere ha costruito La Tana, non proprio su misura perché nel frattempo sono cresciuti, ma ideale per le loro esigenze, pressoché inesistenti: una televisione con telecomando, due letti che all’occorrenza diventano anche le loro lapidi e qualche pacco che ogni tanto, il mondo fuori divorato dalla follia, che loro non capiscono, si preoccupa di donare: qualcosa da mangiare e qualche gadget, per divertirsi, specie a carnevale.
di Luigi Scardigli
FIRENZE. I nomi sono importanti, si sono vicendevolmente rinfacciati per tutto lo spettacolo, Roba da duri, Ivan(o) e il piccolo Martino. E hanno ragione entrambi, altrimenti, per spiegare la naturale versatilità alla recita del giovanissimo Gianmaria Corona, come altro si potrebbe se non nella predestinazione artistica del nome che si porta addosso. La direzione artistica del teatro di Rifredi, a Firenze, ha deciso di affidare alla coppia Riccio/Corona gli onori della chiusura della stagione e da ieri sera e fino a domenica pomeriggio, zio e nipote animeranno il palcoscenico teatrale dell’importante alcova culturale con il loro ultimo spettacolo, una notte tormentosa e tormentata di un quarantenne un po’ troppo punk per essere credibile costretto ad ospitare nel proprio appartamento il figlio della sorella, un bambino allevato in una famiglia normale-borghese.
di Luigi Scardigli
FIRENZE. Chi arriva tardi, a teatro, stavolta resta fuori, per fortuna. Ma non è solo questo l’aspetto più appetibile di Gioco di specchi, una rilettura surreale del Don Chisciotte di Cervantes, prodotta da Uthopia/tra Cielo e Terra, in collaborazione con Pupi e Fresedde e il teatro di Rifredi, scritta da Stefano Massini, per la regìa di Ciro Masella e affidata a Marco Brinzi e al regista in programmazione, fino a sabato sera, al teatro di Rifredi, a Firenze. Un mimo e un diaframma deniriano si ritrovano, forse, all’ombra di un melograno, dove entrambi han sognato di trascorrere l’ultima notte: all’alba, uno dei due, morirà. Ma chi: Don Chisciotte, il cavaliere, quello irreggimentato in un’osteria, anziché in un castello, tra beoni e puttane, invece che arcieri e dame, o il suo scudiero, il servo del suo errabondare alla ricerca della pietra filosofale, o delle rispettive identità, il prode Sancho Panza?
Leggi tutto: Chi morirà, all'alba, don Chisciotte o Sancho Panza?
di Luigi Scardigli
FIRENZE. L’argomento è serio, anche se un po’ troppo inflazionato e non sempre così convincente. Ma che le donne, in assoluto, soffrano ancora qualche lembo importante di ragionevole considerazione rispetto allo strapotere maschile, è fuori discussione. In teatro però, la denuncia, a nostro avviso, andrebbe gestita con maggior profondità e più distacco e a Wonder Woman, invece, diretto e interpretato da Antonella Questa, Giuliana Musso e Matta Cuscunà, al teatro di Rifredi di Firenze da venerdì 1 aprile a domenica 3, i due perni non sempre hanno funzionato alla perfezione.
di Luigi Scardigli
PISTOIA. Il testo, ridotto da Luca Ragagnin, anche se letto da un portuale, trasuda inquietudine. Se poi ad interpretare Lo straniero (un’intervista impossibile; ideato e diretto da Roberta Lena e abbigliato da Roberta Vacchetta) di Albert Camus ci si mette Fabrizio Gifuni, il risultato è stordente. Teatro Manzoni ammutolito, pietrificato. In scena (si replica domani sera, sabato 2 aprile e domenica pomeriggio), in un completo bianco di lino, uno dei più sofisticati interpreti ronconiani in circolazione, Fabrizio Gifuni, premi a ripetizione, indistintamente raccolti al cinema e sui palcoscenici. Poco più dietro c’è G.U.P. Alcaro, ad una consolle pseudo strumentale, buona a mandare in circuito alcuni brani e a gestire effetti sonori suggestivi.
di Luigi Scardigli
FIRENZE. Non è un tratto distintivo, men che mai funzionale alla storia e alla follia di Gianni, ma è sensualissima, Caroline Baglioni. Specie quando diventa voce narrante e per farlo deve per forza di cose liberarsi della scarpa destra, un mocassino 46, da uomo, da uomo che ha camminato molto, avanti e indietro per il corso, a Perugia e della sinistra, un elegante sandalo tacco 9, perfettamente in sintonia con il suo piede e chissà, forse, al di là delle esigenze scenografiche, se sogno nascosto e frustrato, visto che di donne, Gianni, a parte la jugoslava, non è mai riuscito ad averne. Chissà in quale casa abbia abitato Gianni, dove ha provato a vincere la propria follia, restandone schiacciato: di sicuro dove c’erano una televisione, qualche volte accesa e un registratore, dove ha consegnato a posteri sconosciuti, ma attenti ai linguaggi e agli umori, il suo dolore, la sua vendetta implosa, la sua sconfitta.
di Luigi Scardigli
FIRENZE. Che l’inizio, tipicamente dark, non tragga in inganno. La Fantasia è un’altra cosa, un esercizio acrobatico che non lascia a bocca aperta, vero, ma che suggerisce vie di fuga da una realtà che, quasi sempre, è ingolfata: dallo smog, dai rumori assordanti del traffico, dalla nebbia che ci confonde l’uno all’altro, dal nostro anonimato che non garantisce privacy, ma favorisce la reciproca cannibalizzazione. Pasquale Scalzi, Francesco Dendi e Edoardo Nardin lo sanno perfettamente che i rischi incombenti, oltre a tutto il resto, sono anche questi.
di Luigi Scardigli
CASALGUIDI (PT). E’ imbarazzante condividere spazio e tempo con oltre cento persone che, contemporaneamente alla nostra assoluta indifferenza, interrotta, saltuariamente, da un sorriso, si divertono da pazzi, omaggiando chi, Paolo Migone, regala loro quelle risate così fragorose che paiono essere state tenute in serbo da chissà quanto tempo prima di liberarsi ed esplodere in tutto il loro fragore. E badate bene: Paolo Migone è chimicamente simpatico. Forse perché è nato in Brasile e a Livorno, dove è cresciuto, ha trovato il giusto mix tra la saudade infantile che l’ha battezzato e la joie de vivre dei napoletani della Toscana che l’ha adottato.
di Luigi Scardigli
FIRENZE. Qualcosa, deve esserci sfuggito. Per forza. Tipo la non-scuola, di cui, Alessandro Argnani, protagonista solitario di Slot Machine, la rappresentazione ideata da Marco Martinelli e Ermanna Montanari – ieri sera in scena al teatro cantiere Florìda, a Firenze – ne è uno dei più illustri rappresentanti. Ma pur condividendo fino al midollo la denuncia della quale è intrisa lo spettacolo, siamo rimasti un po’ interdetti da questo tipo di non-recitazione, fiore all’occhiello, con molta probabilità, del Teatro delle Albe. Almeno così ci auguriamo che sia stata: una non-recitazione. Perché anche i comizi, a teatro, hanno bisogno dei loro imbonitori, come Ascanio Celestini, tanto per citarne uno, tanto per citare il migliore.
di Luigi Scardigli

FIRENZE. Un applauso interminabile al teatro, alla carriera, ad un’intelligenza finissima, di donna spumeggiante e divertente, bella e sensuale, semiseria; al coraggio, leonino, di non uscire di scena, ma di restarci, seppur con mille attenzioni, quelle che l’artrite reumatoide le impongono da quando la malattia si è impossessata dei suoi muscoli. Recita seduta, Anna Marchesini, vestita di bianco, abbigliamento che irrora luce ulteriore dai tre occhi di bue che la isolano da tutto il resto. Il resto, in realtà, è poco altro, scenograficamente; il trio jazz Aire de mar sono una variante gradevolissima al monologo dell’attrice, interrotta solo saltuariamente, dalle arie dei tre strumentisti, che partecipano, da spettatori privilegiati, alla tagliente digressione di Cirino e Marilda non si può fare, lo spettacolo andato in scena, ieri sera, alla Pergola di Firenze e che sarà replicato fino al prossimo 24 marzo.
di Luigi Scardigli
MONSUMMANO (PT). Abbiamo chiuso gli occhi, e non per stanchezza, e ci siamo immaginati di essere in macchina, alla guida di una confortevole vettura, alimentata a diesel. Eravamo sull’autostrada, poco dopo Bologna, diretti a Venezia. Un sabato sera qualsiasi, né freddo, né caldo, in viaggio verso il nulla, gita utile a tenerci lontano dalle beghe quotidiane, ma senza una precisa destinazione. Nello stereo, acceso, un Cd prestatoci, proprio per l’occasione, da un caro amico, uno di quelli che conosce i nostri gusti, preziosi, ma non aprioristicamente selettivi: una gemma radiofonica registratata alla chetichella durante un programma notturno.
Leggi tutto: Sud, una gradevolissima trasmissione radiofonica
di Luigi Scardigli
FIRENZE. Dopo la parentesi corale delle Sorelle Macaluso (una delle rappresentazioni teatrali più belle alla quale abbiamo avuto l’onore di assistere), Emma Dante torna al monologo. Non si discosta dalla miseria, anzi: ci immerge dentro dita e vita, proponendo addirittura una trilogia, quella degli occhiali. I personaggi che animano i tre spettacoli, raccolti in un volume edito dalla Rizzoli e distribuito nella hall del teatro di Rifredi, a Firenze, sono infatti accomunati dalle lenti: senza, la vista, risulterebbe parziale, sfocata, inattendibile. Con gli occhiali, comunque, le cose cambiano poco, perché tanto in Acquasanta (in scena da giovedì 10 fino a domani, domenica 13 marzo, a Rifredi), come nel castello della Zisa e Ballarini, i protagonisti convivono con la miseria, con la vecchiaia e con la malattia, tre condizioni sociali e umane che trasformano i protagonisti, ampliamente rappresentati in tutto il mondo, in negletti, rifiuti, ultimi.
Leggi tutto: Povertà, vecchiaia, malattia: la nuova trilogia di Emma Dante
di Luigi Scardigli
FIRENZE. Ipnotici, nonostante il nulla di cui parlano. Lo si capisce immediatamente che quei due sul palco, paradosso nichilista, magia teatrale, abbiano qualcosa di particolarmente coinvolgente da raccontare. Eh sì, perché appena la direzione del Cantiere Florìda, a Firenze, consente al pubblico di accomodarsi in sala, nonostante si conoscano un po’ tutti, gli spettatori, tra colleghi, loro, colleghi, nostri e parecchi alternativi di professione, la voglia di vederli all’opera supera, di gran lunga, le ciance di prima dello spettacolo. Daria Deflorian e Antonio Tagliarini del resto, sono già pronti per il loro Reality: aspettano che tutti si siano accomodati, magicamente silenziosi all’unisono; si guardano ancora una volta e capiscono di poter iniziare.
di Luigi Scardigli
PISTOIA. Roberto Valerio, sin da bambino, si è sempre dilettato, otre che studiare tanto per diventare attore e regista teatrale, anche come sarto e cuoco. Sono due mestieri, questi, che con il palcoscenico hanno molto a che vedere perché spesso, onde evitare copiaincolla estenuanti, bisogna necessariamente operare con forbici, ago, filo e anche un buon soffritto. Certo, ci vuole uno staff all’altezza degli intenti, ma gli amici(colleghi), quelli veri, non si perdono per strada e allora, una telefonata a Valentina Sperlì (Nora Helmer), un sms a Danilo Nigrelli (Torvald Holmer), un contatto facebook con Massimo Grigò (dottor Rank), due righe su whatsapp per Carlotta Viscovo (signora Linde) e, avvertita anche Debora Pino (la balia), l’Associazione teatrale pistoiese centro di produzione non può che assecondare il suo progetto, caldeggiarlo e portarlo in scena. Il risultato è Casa di bambola, di Henrik Ibsen, al teatro Manzoni di Pistoia dal 4 al 6 marzo.