di Letizia Lupino

PISTOIA. Ah, che bello correre dopo lavoro verso il Funaro di Pistoia con la palpabile sensazione di un sorriso compiaciuto e presto soddisfatto. Ciò che ci attenderà sarà dunque rapidamente svelato: il palco ingombro mostra la sua stretta ampiezza, sei quinte che nascondono altrettante impalcature di luci; un tappeto di fiori inebria il pavimento e poi sedie e tavoli, alcuni rovesciati a terra e altri no, bottiglie e bicchieri, lampadine e stelle filanti tutto intorno: l’indiscutibile passaggio umano, la fine della festa. Fabio Troiano guidato da Giorgio Gallione guiderà noi, attraverso Il Dio bambino, nei meandri di una normalissima storia d’amore, a tratti quasi banale, nell’annoso confronto relazionale tra uomo e donna. Un cicerone che ci traghetterà per più di un’ora tra maree, cavalloni e secche con l’indubbio salvagente ironico. Trent’anni. Sono passati esattamente trent’anni dalla stesura di questo testo da parte del Signor G e Luporini che stasera vive e pulsa di un rinnovato vigore con la lapalissiana certezza che fra altri trent’anni continuerebbe a brillare fulgido. È una strada che si consuma parola dopo parola, gesto dopo gesto, passo dopo passo. Un tragitto fisico oltre che figurativo quello che Fabio fa, perché è come se donasse nuova tridimensionalità raccontandoci la sua vita, una porzione, forse la più importante, sicuramente la più travolgente.
di Chiara Savoi

SIENA. Ci sono spettacoli che funzionano perfettamente come una macchina con gli ingranaggi ben oliati e Festen, ai Rinnovati di Siena (si replica stasera e domani, domenica 12 marzo, nel pomeriggio) di Marco Lorenzi è proprio uno di questi, uno spettacolo che, nonostante la crudezza del testo, ti fa uscire felice dal teatro. In scena Danilo Nigrelli, Irene Valdi, Carolina Leporatti, Yuri D’Agostino, Elio D’Alessandro, Roberta Lanave, Barbara Mazzi, Raffaele Musella e Angelo Tronca, quasi sempre sul palco a svelare i segreti della famiglia Klingenfeld in occasione della festa di compleanno del patriarca Helge. C'è un problema con tua madre; e quale sarebbe - chiede Christian, il figlio maggiore? Si è stancata delle mie barzellette - risponde Helge. Magari i problemi della famiglia fossero questi. In realtà sono i peggiori che si possano immaginare e vengono fuori proprio durante il discorso di Christian per omaggiare suo padre. Deve togliersi il peso della violenza, quello stesso peso che ha ucciso sua sorella gemella e che si intuisce fin dall'inizio quando il primogenito torna alla casa paterna dopo tanto tempo e sia la musica che le luci contribuiscono a farci respirare un ambiente torbido e soffocante. Qual è la verità di questa famiglia? Quella della gioia della festa del sessantesimo di Helge? Quella della famiglia riunita? Quella dei sorrisi quando il nonno cerca di parlare? Quella delle gelosie tra i fratelli? Quella della ricchezza dei Klingenfeld? Oppure questa è tutta una facciata falsa che nasconde violenze sessuali, omertà, silenzi che esplodono.

PISTOIA. L’incontro con il pubblico del Teatro Manzoni di Pistoia al termine della rappresentazione (si replica oggi, domenica 5 marzo, alle 16) che l’intera compagnia di Pupo di zucchero (giunta nuovamente sul palcoscenico, ma stavolta in borghese, alla spicciolata) ha avuto con la moderazione, appropriata, delicata, professionale e saggia, come non poteva essere altrimenti, di Massimiliano Barbini è la scusa, spudorata, ma inevitabile, di parlarne ancora di questo spettacolo, già recensito, lo scorso inverno, dopo l’esibizione al Teatro di Rifredi. Confermiamo punto per punto e virgola dopo virgola quello che abbiamo scritto allora, aggiungendo quei friccichi d’emozione che sono arrivati ieri sera e che non salderanno certo il conto emotivo se avessimo l’opportunità di vederlo ancora, lo spettacolo. Rispetto a Vita mia, Le sorelle Macaluso, Scortecata, Misericordia, le opere precedenti, Emma Dante, l’ideatrice, la regista, l’architetto, ha solo smaltito la rabbia, conservando, intatta, la poesia, che scevra dall’acredine giovanile, si è addirittura impreziosita. Probabilmente, dopo anni di studio, ricerca, fatica e lavoro certosino, la disillusione cosmica ha preso, inconsapevolmente e inesorabilmente, il sopravvento. Non è un trattato di resa, ma il limite, invalicabile, dello scibile e del rivoluzionabile, oltre il quale non c’è altra soluzione o via che scendere dal palcoscenico e imbracciare le armi.

FIRENZE. Nel titolo abbiamo cercato di sintetizzare tutto quello che, a nostro funereo presagio, dovrà ancora succedere sulle famiglie nate e uccise dalla loro stessa inconsistenza e che prima di noi è già stato sentenziato da un giovanissimo Florian Zeller, che ha previsto catastrofici riflessi con la sua trilogia familiare: La madre, Il padre e Il figlio. Su questo intimo triangolo generazionale si è a sua volta concentrato Piero Maccarinelli, che dopo la traduzione del testo francese dell’autore ha deciso di portare in scena le sue inquietitudini, affidando a un giovane, ma ormai scafatissimo, Giulio Pranno i disagi e i dolori di un figlio che non riesce a capire, men che mai a metabolizzare, la separazione dei propri genitori, che alla Pergola di Firenze (stasera ore 21 e domani, domenica 5 marzo, alle 16) sono interpretati da Cesare Bocci e Galatea Ranzi. Il problema lo crea Marta Gastini, la nuova e più giovane moglie del papà, che ha da poco coronato il suo sogno: diventare madre con il navigato e vincente professionista e dare così al giovane tormentato Nicola un ulteriore fardello psicologico, un fratellastro molto più piccolo (Riccardo Floris e Manuel Di Martino, rispettivamente medico e infermiere del reparto di psichiatria dell’ospedale dove il giovane farebbe forse meglio a restare un po’ più a lungo concludono il cast).

FIRENZE. L’atto di denuncia che la colpa sia sempre e soltanto attribuibile all’altro e alle malevole coincidenze che non ci hanno consentito di diventare quello che avremmo sognato di essere, viene benevolmente inghiottito dal tono surreale delle conversazioni che i tre orfani hanno tra loro e, singolarmente, con la madre deceduta. La fabbrica degli stronzi, del resto, gradita tappa del cartellone del Teatro Cantiere Florida, non poteva esentarsi dalla ragione dei suoi ideatori, l’incontro tra le compagnie Maniaci d’Amore e Kronoteatro, che approfittano, da sempre, per la stesura dei loro lavori, di questa generazione di falliti/frustrati/inetti imbevendola, onde evitare pericolosi incrementi suicidi, con ben visibili pozioni melbrooksiane. Sulla scia di fa’ del tuo meglio, miraggio apicale di quello che riusciamo naturalmente a produrre senza l’aggiunta di null’altro, l’hashtag psicologa Luciana Maniaci e i suoi due fratelli Francesco D’Amore e Tommaso Bianco sono alle prese con la preparazione funeraria della salma della loro mamma, Maurizio Sguotti. Tra i tre orfani non c’è la minima complicità, men che mai consanguineità; ognuno di loro imputa a uno degli altri due il proprio fallimento esistenziale e perché no, generazionale e tutti e tre, più o meno consapevolmente, inevitabilmente ai genitori, che non hanno saputo creare le condizioni connettivali dell’amore da trasmettere, organicamente, ai figli.

PRATO. La luce biancosterilizzata che si irrora dal palcoscenico lascia intravedere che più che un set teatrale ci si trovi al cospetto di un salone psichiatrico, dove però non si capisce bene e sempre chi siano i pazienti. Perché anche quelli che sembra abbiano il potere di dare a questi ultimi un’esaustiva spiegazione dell’operazione/memoria che andranno felicemente a intentare non è che diano inequivocabili segnali di equilibrio. Il paziente più serio è Lello Serao, che dopo una veemente introduzione con e contro la nipote Lisa Imperatore (è lei che avrebbe il desiderio di ricomporre le fratture generazionali della sua famiglia), sembra scivolare, inesorabilmente, nel letale imbuto degli psicofarmaci ai quali viene, virtualmente, sottoposto. Ma Ex – Esplodano gli attori è, probabilmente, tutt’altra cosa, un’invisibile macchina del tempo che riporta nel salone di un appartamento rispolverato per la bisogna i componenti di una famiglia, dai nonni ai nipoti, passando anche per il fidanzato dell’ultima della dinastia, per fare in modo che i dissapori vissuti e sofferti in costanza d’esistenza vengano, tardivamente e solo grazie a un esperimento, chiariti e sanati.

PISTOIA. Ci vogliono coraggio e disciplina registica (Rimas Tuminas), saggezza e lungimiranza d’adattamento (Fausto Paravidino), lungimiranza produttiva (Teatro Stabile del Veneto) e impeccabili protagonisti per ridurre a novanta minuti un interminabile dramma secolare di tre atti. Perché prima o poi, il passato, soprattutto quello tenuto demagogicamente nascosto, riemerge e i suoi effetti sono generalmente catastrofici. Perché non c’è più tempo di riparare al danno e gli scheletri, tenuti ben nascosti negli armadi, prendono forma e corpo, iniziano a parlare, a raccontare e sui piccoli e grandi castelli di sabbia costruiti con la menzogna basta si imbatta una semplice onda, non un’imponente mareggiata, per cancellarli. La storia è vecchia, circa un secolo e mezzo, ma la sentenza degli Spettri di Ibsen è ancora attualissima, perché l’ipocrisia, non solo quella borghese, ma anche quella che circola un po’ ovunque, anche nel sottoproletariato, la fa ancora da padrona. Soprattutto se si affida il racconto e dunque il ruolo, doppio, di abile e indispensabile protettrice/mistificatrice prima e di esasperata rivelatrice di verità dopo, a una femmina di rare fascino ed eleganza come Andrea Jonasson, (81 anni il prossimo 29 giugno), una tedesca con il vezzo francese della erre blesa che non a caso è stata compagna e collega per ventiquattro anni di uno dei mostri sacri del teatro italiano, Giorgio Strehler.
di Letizia Lupino

PISTOIA. La difficoltà dell’incipit sbuffa palese; da dove cominciare quindi se ancora si cerca il finale? Sempre se un finale ci sia stato, non voluto, apparentemente cercato per l’inevitabile chiusa. Il palco del Teatro Manzoni si appresta perciò ad abbracciare una caotica scenografia per un’esclusiva tutta toscana. Dystopia, la nuova creazione di Poyo Rojo, che ha già all’attivo parecchi chilometri. E ben ci crediamo per quel che vediamo. È un laboratorio informatico? Un osservare neanche troppo di nascosto il making of di un film? Un esperimento? Una prova aperta? Una caccia al tesoro in sotterranei inaspettati?! Inequivocabilmente più facile capire quello che non è: non è un soggiorno, non è una pista da ballo, non è un dietro le quinte di una stazione televisiva, non è un camerino, non è un talent show. Non è un sacco di cose che però, incredibilmente, le include tutte. Allora di tutto ciò che non è, appare lampante tutto ciò che riesca a contenere come se i manici di questo ghiotto calderone sorreggessero nuvole serene. I cuochi che condiranno la scena scatteranno prontamente sul palco. Alfonso Barón e Luciano Rosso si presenteranno inguantati in tutine verdi da Chroma Key facendo già, bene o male, presagire una lunga lista di ingredienti.

PRATO. Non conosciamo la vita privata di Massimiliano Civica e non sappiamo se nella notte tempestosa e shakespeariana nella quale è ambientata la sua ultima fatica, La stoffa dei sogni, ci siano anche e soprattutto, oltre ai successi che non gli hanno fatto lievitare il conto in banca, le sue incomprensioni, le sue sconfitte, i rapporti mancati, perché dai quali si è voluto e dovuto sottrarre, con mogli e figli. Avremmo potuto chiederglielo, alla fine della rappresentazione, visto e considerato che al Metastasio (che ha prodotto la spettacolo), dopo lo spettacolo, scritto da Armando Pirozzi, si è messo lì, il regista, a farsi infilzare dalle domande del pubblico. Ce ne siamo andati, preferendo evitare qualsiasi interferenza, anche salvifica, probabilmente, soprattutto in vista della recensione e privilegiare, con la presunzione che goffamente ci distingue, la nostra metabolizzazione di spettatori privilegiati, quelli che siedono alle prime file senza pagare mai il biglietto. Abbiamo preferito non sentire le sue spiegazioni perché ci siamo voluti accontentare delle nostre percezioni, che sono, traslate, le nostre, quelle che ci hanno imposto per una vita intera inseguire le nostre chimere. Le sue, quelle di Massimiliano Civica, sono costellate da una vita trascorsa a teatro, in quella sala/parola magica che è inferno e paradiso, gioia e dolore, successi e sconfitte, andate e ritorni, glorificazioni e condanne.

PISTOIA. Antonio Latella, delle nuove tacite disposizioni teatrali, quelle che raccomandano spettacoli brevi, novanta minuti al massimo, ma possibilmente meno, se ne fotte altamente. Fa bene, perché se lo può permettere. Sì, perché è uno sperimentatore indefesso, con uno sguardo maniacale ai dettagli, quelli che sono religiosamente osservabili e osservati da attori modello-Ronconi, la scuola generazionale con la quale, chi sale sul palco, non può non farci i conti. La dimostrazione, l’ennesima, è arrivata al Teatro Manzoni con Chi ha paura di Virginia Woolf, di Edward Albee, uno dei testi più malleabili per le rappresentazioni perché ci si può fare praticamente tutto. La duttilità del testo e l’intelligenza visionaria del regista sono poi amplificate dalla bravura dei quattro protagonisti, che non sono due prime donne e due affiliati, ma quattro attori che non perdono di vista, mai, i loro ruoli, di vittime e carnefici, di spettatori e protagonisti. A cominciare dalla poetessa Sonia Bergamasco, che prima di vestire gli abiti dell’infelice alcolizzata Martha, ha presentato, alla libreria Lo Spazio, la sua raccolta Il quaderno (La nave di Teseo), a conferma della poliedricità artistica della 57enne milanese che è la dimostrazione lampante di come lo studio e l’applicazione (dieci anni fa, al Funaro, non ci impressionò affatto) paghino eccome.

PRATO. Lo storico fallimento di una certa branca dell’impegno politico si è trasformato, prima di disintegrarsi in un insucceso che chissà per quanto tempo dovremo ancora subire senza poter avere diritto di replica, in demagogia, che rappresenta, a qualsiasi latitudine, la peggior sepoltura, senza nemmeno l’onore delle armi. Giuliana Musso, che conosce il teatro e i suoi maledetti tempi, quando ha deciso di riproporre, a venti anni dalla nascita, il suo Sexmachine, in scena al Fabbricone di Prato, avrebbe dovuto dolcemente mutilare alcune parti iniziali della prima stesura e ampliare, a dismisura, affondando oltre ogni ragionevole tristezza il coltello nella piaga, l’epilogo originale, quello nel quale il piccolo industriale del nordest confida a una mignotta qualsiasi il suo fallimento economico, d’impresa, che si ripercuoterà, inevitabilmente, su quello personale, familiare, con moglie e figlie che disconosceranno il loro marito e il loro padre. Perché una volta abbandonato il sarcasmo sinistrese, che infiniti lutti addusse agli Achei, e immersa nell’intimismo fallimentare di quegli uomini che si sono fatti da soli, stringendo forse troppo il laccio emostatico o esagerando nell’inocularsi stupefacenze, Giuliana Musso, accompagnata, come di rito, dalla chitarra funk e dalla voce carioca di Gianluigi Meggiorin, diventa irresistibile, una maschera teatrale di rara bellezza e tristezza, amplificata da quel diaframma che ricorda, in più di una circostanza, i gregari di un ciclismo d’altri tempi e doping.
Leggi tutto: Si stava meglio quando si stava peggio, comunque

PISTOIA. A certi spettacoli, riservati a un pubblico tristemente massivo, ci pensano, da parecchi anni – e si vede –, la televisione e buona parte del cinema. Il teatro, deputato ad altro, seppur non possa esentarsi dal mercato, può e deve censurare, altrimenti, compie e traccia l’ultimo segmento circolare di un anello che finisce per genuflettere definitivamente l’utenza e convincerla che non ci sia altro oltre quello che il Convento corrotto passi. Una volta, infatti, tanto, tanto tempo fa, quando si stava meglio perché si stava peggio, i grandi mattatori teatrali passavano, saltuariamente, negli studi televisivi e sui set cinematografici perché il loro sottopagato indiscutibile talento da palcoscenico necessitava, inderogabilmente, di liquidità. La situazione, da tempo, si è letteralmente capovolta, soprattutto per gli operatori del settore; se si vuole riempire un teatro, occorre necessariamente chiamare un personaggio che spopola in tivvù. Ieri sera (si replica oggi, domenica 15 gennaio, alle 16), al Teatro Manzoni di Pistoia, è successa una cosa del genere. In scena: Scusa sono in riunione… ti posso richiamare? una sagra panettoniana di battute oltremodo prevedibili, seppur talvolta divertenti (con varie strizzatine d’occhio a Proietti, Montesano e tutta la commedia italiana anni ’80), scritte da Gabriele Pignotta (uno che di sitcom se ne intende) e che vede in scena, oltre all’ideatore, Fabio Avaro, Nick Nicolosi, l’effervescente figlia dei fiori (lo scriviamo per l’egida battesimale; non potrebbe essere diversamente) Siddhartha Prestinari e lo specchietto per le allodole, Vanessa Incontrada, adorabile e insostituibile a non prendersi sul serio negli studi Mediaset al fianco del co-conduttore Claudio Bisio, ma decisamente meno brillante sul palco.

PISTOIA. Geniali, cazzo, fin nel midollo. Li conosciamo bene quelli di Sotterraneo, ma con L’angelo della storia sono andati oltre. E non è certo il Premio Ubu (che bissa quello ottenuto un lustro fa con Overload) che è stato loro conferito per questa rappresentazione che infilza il tempo e la storia, un balletto senza coordinate, con un inizio e una fine programmati, uno start e un arrivo affidato ai telefonini degli spettatori, tra cori a cappella, ritmo forsennato, incursioni grammaticali e temporali a orologeria, brevi semiseri proclami politici e morali, coreografie danzanti alla John Landis e la solita, straordinaria, glaciale presenza scenica a spingerci così tanto nel campo delle glorificazioni, ma stavolta Sara Bonaventura, Claudio Cirri e lo scrittore dietro le quinte Daniele Villa hanno esagerato davvero, portando a compimento un piccolo, immenso, capolavoro. Il Teatro Bolognini, a Pistoia, che ha ospitato la compagnia, in molte circostanze, residente proprio all’Atp, ha avuto il piacere di mangiarseli vivi a suon di applausi, ieri sera, i protagonisti, che per questo concerto a più strumenti hanno assoldato, alla causa sulla scena, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati e Giulio Santolini, straordinari soldati per questa guerra di tutti sconfitti, senza nemmeno un vincitore.

FIRENZE. La linea di demarcazione è sottilissima; al di là, c’è lo studio, la memoria, la provocazione, la lotta per la sopravvivenza, l’arte; al di qua, divisa da una lastra quasi invisibile di metallo che non esclude pericolose altalene emotive e culturali, checazzomenefregasenoncapitenienteperchénonc’ènientedacapire. E siccome abbiamo avuto il dubbio che potessimo appartenere, indistintamente, all’una e all’altra fetta di spettatori, ieri sera, al Teatro Cantiere Florida di Firenze, al termine di Senza, siamo rimasti in silenzio, senza battere nemmeno una volta le mani. Gli altri, tutti gli altri, le mani se le sono spellate, rinforzando il gradimento sonoro con ululati approvatori e non nascondiamo che per alcuni istanti ci siamo sentiti, contemporaneamente, dei gonzi e/o dei lungimiranti. Non abbiamo assistito al prologo esplicativo, né ci siamo messi a leggere il foglio di sala; ci siamo lasciati trasportare da Matteo Pecorini (Mr Bean de noantri) e dal suo incomprensibile, ma chiarissimo, parolare, che è quello ereditato e custodito, nel tempo, lasciatogli in dote da una persona che la vita, prima della società, aveva insindacabilmente relegato ai margini, concedendogli il solo lusso di conservare le proprie emozioni su un magnetofono.

PRATO. La risposta alla deriva, al nichilismo, a questa corsa supersonica verso il nulla, forse, è molto più semplice di quello che si creda, o che ci convenga credere, quasi banale. Perché la Rivoluzione – ed è quello di cui abbiamo indistintamente bisogno tutti – ha una formula alla portata di chiunque, di tutti quelli che decidono, scientemente, di fare qualche passo indietro e fermarsi: a guardare, ad ascoltare e a pensare. Non è di un incontro insurrezionalista che vi stiamo parlando, o forse molto peggio, ma del nuovo saggio poetico della Compagnia Scimone/Sframeli, che ha debuttato al Fabbricone di Prato (si replica fino a domenica 11 dicembre) con il loro Fratellina (prodotto dal Metastasio, in prima nazionale), una preghiera asessuata che potrebbe salvarci, forse, prima che il vortice del nulla risucchi tutti e tutto. Due letti a castello, che sono postazioni di prigionia, gabbie, dai quali nessuno degli occupanti scenderà mai, se non per rifugiarsi, epilogo di speranza, nell’atollo della rinascita, separati dalla platea e dal mondo da delle veneziane, che vengono riavvolte al suono della sveglia, dopo un lungo ticchettio al buio che precede l’inizio della rappresentazione. Lo scandire del tempo è il sole e la luna che si susseguono l’uno all’altra e uno specchio, calato dall’alto, è la decisione che scatena l’incontrovertibile consapevolezza del totale abbrutimento umano, al quale occorre dare una risposta vera, efficace, dolorosa.

PISTOIA. Lo spettacolo è nuovo, contemporaneo, drammaticamente reale; la recitazione, però, è antica, strutturata, vista e rivista molte altre volte, forse tiepida nella denuncia, vista la sua inflazione, ma oggettivamente sublime. Dipende dalla grazia di Mariangela Granelli, sposa promessa e annunciata, disillusa donna di mezza età che ha improvvisamente riacceso il fuoco del desiderio e della speranza, in attesa che la casa dove andrà a vivere con il suo futuro marito, l’uomo che l’ha fatta ricredere, sia pronta; che dovrà però fare i conti con lo spettro di un cadavere, quello di Cristina Parku, trovato, completamente nudo, nella piscina condominiale, sposa nascosta, perché ingiustificabile e impresentabile a una società che non potrebbe e non vuol capire, che non ha un nome, un cognome, né si sa da quale parte dell’Africa sia partita per arrivare nell’androne di un lussuoso condominio di una città italiana. Su quest’altalena emotiva dondola, tra paurosi scatti d’ira e tenere/violente sessualità, l’eleganza di Valerio Binasco, fuoriclasse puro del teatro italiano, che dirige e interpreta, al Teatro Manzoni di Pistoia (si replica oggi, domenica 4 dicembre, alle 16), Dulan la sposa, tratto dal romanzo della scrittrice romana Melania Gaia Mazzucco e prodotto dal Teatro Stabile di Torino.
di Letizia Lupino

PISTOIA. Un primo pensiero spontaneo arriva direttamente lì, gli indizi elementari ci sono tutti: una sorta di porta d’ingresso, valigie sparse, la finzione di essere all’aria aperta, le poltrone per l’attesa e l’attesa stessa. C’è voluto un po’ per tentare di mettere a fuoco, in confini a noi riconoscibili, il quadro che ci si para davanti, anche se, un tappeto verde a mo’ di prato, una cornice sospesa e un ramo di acero a mezz’aria ci fanno pensare che più che una stazione il Funaro di Pistoia abbia allestito un sogno, con accostamenti senza senso durante la veglia, ma che si agganciano perfetti come un puzzle quando ci lasciamo andare posando la ragione sul comodino. Allora le voci tacciono, i cellulari si spengono e le luci si abbassano; Giuseppe Cederna entra sul palco come se fosse in ansia da ritardo, dando l’impressione di non sapere bene dove andare, le valigie in mano, uno sguardo perso verso l’oltre e una voce che dall’alto si fa largo nelle nostre orecchie: Mia cara Lison… Ed è così che inizia il viaggio, sembra proprio il caso di dirlo, di un corpo. Giuseppe Cederna incarnerà, battuta dopo battuta, il ragazzino dodicenne che si fa giovanotto, poi adulto, poi anziano fino a spegnersi all’ottantasettesimo anno di età, è un discorso confidenziale tra lui e noi, è la messa in scena di un diario segreto ma non intimo, sai quante riserve ho sul resoconto dei nostri mutevoli stati d’animo.

PRATO. Quando si alza dal suo malandato scranno per scendere, con attenzione, vista l’età e l’enigmistica coreografia, e immergersi nella vasca rosa dove i suoi ricordi, demoniaci, lo intratterranno fino alla morte (?), leggendo, canticchiando, le deliranti considerazioni dell’inesorabilità del suo suicidio, che non si consumerà certo, l’attenzione è già andata a farsi benedire, perché la visuale, kitch fino al parossismo, ha già lasciato intendere che di Libidine violenta non c’è assolutamente nulla da capire. Enzo Moscato, del resto, ideatore e regista di questa ennesima provocazione che replicherà al Metastasio di Prato fino a domenica prossima, 27 novembre, dopo aver ricevuto il placet dai propri conterranei partenopei, ha già detto, scritto e scandalizzato tutto e tutti, con una serie innumerevole di rappresentazioni puntualmente applaudite dal pubblico, italiano e straniero, e puntualmente insignite da riconoscimenti ufficiali, a partire dal primo, nel 1985, a Riccione e fino ad arrivare all’Ubu, quattro anni fa, immancabile suggello alla carriera. Dai Quartieri Spagnoli, dove è nato, a Recife, dove è andato a tenere lectio magistralis, passando dalle cattedre di parecchi atenei, Enzo Moscato è, insindacabilmente, un autore cardine e di riferimento di tutta la drammaturgia degli ultimi quarant’anni.

FIRENZE. Ride divertita, Concetta, come se non fosse lei la bestia trascinata dal padre che la venderà al mercato in cambio di una capra gravida. Ride divertita, Federica Carruba Toscano, ideatrice di Immacolata Concezione (uno spettacolo Vucciria Teatro prodotto dalla Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini), come se quel corpo, nudo, indifeso, disumanizzato, trascinato a forza bestiale da una catena fissatale al collo, seppur desiderato dagli uomini, invidiato dalle altre puttane e schernito, tra indignazione e pietà da tutto il resto, che gira tra gli spettatori del Teatro di Rifredi, a Firenze, dalla parte più alta della platea fino a guadagnare il palcoscenico, non fosse suo, ma appartenesse a un’altra vittima, che fosse carne di altro macello, che fosse merce di scambio di altra povertà. Siamo nella Sicilia degli anni ’40, a due passi dal secondo conflitto mondiale; il Fascismo è all’apice della sua demenza, a un passo dalla sua tragica e cruenta fine, ma rende ancora l’idea del potere, che lo glorifica in tutta la sua aberrazione. L’acquirente di Concetta, con un seno prorompente, una pelle inflaccidita che fa curiosità e sangue tra i suoi futuri clienti e un sorriso disarmante che la proteggerà e la condannerà, è la tenutaria di un bordello di infimo ordine. Il tempo, però – e sono più di ottant’anni -, non sembra essere passato. Non ci sono più i bordelli (purtroppo), vero, e le ragazze costrette a vendere il loro piacere non vengono più trascinate al mercato legate con una catena al collo, ma il commercio della carne è ancora florido, attivo.
Leggi tutto: Una Madonna violata, una Bocca di rosa sprovveduta

FIRENZE. Il dolore, stavolta, si affievolisce un po’; non è la solita Emma Dante, quella di Carnezzeria, Vita mia, mPalermu, tanto per intenderci, o quella, avvicinandoci al contemporaneo, Le sorelle Macaluso, Scortecata, o Misericordia. Con Pupo di Zucchero, con due tutti esauriti al Teatro di Rifredi, la regista siciliana si allontana qualche centimetro dal dolore genuino, quello che strappa lembi di stomaco e consegna al nichilismo e alla riflessione alcune pagine riservate a gli ultimi. Però resta lì, attorno alla poesia, alla pittura, alle coreografie umane, alla melodia, alle rivisitazioni del sacro e del profano, con al centro dell’attenzione ancora una volta il camaleontico Carmine Maringola, l’ultimo sopravvissuto di una dinastia familiare ormai consegnata alla morte, e alla sua memoria, non contemplata all’Anagrafe, figuriamoci dalla storia. La scena è quella di sempre, con poco o nulla sul palco. Ma i ricordi prendono vita e ci trascinano indietro nel tempo, attorno alla lenta e irrisolta lievitazione del pupo di zuccaro, inderogabile rituale culinario della festa dei morti, quella del 2 novembre, quando nella modestissima casa vivevano tutti insieme: il figlio, ormai invecchiato, tremulo e deforme, con la madre francese, il padre marinaio sempre lontano e risucchiato dai flutti, Rosa, Primula e Viola, le tre sorelle in attesa di matrimonio, zia Rita e zio Antonio sistematicamente avvinghiati dal sesso e dalla violenza, Pedro, lo spagnolo innamoratissimo di Viola e Pasqualino, il figlio di colore adottato, per pietà, dalla mamma.

FIRENZE. Datemi una foto e vi spiegherò il mondo. Almeno il mio. Ma non perché dalla foto si possa risalire ai genitori, alla famiglia, al quartiere, agli amici. No. La foto è un meraviglioso tragico pretesto grazie al quale, senza andare in analisi, l’osservatore riesce a vomitare tutto quello che ha tenuto involontariamente, ma gelosamente in seno, per una vita intera. E un giorno, il 21 maggio 2004, per l’esattezza, il Washington Post pubblica quel macabro rituale della prigionia di Abu Ghraib dove una ragazza, una teen agers qualsiasi, capelli corti, corpo minuto, occhi anonimi, ma in divisa militare, tiene al guinzaglio un uomo da poco torturato e che poco dopo continuerà a subire torture. Claudine Galea, che aspettava un momento propizio per liberarsi di dosso tutte quelle sovrastrutture che fino a quel momento l’avevano appesantita fino al soffocamento, in quella foto non vede quello che ogni spettatore inorridito scorge e impietosito invoca la carità, ma ben altro, che poco o nulla sembrano avere a che fare con quell’immagine inequivocabile. E si mette a scrivere: Au bord, un viaggio a ritroso iniziato proprio da quella fotografia che fa il giro del Mondo così come l’autrice riesce a rovistare sé stessa.
di Letizia Lupino

PISTOIA. Un’unica data quella di stasera al teatro Manzoni di Pistoia. Un’unica data in questo molle giovedì che accompagna il fine settimana. Sorprende la scelta o forse no, ma il teatro non sgomita, la platea è morbida, i palchetti pressoché vuoti. Sembra quasi che lo spettacolo che andrà in scena sia per gli addetti ai lavori o per chi lo ha organizzato. Facce fresche riempiono fin dove lo sguardo può abbracciare: non sembra certo il solito posto di qualche giorno prima. Le eco cambiano. I target anche. Evidentemente. Il palco è sgombro, bianco il fondale e il pavimento. Una poltrona gonfiabile fucsia da un lato, un microfono ad asta dall’altro. Niente di più eppure è sufficiente, forse avanza. Le luci si abbassano quel tanto che basta per rischiarare il buio completo. Il bianco è abbacinante, la poltrona spicca come un frutto maturo nella sua gonfiosa opulenza. L’ingresso musicale di rito fa da apripista a Cristiana Morganti (fresca fresca del Premio della Critica 2022, per questo spettacolo prodotto dall'Atp) che sale sul palco come se fosse il soggiorno di casa sua, una confidenza di anni di frequentazione. Non ci sono segreti, tutto è palesato, tant’è che il bianco pare ancora più bianco. Behind the light d’altronde è ciò che già è. Non siamo pronti a quello che sta per succedere. No, non siamo pronti, perché la danza è sempre un po’ un labirinto; tu ci entri con una direzione per poi scoprire che ne esci completamente ribaltata da un’altra. Frastornata. Ed è esattamente quello che è successo a noi.
di Letizia Lupino

PISTOIA. È una prima nazionale quella di stasera (29 ottobre, senza la pomeridiana replica odierna: Chiara Caselli si è fatta male a un polso; impossibile riandare in scena) al Teatro Manzoni di Pistoia. Prima nazionale e Pistoia insieme. Sono circa le 20:40 di un sabato al finale, sono al lavoro e i movimenti si accelerano, come se fossi una moviola al contrario mi muovo meccanicamente con un solo obiettivo in testa: mica voglio arrivare tardi a una prima e per giunta nazionale? Mi sono anche vestita bene per l’occasione, cioè, in realtà niente di troppo diverso dal solito, però questa cosa del vestirsi in un certo modo per il teatro mi ha sempre fatto sorridere, così come poi rendermi conto del binomio generazionale: cozze abbarbicate ad uno scoglio da un lato e pesci volanti dall’altro e oltretutto è anche sabato sera, ma mi riserverò per dopo il gusto di scoprirlo di nuovo. Raccatto le mie carabattole nel mentre i miei capi stanno discutendo su come legare un fiocco intorno al collo di una bottiglia di vino, piccolo pensiero per essere stati eletti a covo perfetto della compagnia; casa Vianello nello Spazio (la libreria n.d.r.) breve di un sipario che presto si aprirà. Presto appunto. E non c’è andata neanche troppo male per essere sempre il solito sabato sera. Il pacchetto è pronto e noi pure e con la curiosità negli occhi accorciamo, un passo davanti all’altro, la strada che separa noi e il velluto rosso.
di Dario Monticelli

LIVORNO. Vincent River è un dramma del poliedrico artista britannico Philip Ridley, che ha spaziato in ogni forma d’arte conosciuta, persino la regia di qualche horror d’autore con interpreti hollywoodiani. E quindi, non è un caso se l’opera, tradotta da Carlo Emilio Lerici (che ne curò la regia tre lustri or sono) e Fabia Formica, musicata da Giovanni Sabia con immagini e video di Matteo Tortora e la messa in scena della compagnia Atto Due di Firenze (per la regia di Sandra Garuglieri e Marco Toloni, molto sobria e netta), sono resi con un deciso taglio cinematografico. Dialoghi duri da serata al cinema quando non ti va di trattenere le lacrime e sei più propenso alla sospensione dell’incredulità, cazzo e Cristo come se piovessero, energie recitative sincopate a volte stranianti, ma perfettamente coerenti con l’atmosfera intima e al tempo stesso da dietro lo schermo del testo (e uno schermo da videoproiezioni è in effetti interposto tra scena e pubblico). Simona Arrighi, vibrante e coriacea Anita, madre scontrosa, ma rotta da un dolore indicibile. Samuele Anselmi, verde, ma con padronanza consumata nella parte del giovane Davey, che rinviene il cadavere del figlio della donna: Vincent River. Un brutto fatto di cronaca nera, un giovane uomo assassinato. La periferia violenta. I valori familiari più forti delle relazioni umane. Un vicinato moralista come nelle peggiori dittature.
di Dario Monticelli

LIVORNO. Nella rimodernata struttura ottocentesca che prende il nome di Nuovo Teatro delle Commedie, uno dei più dinamici poli culturali e di aggregazione e perché no, divertimento cittadini, venerdì 21 ottobre serata doppia nel contesto del Little Bit Festival. Formula fortunata e invitante, due spettacoli a prezzo scontatissimo. Andiamo a parlare del primo di questi. Recital Pasolini, corsaro vero, lettura liberamente ispirata a due famigerati editoriali del maestro, a suo tempo pubblicati sul Corriere della Sera, quello del 7 gennaio 1973 Contro i capelli lunghi e quello del 14 novembre 1974 Cos’è questo golpe? Io so. Non da tutti riconosciuto come tale, grande scandalizzatore, spesso giustamente recuperato, Pasolini è una figura chiave e tra le più eccelse del panorama intellettuale italiano moderno. Fatevene una ragione. Acuto, pungente, sensibile, scomodo, profetico come pochi. Ma al di là del contenuto degli editoriali (che invitiamo comunque a leggere, diremmo quasi con cadenza regolare, a costante promemoria di chi eravamo, ma viene da dire di chi siamo e di chi purtroppo siamo condannati a rimanere, come popolo italiano), non si limitano a fare da megafono, ma anzi sono protagonisti vivi, la voce di Aldo Galeazzi (noto poeta livornese) e le atmosfere sonore e musicali realizzate live da Mirko Sarti, mai invadenti e perfette nel calarci nello stato d’animo del testo e dei suoi accenti.

PRATO. Ad onor del vero e per dovere di cronaca, visto che al racconto spagnolo dell’epica sfida con i marziani verdeoro filtrato dalla sua lente di deformazione, più che di ingrandimento, palermitana, premette una serie di contemporanei accadimenti cosmici, da omicidi mafiosi a congetture internazionali, stragi di angoli di terzo mondo e arresti eccellenti, Davide Enia, mattatore esaltante del suo sequel Italia-Brasile 3 A 2, avrebbe potuto e dovuto aggiungere un paio di dettagli, come l’esplicito riferimento al calcio scommesse e il sospetto, che per Oliviero Beha fu certezza, tanto che la sua insinuazione gli valse la cacciata dall’Olimpo del Pallone, lui che era uno dei pochi a poter disquisire di calcio, che il pareggio con il Camerun, che consentì agli azzurri di Bearzot di proseguire il cammino del Campionato del Mondo in Spagna, fu frutto di una combine al di sopra della liceità. Ma lasciamo da parte la nostra ossessione verista/illuminista e sediamoci nelle poltroncine del Metastasio di Prato, dove fino a domani pomeriggio (domenica 23 ottobre) andrà in scena la replica della rappresentazione e godiamoci la coinvolgente affabulazione siciliana, sorretta, scandita e giustificata, più che accompagnata, dalla colonna sonora verghiana sì, ma ricca di rock e saudade, della chitarra e della batteria di Giulio Barocchieri e Fabio Finocchio.
di Luna Badawi

PRATO. Va in scena, per il battesimo stagionale 2022-23 del Metastasio di Prato, la seconda parte della Trilogia della vita privata di Milo Rau, regista svizzero, oggi alla guida del NTGent in Belgio. Nella prima parte di questa trilogia, Rau, insieme alla sua squadra, affrontava il tema del suicidio collettivo, mettendo in mostra una società sull’orlo del baratro. Il ritratto della società occidentale in forte declino. In questa seconda parte, Rau decide di affrontare il tema dell’eutanasia, del dolore, della perdita: Della Morte. In una società in cui l’ascolto solidale è sempre più assente, dove si parla tanto, ma non ci si ascolta, metterci a nudo scoprendo le nostre ferite diventa un atto sovversivo e di grande coraggio. Il lutto e la perdita, nonché la decisione di abbandonare la vita e rifugiarci nella morte, sono temi tabù ancora oggi, che meritano più spazio nel dialogo della sfera mediatica e politica. La fragilità umana, la complessità dell’esistenza, la volontà di raccontarci e ritrovarci nei racconti altrui per non sentirci soli, sono temi che dopo tutto hanno la priorità anche in teatro. Da qui parte Rau con delle domande essenziali: Come raccontiamo la morte mentre siamo in vita? E cos’è per noi la fine? Come possiamo soffrire e scomparire?
di Letizia Lupino

PISTOIA. È Il giorno prima delle elezioni, nel silenzio elettorale che mi appresto a tornare, dopo diverso tempo, al teatro Bolognini di Pistoia. Sono stata avvertita il giorno stesso, posso quasi osare all’ultimo secondo e la parola che mi convince subito è una sola: Ginevra di Marco, e il resto non lo sento neanche. Mi accerto soltanto del luogo e dell’orario, onde evitare di fare come mille altre volte. Quella di stasera è semplicemente la conferma di quello che già so. Non importa quindi se non conosco, nel dettaglio o anche meno, quello a cui andrò incontro. Salgo le scalette che invitano nell’atrio del teatro come se andassi a un appuntamento al buio. E forse in qualche modo lo è. La locandina, posta alla mia sinistra, stuzzica a malapena il mio sguardo che non cede al blando richiamo di una copertina ammiccante. Lo sguardo infatti è oltre, spazia dalla biglietteria all’ingresso della sala, frugando i pieni, i vuoti, le attese e le chiacchere sospese in un molle brusio. Tranquilli ragazzi, l’ingresso è gratuito. ci dicono e così, con passo meno incerto, ci avviciniamo alle colonne di Ercole della platea. Varco la soglia, le poltrone sono quasi tutte occupate. Sorrido e aguzzo la vista, per ciò che rimane voglio riuscire a godermi lo spettacolo senza slogarmi il collo che manco a Wimbledon. Individuo così la fila perfetta, non ho nessuno accanto a me se non colui che presto mi farà da staffetta. L’aperitivo bussa. Il palco preparato e aperto chiama la mancanza di chi condurrà lo spettacolo.
di Letizia Lupino

PISTOIA. Il fondale e il pavimento sono ricoperti da enormi teli bianco latte, al centro un parallelepipedo rivestito da rettangoli di plastica neri, pile di riviste e libri appoggiati sopra e ai lati - è questo quello che mi si para davanti quando, una volta tanto, per prima, varco la soglia del Funaro di Pistoia per teatri di confine. Il ballerino, scoprirò dopo, fugge via come se fosse stato beccato con le mani dentro la marmellata. Il cesello cardiopatico dell’ultimo secondo. L’odore caldo del legno ci avvolge senza chiedere il permesso e un padre con la figlia, dietro di me, si scambiano saperi e impressioni. Sorpresi perché e carezzevoli ragioni. Sorrido. Gradualmente la luce si scolora fino al buio. È l’inizio di Fray di Olimpia Fortuni, il primo di un doppio appuntamento con anticorpi explo-tracce di giovane danza d’autore. Ed è dunque con Fray e attraverso una piccola lucciola rossa che si accende e indugia dietro il nascondiglio rettangolare che ci immergiamo in questo viaggio visionario dell’uomo che tramite una ricerca spasmodica del sapere cresce e si fa grande, si muove fra le anse della vita raccogliendo a più non posso i frutti di quel sapere che poi, inesorabilmente, lo schiacceranno. Pier Adolfo Ciulli interpreta con vigorosa presenza questo viaggio folle, che forse vuole essere simbolo universale di una deprecabile ingordigia che come un treno lanciato a gran velocità non lascia il tempo di guardare fuori dal finestrino.
di Letizia Lupino

PISTOIA. Un arco temporale di 91 anni, dal debutto di quel lontano 12 febbraio a una nuova e sorprendente proiezione al Funaro di Pistoia il 2 settembre 2022. Sì, sembra di essere al cinema, ma senza popcorn, ma cosa importa se quel che viene proiettato è Dracula di Tod Browning, pietra miliare del genere horror e di quello che da allora è diventato? La veste è sempre quella ovviamente, un film in bianco e nero senza perimetri netti, nonostante il periodo storico sia delineato, che ti sbalza subito indietro in un tempo indefinito, almeno, questa è la sensazione che io vivo. Il bianco e nero mi trasporta in un limbo temporale spreciso, sfrangiato, opaco. E mi piace, mi piace un sacco. Così quando sono arrivata in sala non sapevo bene cosa aspettarmi; d’altra parte mi ero anche informata poco lasciandomi solo trasportare dalla locandina che avevo visto: Dracula, riadattamento cinematografico del celebre romanzo di Bram Stoker e dai brividi che, sia il film di Francis Ford Coppola che il libro, mi avevano lasciato a suo tempo. E tanto perciò mi è bastato. Travolgente la decisione di rendere la colonna sonora, di cui il film del 1931 è quasi totalmente privo, reale da quarta dimensione, visibile, presente e possente.
di Letizia Lupino

PISTOIA. È un biglietto che sventola con una certa sollecitudine quello che mi accoglie al Funaro di Pistoia. Sono arrivata tardi, sì, quantomeno ho spaccato il minuto. Con ferma gentilezza vengo invitata ad entrare svelta in sala con un altro biglietto in mano, lo guardo senza attenzione, mi siedo; lo riguardo: Every brilliant thing, 999.997 l’alfabeto. È così che mi rendo conto che fino a quel momento il mio sguardo non si era fermato oltre la punta del mio naso. Alzo la testa e mi accorgo che la sala è gremita, le sedie mangiano parte del palco non compromettendo in alcun modo la poca scenografia presente: un tavolo, una grossa scatola e un panchetto. Il pubblico fremente nella sua compostezza tiene in mano il solito biglietto che ho io, sbircio a destra e a manca: sì, ce l’hanno tutti. È una morbida partecipazione a quello che sarà. Il protagonista-narratore è già in scena e aggirandosi per lo spazio ci guarda come se il focus fossimo noi. Le luci rimangono accese, nessuno stacco, nessun avvertimento e lui comincia a parlare. Filippo Nigro muove i primi passi lasciandoci attendere all’uscita di scuola, lasciandoci immaginare di essere tutti quanti bambini di sette anni alle prese con l’evento che segnerà, inevitabilmente, la vita di tutti noi per 90 minuti. È un lungo racconto-incontro che scivola fra le volute di una vita intera.

LIVORNO. E chi vi dice che sia una disgrazia, cadere. Nella premessa non ci sono retaggi cattolici, che benedicono gli ultimi, né di riscossa, che animano la speranza. Cadere e restare a terra, senza accusare fratture, emorragie, dolori, capogiri, contusioni. Restare a terra perché la vita, di più, oltre a quello a cui ci ha condannato, non possa ulteriormente infliggere. A raccontare questa storia, Di Malavoglia - tra un complemento di specificazione e una locuzione avverbiale - surreale, poetica, morale, civile e politica soprattutto, ha pensato Michele Santeramo, uno degli ospiti di prestigio di Scenari di Quartiere, rassegna nomade di Livorno che invece che approfittare degli spazi consueti, ha deciso di impreziosire angoli di città che altrimenti sono riservati e destinati a passeggiate con molossi e soprammobili al guinzaglio, qualche canna e pomiciate all’imbrunire. È successo lì, nel Parco sotto le mura Lorenesi, nel quartiere San Marco, poco dopo le 19,30, quando il sole alto e caldo ha iniziato la sua quotidiana e inesorabile discesa agli inferi notturni, regalando alla numerosa platea, principalmente femminile, come al solito, l’ombra indispensabile per assistere alla rappresentazione senza obbligare nessuno a farsi visiera con una mano appoggiata sulle sopracciglia. I gabbiani, in compenso, letteralmente insensibili alla poesia del racconto, hanno continuato a emettere, imperterriti, i loro garriti, che appartengono al rito, essenziale, della cena, quando il vento decresce, il mare si appiana e pescare è più semplice.

PRATO. Ci cademmo quasi tutti, in quella trappola. Eravamo convinti che quella polvere, invece distribuita proprio da chi credevamo di combattere e distruggere, ci avrebbe consentito il lusso di volare sopra le loro teste, quelle dei nostri nemici. Andò esattamente come gli inventori e primi spacciatori su scala internazionale sperarono; ne sotterrò molti. Uno dei più illustri, con tutto il rispetto di migliaia e migliaia di semplici creduloni che furono assorbiti dalla spirale della rota con la stessa mostruosa velocità e dipendenza che toccò in sorte a intellettuali, musicisti e personaggi parecchio scomodi, invadenti e pericolosi, fu Andrea Pazienza, di cui sorvoliamo di snocciolare i dettagli leggendari che ne hanno caratterizzato l’esistenza e ci accostiamo a lui, con rispetto sacrale, approfittando de Gli ultimi giorni di Pompeo, l’opera massima del vignettista marchigiano che rappresenta, ma solo per tragiche coincidenze, il suo testamento fumettistico. Parliamo del testo con il filtro, notevole, struggente, onirico e ironico, del teatro, il Fabbrichino di Prato (domenica 1° maggio, nel pomeriggio, ultima replica), per la precisione, dove si sono dati appuntamento Riccardo Goretti, Massimo Bonechi e Giorgio Rossi, trino e uno e hanno dato vita alle ultime ore di Pompeo, il nome con il quale Andrea Pazienza decise di parlare, scrivere e disegnare di sé, per l’ultima volta, in terza persona.

PISTOIA. La notoria scaltrezza teatrale di Roberto Valerio, mago dei tempi di distribuzione del serio e del faceto, dell’evasione e della concentrazione, di come condurre il pubblico con redini elastiche fino al tramonto senza soluzione di continuità, si è presa una pausa e ha messo sul piatto della propria biografia un’opera di altissima risoluzione ottica, chiedendo ai protagonisti assoldati alla bisogna uno sforzo superiore. Il risultato, Zio Vanja, opera plurirappresentata e pluridecantata del drammaturgo russo Anton Cechov, è oggettivamente superlativo. Certo, è un testo che consente, anzi, obbliga, gli ardimentosi a cimentarsi in improbabili rielaborazioni, vista la sedimentazione di cui gode ormai di oltre un secolo, ma l’operazione del regista romano è veramente impeccabile. Dalla scelta dei protagonisti, uno migliore dell’altro, a quella della scenografia per il riadattamento, per quattro atti che si consumano, tutti, all’interno del salone della tenuta e che sembrano inseguire l’immobilismo delle singole personalità, dilaniate dalla necessità di dare un senso alle proprie esistenze senza però riuscire, ognuno all’interno del proprio microcosmo, a fare qualcosa, a muoversi, ad agire. Di Zio Vanja non vi diciamo nulla per il rispetto che si deve nei confronti di lettori alfabetizzati.

PISTOIA. Far ridere, è affar serio. Riuscirci per un’ora e mezzo, quasi ininterrottamente, è proibitivo. È così difficile, che alla fine, l’illusionista Maria Cassi, onecatshow del suo Maria… animale da compagnia, ha deciso che per ringraziare il pubblico pistoiese del Funaro, che l’ha incessantemente omaggiata a suon di risate e battimani per tutta la rappresentazione, fosse giusto piangere. In quelle lacrime, la liberazione di un bloccoumanocosmico che sembra finalmente alle spalle e un dolore, incommensurabile e inconsolabile, con il quale ha dovuto fare i conti proprio recentemente e dal quale non si separerà mai. Del resto, That’s life, opus maximum di Frank Sinatra, di cui anche la sua reincarnazione canadese, Michael Bublé, ha voluto allungarne la leggenda, è il motivo che apre e chiude il sipario sullo spettacolo. Che nasce da un pretesto perdonabile, Viaggio intorno alla mia camera, manoscritto di Xavier de Maistre, ormai impolverato da oltre due secoli di storia e figlio di una condanna, di quaranta giorni, agli arresti domiciliari. Quando i muscoli facciali sono così allenati da potersi deformare plasticamente, quando con quella voce fiorentina, scusaci, Maria, fiesolana, che sembra una fioritura irriverente sulle origini della purezza della lingua italiana e invece è lo slang abituale da piazza San Marco a Settignano, quando le mani, anziché accompagnare un monologo irriverente sembrano essere quelle di un direttore d’orchestra, beh, sappiate che ci troviamo al cospetto di un’animalessa da palcoscenico che da trent’anni porta in giro i suoi personaggi e lei stessa in tutto il Mondo.

FIRENZE. Non è solo semplicemente il custode del Museo Pasolini, Ascanio Celestini. Dipenderà dalla crisi, strisciante e progressiva, di tutto ciò che è cultura, arte, ma oltre a ricevere i visitatori, l’usciere sostituisce tutte le altre figure e costituisce l’anima della memoria dell’intellettuale bolognese. Lo fa, come perfetto traghettatore per carovane di turisti organizzate, snocciolando, in esemplare sequenza cronologica, nomi, date e posti dove Pier Paolo Pasolini ha segnato la propria vita e quella del ventesimo secolo. Una vita che, ironia della sorte, inizia e coincide con l’anno zero dell’Era Fascista: 1922, la marcia su Roma. Il Teatro Puccini di Firenze è pieno in ogni ordine di posti. Sul palcoscenico, oltre a una sedia impagliata, una porta rossa che non si aprirà mai, ma sulla quale busseranno, in cerca di favori o di via libera, si può procedere, un sacco di mani, anche una serie di scatole, scatolette, una bacinella, tutte disposte a emiciclo intorno alla sedia, unite tra loro da uno spago che sembra voler segnare continuità, ma che resteranno lì per tutta la durata della rappresentazione, più di due ore, senza che lo storiografo ne faccia uso, menzione, che si rifugi in loro. Una compagnia scaramantica, forse, le poche cose, i pochi oggetti salvati e conservati nel museo Pasolini. Perché non c’è tempo di distrarsi in dettagli. L’autore enciclopedico parte da lontano, dalla mamma, dai nonni materni, dai primi passi di Pier Paolo Pasolini, dalla nascita, il 5 marzo in quel di Bologna, e seguendolo via via in tutti i vari spostamenti, attraverso il Veneto, il Friuli, la Liguria, fino all'Idroscalo di Ostia, dove il 2 novembre 1975, fu trovato morto, massacrato di botte. Lo fa in perfetta solitudine (direttissima, solitaria, invernale, come direbbe Bonatti), come gli è consono, lasciandosi scappare ogni tanto dei sorrisi, che non servono e non vogliono stemperare il clima; ma chiacchierando, anche di atrocità, succede.

PISTOIA. Idea di tutto rispetto, quella prodotta da un bel po’ di società, patrocinate, tra l’altro, da Amnesty International, nel mettere in piedi La classe. Ma il buono che regna e che alla fine, seppur dopo un epilogo violentissimo, prende il sopravvento su una situazione invece praticamente e sistematicamente irrecuperabile, ci fa storcere un po’ il naso (tanto sotto le mascherine non si vede). Vincenzo Manna, l’autore e Giuseppe Marini, il regista, hanno messo in piedi un cast di tutto riguardo, con i due senior (Claudio Casadio, nei panni di un Preside come tanti, quasi tutti, tronfio di moralismi, ma anche di utili consigli sbrigativi e Andrea Paolotti, il professor Albert, che tenta disperatamente di trasformare una piccola classe differenziale di future vittime di soprusi, abbandoni e sciagure, dal basso della sua posizione intermedia, quella di professore potenziato, in attesa della nomina in ruolo) ad armonizzare sei studenti problematici: una schizofrenica (Caterina Marino - Maisa), un classico capobanda da quartieri difficili (Federico La Pera – Nicolas), una conturbante futura velina, casomai sposa di qualche calciatore dislessico (Valentina Carli – Arianna), la sua amica, decisamente meno inguaiata e più taciturna (Giulia Paoletti – Petra), un sinti alla prese con un difficile reinserimento (Edoardo Frullini – Vasile) e l’arabo che sogna un futuro migliore, pieno di pace, libero da qualsiasi forma di inquinamento e con tanta, ma tanta droga in circolazione (Andrea Monno – Talib).
di Dario Monticelli

PIOMBINO (LI). Manola torna a teatro, contenitore d’intrattenimento e socialità, come celebrato nei saluti finali, con una brillantissima Chiara Noschese e una Nancy Brilli in forma smagliante. Per quest’ultima, un ritorno, perché già nel 1995 fu protagonista di questo spettacolo, a fianco dell’autrice/attrice Margaret Mazzantini, pièce poi edita nel 1998 da Mondadori, sotto forma di romanzo. Adesso Enfi Teatro ne riprende la produzione, sotto la regia misurata di Leo Muscato. Siamo al Metropolitan di Piombino e in mezzo alle macerie di una scenografia che potrebbe richiamare una vecchia casa bombardata (immagine quanto mai d’attualità, ma i riferimenti al mondo di oggi si fermano qui), spuntano due resilienti fiori: Ortensia (Noschese) e Anemone (Brilli), gemelle del tutto diverse, sempre pronte a bisticciare, ma più divise da un radicalmente diverso modo di affrontare la vita, piuttosto che da inconciliabili contrasti. Manco a dirlo, una goffa e insicura, un po’ sfigata, de sinistra, l’altra, aperta e solare, decisamente spigliata e de destra. Atmosfera vagamente anni ‘50, complice la colonna sonora scelta, con qualche riferimento anacronistico. Ma non serve farci caso e si deve prendere tutto alla leggera, così come del resto le due protagoniste affrontano tutta una serie di disavventure familiari e sociali, a tratti con l’esuberanza e l’espressività di buffi personaggi looney tunes! Il pubblico, folto e maturo, ride di gusto dimostrando di apprezzare la raffica di battute, non necessariamente sofisticate.
di Dario Monticelli

PISA. Prima ancora che si accendano le luci sul palcoscenico, avverti già l’alcol bruciarti in gola; nel bagno in fondo a sinistra, la suola delle scarpe sdrucciola sul pavimento fradicio di urina, urina nella migliore delle ipotesi; i gomiti che si appiccicano al bancone, perché il bastardo prima di te non ha usato quei dannati sottobicchieri. L’aria densa di sigaretta invece no. Ci sarà birra a fiumi, cocaina, una motosega, ma le sigarette sono bandite. Fa un po’ strano, ma tranquilli, nessun pudore politically correct all’orizzonte. Ci pensa subito l’introduzione fuori campo di un mefistofelico Alessandro Haber (voce che, seppur registrata, tornerà come vero e proprio personaggio, incorporeo quanto devastato e minaccioso, come la cattiva coscienza del mondo occidentale, cattivissimo e xenofobo, eppure così fragile) a dare il timbro su cui si accorderanno gli strumenti/attori: eh sì perché lo stile da sit-com americana s’intona bene con i ritmi di un incessante jazz recitativo. Mai una nota fuori posto, letteralmente: sottofondi musicali azzeccati e mai invadenti e diaboliche citazioni disneyane. Clima teso e scenografia sfasciata e spaccata in questo Animali da bar (di Carrozzeria Orfeo, prodotto da Fondazione Teatro della Toscana, al Teatro Nuovo di Pisa), come le loro vite tragicomiche.

PRATO. Non si era mai cimentato con Samuel Beckett, solo perché lo è profondamente, beckettiano. Ma ora, deve essere decisamente più tranquillo, Massimiliano Civica, tanto che per il suo Metastasio, del suo mai confessato mentore ha deciso di portare in scena una delle opere più controverse, difficili, introspettive: Giorni felici. E conoscendo i rischi che avrebbe potuto correre con un’opera così minimale, insignificante, virtualmente esposta dunque a vessazioni di ogni tipo, ha affidato il monologo a un diaframma mostruoso, quello di Monica Demuru, pietrificata e pietrificante, ma agile, snella, ficcante e imprevedibilmente ottimista al cospetto di una situazione, parossistica quanto vogliate, certo, ma che non può che offrirle un’unica via d’uscita, il suicidio, tra l’altro facilitato, almeno fino a quando la vita/sabbia non la sommergerà fino al collo, dalla rivoltella che ha nella sua borsa scura, a portata di mano, dove ha lo stretto necessario per trascorrere le giornate: rossetto, specchio, lente di ingrandimento, dentifricio e una lima per le unghie, di setola animale. Anche il ruolo del marito, oggettivamente meno faticoso e impegnativo, occorreva affidarlo a un personaggio che avesse una straordinaria affabilità con la surrealtà. In mente, a noi, viene subito lui, Roberto Abbiati, e così è stato, anche per il regista.

FIRENZE. Qualche scheletro, aprendo gli armadi, lo si trova sempre. Si può fingere di non vederne, spalancando le ante, o si può addirittura preferire di lasciarli chiusi, i nascondigli e continuare a vivere, come se nulla fosse, come se nulla fosse stato. Però bisogna anche essere pronti, qualora dovesse accadere, a confrontarci con le nostre colpe, i nostri trascorsi, i nostri delitti. Festen è l’anello di congiunzione tra il crimine e la sua scoperta, che non arriva dopo una lunga e serrata indagine, ma in un giorno qualsiasi, anzi, in un dì di festa e solo perché qualcuno decide di non volersi più tenere dentro quel mostro che gli arrovella e arroventa la vita. E il tormento personale si trasforma, in un attimo, in una crisi totale, generazionale, familiare. Per correttezza e delicatezza riservata, doverosamente, a Thomas Vinterberg il padre di questa denuncia, che ha già avuto risonanza planetaria al cinema, Marco Lorenzi, il regista della rappresentazione teatrale (al Cantiere Florida a Firenze) ha voluto, con un artificio degno di stupore e gradevolezza, trasportare il cast cinematografico sul palcoscenico, imponendo ai nove (Danilo Nigrelli, Irene Ivaldi, Roberta Calia, Yuri D'Agostino, Elio D'Alessandro, Roberta Lanave, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Angelo Tronca) protagonisti (ottimo affiatamento, bel groove, come si dice ai concerti, ognuno perfettamente incastonato nel proprio ruolo subalterno alla vicenda, in una competizione di protagonismo degna dei migliori cast) il doppio ruolo teatrale/cinematografico.
di Federico Di Pietro

ROMA. Altro che Ultimo tango a Parigi! Questa è l’esclamazione di Palladio (nome immaginario del signore canuto seduto davanti a me) all’ennesima scena di nudo integrale della rappresentazione teatrale de La grande abbuffata, pellicola di Marco Ferreri uscita nelle sale nel 1973. Il riferimento al capolavoro di Bertolucci, del resto, non è banale. E nemmeno fuori luogo. Se tutto il mondo è pornografia, l’arte è masturbazione e il teatro erotismo. Erotica, è infatti, in parte, la pièce che il pubblico del teatro Basilica ha potuto gustare ieri sera. L’erotismo però, in questo caso, viene volutamente portato a un livello grottesco, quasi ripugnante. Se Paul (Marlon Brando) e Jeanne (Maria Schneider) rappresentano quello che, con le parole di Pauline Kael, si può definire un erotismo liberatorio, ne La grande abbuffata, il sesso è un’ulteriore dimensione di abbondanza e ingordigia. L’erotismo viene visto come un ulteriore pasto di cui abusare e di cui saziarsi in maniera quasi morbosa e parossistica. Ciò che, lentamente, diviene chiara è, forse, la netta volontà di Francesco Maria Asselta e Michele Sinisi (regia) di raffigurarci nei nostri istinti eccessivamente dionisiaci. Il pubblico ha accolto lo spettacolo e riso di gusto. Non capendo forse che l’intera opera è lo specchio delle loro vite. La scenografia rivela in parte la trama. In una cornice decisamente moderna e postindustriale, come descritta da Fabiana Rapone, i protagonisti (interpretati da Stefano Braschi, Ninni Bruschetta, Gianni D’Addario e Donato Paternoster) si rivelano essere gli stessi del film di Ferreri, ovvero un cuoco, un aviatore, un produttore televisivo e un magistrato.
di Chiara Savoi

SIENA. Finalmente i teatri possono tornare a riempirsi e uno spettacolo presentato dalla Compagnia Teatrale Il Grappolo è una garanzia: il Teatro dei Rinnovati di Siena, infatti, si riempie. Il sipario è aperto e lascia intravedere un po' di strumenti sulla sinistra, un'asta con microfono a destra e, sullo sfondo, una parete bianca, pronta per le proiezioni che arrivano, puntuali, alle 21.15. La storia rappresentata stasera fu ideata nel 1918 da Stravinskij che si avvalse dell'aiuto del librettista Ramuz per elaborare due storie della tradizione popolare russa che si rifacevano alla leggenda di Faust. L'asta serve al narratore, vestito come un domatore del Circo che lega i vari momenti della storia del soldato Giuseppe e ci aiuta a capire meglio cosa gli succeda. Ma facciamo un passo indietro, torniamo all'inizio, a quando abbiamo salito le scale dei Rinnovati: appena entrati nel foyer del Teatro ci accolgono delle diavolesse per farci firmare delle pergamene e solo alla fine capiremo bene cosa sono e già questo incuriosisce molti di noi. Poi si spengono le luci. Pietro, dove sei? Corri! Corri! aiuto mamma non voglio scappare. Ho paura. Dove sei figlio mio? Torna. E gli attori urlano, entrano in platea e scappano. Urlano e scappano ed è inevitabile pensare alle vicende drammatiche che l'Ucraina sta vivendo in questi giorni. Bombardamenti, assalti, assalti aerei, rumori, tutto con semplici disegni e foto fatte scorrere lentamente, fino all’ultima, quella scontata, anche se drammatica di un soldato da solo circondato da croci.

PRATO. I bassi del diaframma ricordano vagamente quelli usati da Shaggy, il rapper giamaicano. Ci fermiamo qui, con le similitudini, altrimenti qualcuno potrebbe accusarci di qualunquismo; e ci dispiacerebbe. Ramy Essam, in verità, usa la sua voce per ben altri scopi, decisamente più nobili e sono quelli di provare a sensibilizzare, in esilio dai Paesi Bassi, dove è stato costretto a fuggire dal 2014 in seguito a un mandato di cattura per terrorismo, le singolari condizioni alle quali sono sottoposti a vivere gli intellettuali in Egitto, una delle meraviglie del Mondo, che non si allineano ai voleri dei vari despoti illuminati, con modeste attitudini alla democrazia, ma benedetti dall’Occidente e dagli Stati Uniti. A ospitare lui e i fondatori di Babilonia Teatri (al secolo e alla storia, Enrico Castellani e Valeria Raimondi), dopo la cliccatissima visita fatta a Propaganda live, il Fabbricone di Prato, che vanta anche (il Met, naturalmente) la produzione dello spettacolo: Giulio Meets Ramy/Rami Meets Giulio. Che poi, in realtà, è un concerto, con la sola voce e la sola chitarra di Ramy Essam, tradotto in simultanea durante le riflessioni e in video, durante le canzoni, supportato da alcune immagini di disordini in Egitto, che sono quelle che somigliano, maledettamente, a qualsiasi altra forma di disordini che scoppiano in ogni angolo della terra; dalla vicina Palestina, martoriata senza fine da Israele, a qualsiasi altro focolaio che divampa, quotidianamente, a ogni altra latitudine cosmica: se si chiamano dis(ordini), un motivo dovrà pur esserci, no?

FIRENZE. I rigurgiti sono sempre lì, apparentemente dormienti, in stand by, come si dice, ma puntualmente in agguato. Thomas Bernhard lo aveva capito perfettamente e nella sua ultima opera, Heldenplatz (Piazza degli eroi), aveva lasciato lucida, nitida e feroce testimonianza di quello che sarebbe potuto accadere di lì a poco: e che è capitato. E che purtroppo, con conseguenze inimmaginabili e inenarrabili, accadrà, quasi sicuramente. Roberto Andò, subodorando il torpore di un’atmosfera sempre più asfissiante, un po’ ovunque, non solo in Austria; anzi, dell’Austria ci interessa tutto il giusto, ha deciso di portarlo in scena, uno dei capolavori dello scrittore austriaco (alla Pergola di Firenze, fino a domani, 28 febbraio), affidando le armi della lunga estenuante rappresentazione a due cavalli di razza: Renato Carpentieri e Imma Villa, sui quali il regista ha costruito ogni onere dello spettacolo. Il teatro, si sa, è una forma aulica di denuncia, consapevolezza, rivoluzione, ma necessita di poesia perché possa dirsi teatro e non propaganda e diventare, in questo suo viaggio immaginifico, spettacolo. Bene, così è stato. Due ore e mezzo senza alcun sussurro, né grida, se non il preoccupante vociare di sottofondo che giunge, nitido, dalla piazza sottostante la villa, piazza degli eroi, con la governante che prepara il trasloco verso la provincia meno surriscaldata e febbrile e il fratello del professore suicida che amplifica il gesto estremo del suo parente più stretto denunciando un’intera società che ha già assunto il vizio, letale, di sminuire ogni significativa dimostrazione, voltandosi, con complicità, dall’altra parte.

PISTOIA. Ci si continua a chiedere come sia mai potuto accadere; una barbarie inumana che a volte lascia così perplessi fino a dubitare che sia successo davvero. E invece, come ricordava e scriveva Primo Levi nel suo documento più prezioso sulle atrocità naziste, Se questo è un uomo, considerate che questo è stato. Ma non vogliamo aggiungere altro a quello che è tristemente noto dal giorno della Liberazione in poi; ci sono i libri di storia, i documenti, i processi e soprattutto i ricordi, incancellabili, di chi, pochissimi, riuscì a ritornare a casa. Da ieri sera, però, dopo che ci è stata data gratuita opportunità di assistere allo spettacolo al Teatro Manzoni di Pistoia, l’antologia delle inenarrabili memorie dei campi di concentramento si è arricchita di un documento, prezioso come se fosse inedito: la trasposizione teatrale dell’opera dello scrittore torinese (quest’anno, il 2019, quando è stato ideato, ignari della pandemia alle porte, ricorre il suo centenario della nascita) per mano di Valter Malosti, che in collaborazione con Domenico Scarpa ha dato vita e messo in scena due ore agghiaccianti di cronaca, con la ferma, risoluta e professionale voce di chi ha avuto in dono l’onere e l’onore di poterla raccontare. Ed è qualcosa di straordinario, nel senso più aulico che al termine possa dare quel peso storico, politico, sociale e teatrale dei quali necessitano, per esser tali, i capolavori.

PRATO. Avete presente i quadri di Lucio Fontana? Per qualcuno sono il battesimo dello spazialismo, per molti altri, non solo tra i profani, una tecnica, infingarda, per aggirare le tappe della gavetta e piombare al successo. Con Pippo Delbono siamo sempre assillati dal medesimo dubbio: è un maledetto visionario, che si è cibato di tutto e di tutti, come la peggior pianta saprofita in circolazione, o un adorabile impostore? Anche ieri sera, al termine di Amore, al Metastasio di Prato (fino a domani, domenica 20 febbraio), il busillis, qualora fosse ancora possibile accrescerne le incertezze, si è amplificato. Che conosca – e perfettamente - il teatro, la poesia, la musica, la danza, la fotografia, l’architettura, l’arte in qualsiasi forma espressiva e immaginabile, è un dato di fatto semplicemente inoppugnabile: ogni fermo /immagine, tutte le note, l’uso accecante del cromatismo, il riciclo degli ultimi, l’opzione possibilistica della follia, da Bobo in poi, senza soluzione di continuità, dimostrano, ad un ogni istante di una sua qualsiasi rappresentazione, la totale percezione e padronanza della materia. Da qui a farne un profeta, un acuto lettore esistenziale, un prodigo traduttore emotivo, però, a nostro avviso, soprattutto dopo aver trascorso stagioni indimenticabili in giro per il mondo assoldato come mercenario di apocrifa saggezza, il passo è tutt’altro che breve e per nulla scontato.

FIRENZE. In buona sostanza, può fare quello che vuole, quando sale sul palcoscenico. Gli riesce tutto, soprattutto, emozionarsi e, logica e ineludibile conseguenza, emozionare. Il pubblico lo sa, in particolar modo quello della Pergola, a Firenze (in replica fino a sabato 18 febbraio), dove il saltimbanco umbro non perde mai occasione di rinnovare i contatti e dove la gente risponde, pandemia o meno, con tutto esaurito. Certo, gli spettatori sono un magma di chirurghi, tutti con la mascherina, ma il paziente che aspetta in sala operatoria, nonostante sia un caso clinico particolarmente aggrovigliato, è sicuro che chiunque impugni bisturi e pinzette riuscirà a guarirlo. Almeno per una sera; per la successiva, ci penseranno gli spettatori del giorno dopo a placare le ansie di Filippo Timi, che sono la paura che le sue patologie, improvvisamente, prendano il sopravvento e lui non riesca più a uscirne fuori, dal pantano della sua vita. Il paradosso è che le sue medicine non hanno un prezzo; anzi, sono i farmaci stessi a tassarsi, pagando il biglietto per poterlo curare. E ogni volta, l’operazione riesce perfettamente. Li abbiamo visti tutti, gli spettacoli di Filippo Timi: torneremmo a vederli, con lo stesso entusiasmo, perché è una gioia tantrica, totale, ascoltarlo e vederlo raccontarsi. Anche con L’uomo invisibile succedono, puntualmente, tutte le cose che appartengono al suo repertorio: un vocalista ubriaco, una donna di mezza età della sperduta provincia americana, un cubista scatenato, un cronista erotico, una sognatrice disillusa, un gramelot afono, da Dario Fo a Gigi Proietti, da Bob McFerrin a Andrea Ceccon, da una inaspettabile e impertinente Loretta Goggi a una scatenata Franca Valeri.

PONTEDERA (PI). Il coraggio, uno, se non ce l’ha, non può darselo da solo, ma qualcuno, il coraggio di dirle, certe cose, deve pur trovarlo. Il declino del teatro, in Italia, sta assumendo pieghe oggettivamente preoccupanti, che sono il primo di una serie di specchi che riproducono, con spietata efficacia, la realtà sociale, alla quale, la pandemia, ha solo dato un robusto e al momento parrebbe letale colpo di grazia. E siccome il teatro vanta, vivaddio, dei predestinati, Michele Santeramo si è caricato sulle spalle la soma di questo ingombrante bagaglio e ha chiesto a Elisa Cuppini, Maurizio Donadoni e Francesco Puleo, moglie, marito, cognato, assemblati, oltre che dal parentado, anche dalla professione attoriale, di lanciare nell’etere il grido di disperazione e invocazione: Svegliami. Un’ora, poco meno, per assistere alla scena finale di una delle innumerevoli riproduzioni in maschera di uno dei caposaldi del teatro, immagine eloquente per confrontare, fino alla totale immedesimazione, l’attore con lo spettatore, l’artista con il cittadino, il recitante e il suo fruitore. La differenza è sottile; in più di un’occasione si perde il punto di vista dello spettatore e si crede, per un meccanismo perverso, ma naturale, di essere lì, sul palco, a recitare. Nessuno, tra gli astanti/paganti è/sarebbe in grado di fare quello che Elisa, Maurizio e Francesco eseguono sotto le direttive del regista, Roberto Bacci, sulle musiche di un altro degli aficionados dello scrittore, Ares Tavolazzi.

PISTOIA. Sembra averne di più dei poco più dei quaranta che si porta addosso, di anni, Servo di scena. Dipenderà dal fatto che nessuno, dalla prima rappresentazione in poi, del 1981, si sia più permesso il lusso e la tracotanza di metterci un po’ le mani sopra, al testo (notevole e crudo, badate bene) e lavorarci. Così, dai tempi di Lavia, Orsini e Santuccio, passando per Gazzolo e Branciaroli, la partitura, scritta da Ronald Harwood, si ripresenta, nel 2022, nello stesso identico modo al pubblico, senza correre rischi di alcun genere e sorta. Anche stavolta, infatti, per questa prima nazionale al Teatro Manzoni di Pistoia (si replica stasera, alle 21 e domani, domenica 6 febbraio, alle 16), firmata in todo da Guglielmo Ferro (nel centenario della nascita del padre, Turi), il regista non osa alcun rischio e affida le ubbie del vecchio Sir a un marpione che di lezioni non ne prende da nessuno, Geppy Gleijeses. Ma non finisce qui, perché anche gli altri due mattatori della commedia (il fedele tuttofare, il servo di scena e la moglie dell’anziano interprete di una serie di rappresentazioni dedicate a Shakespeare) rispondono, fedelmente, ai requisiti del manierismo teatrale, Maurizio Micheli e Lucia Poli. Ma non è di questo che vogliamo parlarvi; aggiungere fieno alle lodi che nei decenni i tre protagonisti si sono guadagnati sui palcoscenici, seppur doveroso, nel dettaglio, non crediamo aggiunga linfa e lustro ai loro rispettivi palmares.

PISTOIA. È possibile che in una casa dove regna un maggiordomo, che sta alfabetizzando (anche nel suo ultimo giorno di servizio) il suo giovane successore, possa trovarsi, nel salone di casa, un quotidiano di venti anni prima? Certo, gli anziani Zancopè e Mistenghi, (Massimo Dapporto e Antonello Fassari) ex compagni al Liceo Badaloni, la notte prima sono stati alla festa della classe ed entrambi, ubriachi fino al midollo, non riescono a ricordare nulla di cosa sia successo la sera precedente, tanto da stentare a riconoscersi la mattina, al risveglio, che avviene, tra l’altro, per chissà quale strano meccanismo, nel letto della casa del primo, dove han trascorso, vestiti, la notte. Gli equivoci diventano classici quando, non riuscendo a spiegarsi per quale motivo, entrambi, abbiano le tasche piene di noccioli di frutti e soprattutto le mani nere sporche di carbone, su quel giornale, lasciano incustodito per duecentoquaranta mesi, leggono la notizia del barbaro assassinio, avvenuto la sera prima, in via dell’Orsina, a due passi dall’abitazione di Zancopè, di una giovane carbonaia. I presupposti per mettere in scena L’affaire de la rue de Lourcine, di Eugène Labiche, affidandolo alla regia di Andrée Ruth Shammah, che lo trasforma, adattandolo di un secolo, ne Il delitto di via dell’Orsina, ci sono tutti, con un ritardo attoriale imperdonabile però, difficile da digerire.

FIRENZE. Non è un gioco a tre, anche se sul palco del Cantiere Florida, a Firenze (si replica stasera, 22 gennaio), ci sono solo, oltre a un quadro luminoso che scandisce il percorso a ritroso di sette anni di infedeltà, Michele Sinisi (regista), Stefania Medri e Stefano Braschi, che sono il tradito, sua moglie e l’amante, che è poi il miglior amico del cornificato. Contesto vip, infatti e però - con un editore, sua moglie e un talent scout letterario -, quello degli anni del boom, dove Harold Pinter, il drammaturgo, l’ha ambientato, facendo scivolare la gelosia, la rabbia, le disillusioni su un altro piano, che non contempla minacce, vendette, ritorsioni, elementi che appartengono al volgo, alla plebe e che non sono contemplati da Tradimenti, prodotto da Elsinor e che ha dato il via alla stagione di prosa del Florida. Anche perché non c’è una fedifraga, una vittima inconsapevole e un avvoltoio, ma un circolo viziosissimo nel quale, oltre ai tre protagonisti, orbitano anche tutti i loro amici più stretti e che appartengono a questo originalissimo club dei dannati dell’amore. Senza maledizione alcuna, però; l’unico vizio consentito, è l’alcool, trangugiato con relativa moderazione, anche se spesso, a bere, si inizia la mattina presto, a colazione.

FIRENZE. Meglio non addentrarsi in quei 55 giorni che hanno cambiato il volto e il percorso della Storia di questo paese (la minuscola è d’obbligo, diamine)! Anche perché non è questo l’intento di Fabrizio Gifuni, che invece che allestire spettacoli, scusate, meteoriti, proverebbe a cavalcare il dorso della politica per ritrovarsi poi, a due passi dalla verità, a dover fare marcia indietro, come è successo a tanti; tutti no, ma quelli che han tirato diritto, non hanno potuto raccontarla. E l’elenco è lungo, molto lungo. Però, le ombre sul sequestro, la prigionia e l’assassinio di Aldo Moro sono troppe e particolarmente ingombranti e nonostante sulla vicenda si sia posta, da tempo, una pietra tombale che sa di macigno, è forse il caso di studiare; non solo per non dimenticare, ma perché qualcosa, probabilmente, si può ancora evitare. Per questo Gifuni si è messo all’anima di portare in scena un suo esperimento, Con il vostro irridente silenzio (alla Pergola, di Firenze, fino a domenica prossima, 23 gennaio), che altro non è che un microscopico epitaffio di una delle lettere che l’allora Presidente della Democrazia Cristiana scrisse ai suoi amici, tra i quali l’allora segretario Benigno Zaccagnini.

PISTOIA. La matematica, si sa, non è un’opinione e Dante, questo, lo sapeva benissimo. I settecento anni dalla sua morte sono coincisi, esattamente, con la notte tra il 13 e il 14 settembre del 2021. E ora, che pare si possa tornare, tra mille precauzioni, a teatro, ognuno, tra gli addetti ai lavori, commemora lo scoccar dei sette secoli come meglio può e crede. Federico Tiezzi, attento non solo a event-i indimenticabili come questi secolari del Divino, non poteva certo non dare il proprio contributo. E lo ha fatto allestendo un Purgatorio notturno (La notte lava la mente) - l’unico dei tre posti contemplati dalla Commedia dove il Tempo ha un senso e scorre - impeccabile, mirabile, ricchissimo di ogni dovizia di particolari, affidando al suo mentore prediletto, Sandro Lombardi, i compiti della didascalia, un Dante che nella circostanza diventa anche un Caronte e che affida a un Virgilio (Giovanni Franzoni) i compiti della guida. Tutto succede in un Purgatorio semovente, dove le anime ansiose di poter aspirare al paradiso, da un Buonconte di Montefeltro a un Omberto Aldobrandeschi, passando, a battitura fissa, con ritmo e precisione, attraverso le preghiere e gli aneliti di un Sordello, Matelda, Beatrice, Pia, Guido Guinizzelli che giungono alle pendici della narrazione e della scena in veste di naufraghi come se ne vedono tanti, troppi, ovunque, specie nel Mediterraneo.

PISTOIA. Nemmeno l’eleganza, il tempo, è riuscito a smagliarle. Della voce, inutile parlarne: è la stessa di quando l’abbiamo conosciuta, una trentina d’anni fa, in piazza della Libertà, sul Parterre, a Firenze, in una caldissima sera d’estate. Erano anni in cui la musica dal vivo spadroneggiava bellamente; a Firenze, con la bella stagione, c’era l’imbarazzo della scelta. Ora, dal vivo, si suona con parsimonia, con mille precauzioni e il pubblico, a forza di stare davanti alla tivvù e ai computers, ha perso il gusto e la forza dell’esibizione. Barbara Casini (nelle foto di Gabriele Acerboni) però, da sempre poco attenta alla moda, ha continuato a spremersi il diaframma e le meningi per restare, con tutta la dignità musicale e professionale, sulla cresta dell’onda di chi con la musica ci fa conti seriamente. E anche stanotte, l’ultima di questo 2021, al piccolo Teatro Bolognini di Pistoia, ha dato, ancora una volta, a due passi da settant’anni, saggio e temperatura della sua classe, inanellando, con la solita inconfondibile leggerezza, impreziosita da quella erre blesa che ne accentua la bellezza, una serie di standard jazz e brasiliani che ne hanno cementificato ulteriormente lo scettro.

FIRENZE. Non è da escludere che questa rappresentazione, ilare e disinvolta, ma tutt’altro che leggera, nasca da una reale conversazione, casomai ascoltata distrattamente, o invece raccontata, tra smorfie di incredulità di ogni sorta di mimica, da una delle due protagoniste (Maria Amelia Monti) al marito (Edoardo Erba, il regista). Sì, perché in questi inenarrabili e inimmaginabili due anni, ognuno si è difeso come meglio ha potuto e fatto. E non è dunque da escludere che qualcuno, come Lorella (Marina Massironi), dopo vari fidanzamenti naufragati nel corso di svariati lustri in tempo di pace, in piena pandemia abbia trovato/cercato il proprio partner ideale: Il marito invisibile (alla Pergola di Firenze fino al primo del 2022). Ad ascoltare/guardare, via chat, l’irrequieta e insoddisfatta Lorella, infatti, c’è Fiamma (Maria Amelia Monti), che la sua pace, invece, l’ha trovata, da ben venticinque anni di matrimonio, più sette di fidanzamento. Certo, il marito, che soddisfa a pieno le sue esigenze primarie borghesi (una bella casa in campagna, tutti i comfort, due figli grandi sistemati e fidanzati), è un po’ assente, inverosimilmente poco loquace e non ricorda mai di gettare l’umido nell’apposito cassonetto. Ma c’è, e a cinquant’anni suonati, ci si può anche accontentare dei ricordi.

PISTOIA. Si può dare un nome alla bellezza? E, ancor prima e forse di più, la bellezza è titolabile? Dubitiamo da sempre, in particolare al cospetto della danza. Senza mettere lontanamente in discussione gli intenti coreografici di Michele Di Stefano, che si è preoccupato e occupato di scriverlo, sul foglio di sala, quali fossero, siano e saranno i suoi intenti nel mettere in scena Bayadere – Il regno delle ombre. Le cose che abbiamo visto noi, al Teatro Manzoni di Pistoia, ci hanno raccontato e descritto tutta una serie di emozioni e informazioni che spesso, a stento, siamo riusciti a collegare con quello che Cristina Bozzolini, direttore artistico del Nuovo BallettO di ToscanA ha voluto ed è riuscita perfettamente a somministrare ai suoi dodici ballerini, che si sono interfacciati e dati il cambio, con esemplare sincrono e affiatamento, sul palco spoglio della struttura, sul quale, gli unici spazi ammessi, pare dovessero essere proprio le ombre. Detto e scritto così, sembra che da parte nostra, spettatori, come ripetiamo fino alla nausea, ultra privilegiati, sembrerebbe quasi che sulla rappresentazione avessimo voglia di fare alcune obiezioni tese a sminuire il mastodontico impianto recitativo di Lisa Cadeddu, Matteo Capetola, Carmine Catalano, Alice Catapano, Beatrice Ciattini, Matilde Di Ciolo, Roberto Doveri, Veronica Galdo, Aisha Narciso, Aldo Nolli, Nicolò Poggioni e Paolo Rizzo.
di Letizia Lupino

PISTOIA. Sono in ritardo. Quelle poche centinaia di metri che mi separano dal Teatro Manzoni di Pistoia li bevo tra il gelo che mi stuzzica le guance e lo zaino che fastidiosamente scivola dalla spalla. Arrivo trafelata in galleria centrale: mi sembra di essere così vicina al palco. L’atmosfera buia mi avvolge immediatamente; senza darmi nessun punto di riferimento mi siedo inciampando. Solo pochi minuti e Argante ha già calcato la scena. Teatri di Pistoia infatti accoglie Il malato immaginario di Molière. Un’opera gigante, un classico che la regia di Guglielmo Ferro rinfresca, rimanendo pur sempre nei limiti di un testo del’600. È il teatro come finzione, come filtro della realtà che fa sì che Argante si serva della malattia non solo per elevare uno status che sembra languire, ma anche per giustificare una lisa volontà nell’affrontare i dardi dell’autrice fortuna. Argante, infatti, sembra palleggiare tra le facili macchinazioni di Bellonia, sua seconda moglie, tra gli infiammati sospiri di sua figlia Angelica e fra il Dottor Diaforetico, figlio d’arte, che pare divertirsi nel somministrare variegate medicine nel tentativo nullo di guarire la paura di vivere di Argante.

PRATO. In tanti, tanti anni di teatro, ci siamo imbattuti spesso in calorosi scroscianti applausi tributati a modeste compagnie al termine di modeste, modestissime rappresentazioni. Ieri sera, invece, nonostante la Coppa Ubu che il Metastasio (grazie al fortunato progetto G.L.A.) sfoggia, orgogliosamente, nella vetrina della biglietteria (ci sarà anche stasera, alle 19,30 e domani, per la pomeridiana delle 16,30), il pubblico, senza mezze misure (giovani liceali e abbonati storditi), al cast de I due gemelli veneziani ha prudentemente riservato un immotivato avaro e languido battito di mani. Strano, perché chi ama il teatro e chi avrebbe la presunzione di volerlo fare, spesso solo dietro suggerimenti terapeutici, per uno spettacolo del genere dovrebbe pagare qualcosa in più del normale prezzo del biglietto. D’accordo, Carlo Goldoni e le sue storie sono state, e lo saranno per l’eternità, probabilmente, usate, interpretate e seviziate in ogni salsa, ma questa, riadatta da Angela Demattè e affidata alla cura di Valter Malosti, è, oggettivamente, un’operazione arguta, che si spoglia, fino alla nudità, della scenografia e chiede, agli attori, di riempirla con la smorfia, le parole e il corpo, i vecchi, intramontabili, tre requisiti che dovrebbero possedere tutti coloro ai quali si offre la possibilità di salire su un palcoscenico.
di Luna Badawi

PRATO. Sono le 20.45 e il teatro Metastasio (si replica stasera, sabato 11 dicembre e domani pomeriggio) di Prato è colmo di persone curiose di godersi una grande festa. Una festa a cui l’intero paese è stato invitato. L’ultima festa prima della fine del mondo. Siamo di fronte all’omonima opera di Tomasi di Lampedusa e il film di Luchino Visconti che sono parte del nostro immaginario collettivo. Una grande icona cultural-popolare. Le Gattoparde, le Nina’s Drag Queens: Alessio Calciolari, Gianluca Di Lauro, Sax Nicosia, Lorenzo Piccolo e Ulisse Romanò, un’interessante compagnia teatrale nata nel 2007 a Milano, dall’incontro dell’amore per il teatro e della voglia di esprimersi in modo diverso, con linguaggi differenti e con libertà da ogni sovrastruttura, ci raccontano attraverso una sfavillante commedia, dalla regia di Ulisse Romanò con l’assistenza di Livia Bonetti, le scene di Maria Spazzi, la musica di Gianluca Misiti, le luci di Luna Mariotti e i costumi di Daniela Cernigliaro il racconto di un paese che non cambia, che a tratti non vuole neanche cambiare. Cristallizzato in diversi cicli di rivoluzione che portano sempre allo stesso capolinea, si ripete con costanza, il motto gattopardesco. Un cambiamento sterile, come nella filosofia nietzschiana, in un sistema finito con un tempo infinito ogni evento è potenzialmente già accaduto infinite volte e si ripeterà in futuro sottostando all’eterno ritorno dell’uguale.
di Luna Badawi

PRATO. I teatri sono luoghi meravigliosi. I teatri sono quei posti che abiti per poche ore, ma ti rivelano molto di te stesso. Dove non riesci a trattenere le lacrime, dove ti identifichi con i personaggi da vederti camminare, ridere e urlare insieme a loro. I teatri sono luoghi magici perché a volte ti siedi nelle loro poltrone e ti rivelano il tuo futuro e ti raccontano il tuo passato senza trattenersi nulla. Nei teatri a volte incontri la bocca della verità, ci infili la mano e ti arrivano le domande più intime, più giuste e persino più scomode per te. Nei teatri incontri le tue ambizioni, i tuoi desideri e le tue paure. Dove saresti disposto ad arrivare per realizzare i tuoi sogni? Cosa saresti disposto a fare per arrivare a ciò che desideri? Ma soprattutto, cosa saresti disposto a perdere pur di raggiungere i tuoi obiettivi? Macbeth (al Metastasio di Prato) si rivela così un uomo contemporaneo, una tragedia reale in cui riflettersi e riconoscersi come in uno specchio. Un magma archetipico che vale per tutto il genere umano. Lo spettacolo di Macbeth. Le cose nascoste nasce da una riscrittura della tragedia shakespeariana, da parte del regista Carmelo Rifici insieme ad Angela Dematté e Simona Gonella, con tre Premi Ubu Tindaro Granata, Christian La Rosa e Angelo Di Genio, affiancati da Elena Rivoltini, Leda Kreider, Maria Pilar Pérez Aspa e Alessandro Bandini, che veste i panni degli sventurati figli della tragedia scozzese.
di Simona Priami

FIRENZE. Una scenografia spettrale, volutamente scabra ed estremamente essenziale, dove dominano il bianco, il nero e il grigio, accoglie il pubblico del Cantiere Florida, a Firenze. Ci sono una croce appesa in alto con una lampadina attaccata, una sedia, uno specchio, uno stipite di una porta, oggetti bianchi; lo sfondo e una pistola, invece, sono neri; una luce rappresenta il sole, forte, accecante, alienante. Su questo palcoscenico-cimitero si sviluppa Lo straniero – un funerale, di Francesca Garolla, il monologo di ottanta minuti di Woody Neri, regia di Renzo Martinelli (che si ritaglia una gemma nella rappresentazione), che partendo dal romanzo del famoso filosofo esistenzialista (anche se lo scrittore stesso ha sempre rifiutato questo appellativo) Albert Camus, affronta temi fondamentali quali la morte, l’assurdità e la causalità della condizione umana, la paura alla quale sfugge il controllo del corpo, la sofferenza, il dolore, l’esistenza e l’indifferenza di Dio, i diritti che non sono uguali per tutti. Con la pistola in mano, attraverso una recitazione coinvolgente sia dal punto di vista verbale che fisico, alterna riflessioni filosofiche, ciniche e razionali, flusso di coscienza e monologo interiore. Si pone, inoltre, domande provocatorie senza risposta per il pubblico dal quale cerca il consenso.
di Stefania Sinisi

FIRENZE. Inaspettato e non retorico, L’Attimo Fuggente di Marco Iacommelli si rivela un vero capolavoro, che conquista e appassiona il suo pubblico all’istante. Il merito è tutto dovuto alla freschezza del suo giovanissimo cast, composto da attori che è doveroso citare uno a uno per la loro eclatante capacità di tenerti ancorato al palco, per la complicità e la tensione che da soli creano: Matteo Vignati, Alessio Ruzzante, Matteo Napoletano, Matteo Sangalli, Leonardo Larini, Edoardo Tagliaferri, Alessandra Volpe sono energici, frizzanti, vivi, smaniosi di passione. Tutti giovanissimi e talentuosi interpreti che tracciano uno spaccato di repressione, di scoperta e conquista. La scena è composta esclusivamente da sei sedie nere che i ragazzi fanno girare con un sottofondo di luci colorate e che si contrappongono a un telo bianco, dove le loro ombre e le loro parole echeggiano in ritmo e poesia. Elegante e semplice è anche la musica di sottofondo alla sceneggiatura che ci accompagna verso il vero significato delle parole. Perché la poesia può salvarci? perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione, perché è frutto delle passioni dell’uomo.

PRATO. Mancano, inevitabilmente, un sacco di dettagli, a cominciare dai viaggi/fuga senza meta che Humbert (Francesco Villano), a bordo della sua automobile, fa in lungo e in largo per gli Stati Uniti in compagnia di Lolita (Gaia Masciale), la sua amante/figlia adottiva. E mancano anche gli altri personaggi, fondamentali, sia per lo scrittore Nabokov, che per il regista Kubrick. Quel che resta, della About Lolita al Fabbricone di Prato (si replica sabato alle 19,30 e domenica, 28 novembre, alle 16,30) è un po’ poco - eccezion fatta che per Cara, di Lucio Dalla, quel capolavoro con il quale han deciso di congedarsi - e, contemporaneamente, decisamente troppo, con una miriade di riferimenti che fanno venire in mente quei liceali diplomatisi con il minimo della votazione (e che non sono poi andati all’Università) che, sotto interrogazione di storia, dicono tutto quel che hanno studiato il giorno prima, anche di italiano, filosofia e perché no, pure religione. Nemmeno l’amico/rivale (Andrea Trapani) riesce a innescare un qualsivoglia meccanismo di candida perversione, se non suscitare, durante tutto l’arco della rappresentazione, un cadenzato stridulo vociare da parte di tutti, come se i decibel fossero in grado di rendere l’idea.
di Letizia Lupino

PISTOIA. Venerdì sera. Un sonnacchioso ammiccare di un fine settimana che apre gli occhi come se fosse la prima volta. Ed è esattamente come se fosse la prima volta che il Piccolo Teatro Mauro Bolognini di Pistoia si lascia guardare sbuffando una luce soffusa da una bocca semi aperta. L’ingresso, silenziosamente incerto e gentile, ci lascia entrare invitandoci ad attendere gli Antichi Maestri della compagnia Lombardi-Tiezzi in collaborazione con Napoli Teatro Festival Italia. La predisposizione langue, la sala non è gremita. Una domanda. E nel dubbio della risposta il corpo si siede. Ciò che si para davanti, sul palco, ha le sopracciglia della sorpresa. La polvere ideale che aveva ricoperto gli Antichi Maestri viene soffiata via da una scenografia da finale aperto. Una contemporaneità che rimanda all’esperimento di Dogville. La scena è scarna, di quello che c’è non manca niente, e d’impatto. Tre enormi cubi luminosi che si allungano per tutto il palco sono i protagonisti momentanei. Spazio e Tempo confinati fisicamente nella quadridimensionalità di un limite. Tre cubi, tre divanetti, cinque quadri e tre uomini scandiranno il tempo di una vita con una sincronia essenziale che farà rabbrividire di piacere. La simmetria creata è la perfezione che ti rimette in pace; come quando dall’esatto centro si riescono a tagliare identiche fette di una torta.

PRATO. Durante la rappresentazione siamo stati colti da reminiscenze universitarie e abbiamo pensato, osservando questa magnifica coppia inglese, agli studi effettuati, poco meno di un secolo fa, dai coniugi Lynd sulla cittadina di Middletown messa sotto lente la d’ingrandimento in una forbice temporale ben definita sull’analisi emotiva, sociale e culturale, nonché economica, effettuata sulla popolazione di quel borgo americano da Robert e Helen. No, certo, Home i’m darling (stasera alle 19,30 3 domani, 21 novembre, alle 17,30 al Teatro Borsi di Prato) racconta del secolare e irrisolto dilemma del rapporto uomo/donna, ma la britannica Lara Wade, prima di scrivere il testo, un’occhiata ai tomi filosofici deve avergliela data. Perché non è casuale che Judy e Johnny (Valentina Valsania e Roberto Turchetta), per provare a non farsi inesorabilmente risucchiare dal progresso e dai suoi innumerevoli e viscidi tentacoli decidano di tornare, correndo e pagando tutti i rischi del caso, a quei favolosi, detestabili, anni ’50, quando il mondo, maschile, decise che l’opera di ricostruzione fosse unico appannaggio degli uomini. Non vogliamo però affrontare l’opera teatrale da un punto di vista sociologico; o meglio, lo si potrebbe anche fare, ma non è questa la circostanza nella quale ci preme dire la nostra. Siamo andati a teatro per vedere teatro e teatro, fortunatamente, abbiamo visto. Quel teatro antico, vero, che ha bisogno di una bella storia e di attori che sappiano presentarla e rappresentarla.

PESCIA (PT). È così difficile provare a ricalcare le orme di due giganti come Paul Newman e Geraldine Page, che forse varrebbe la pena aggiungere qualcosa, onde evitare di finire nell’inesorabile cono dell’impietoso confronto. E invece, per quella discutibilissima legge in voga sulla rilettura dei classici – e La dolce ala della giovinezza lo è, inoppugnabilmente, anche se a teatro non se n’è fatto scempio – a Gabriele Anagni e a Elena Sofia Ricci, il regista, scenografo e costumista Pier Luigi Pizzi ha solo chiesto di fare attenzione al copione. Il resto, la maledizione del fallimento, l’inesorabile caducità della vita, la brevissima durata della giovinezza e tutte le illusioni che si trascina dietro, onnipotenza compresa, sono diventate, da elemento centrale, forza recitativa, corollario. Gabriele Anagni è un gran bel ragazzo, non si discute ed Elena Sofia Ricci, sul viale del tramonto, sembra esserci sempre stata, quasi nata. Ma la scrittura originaria del testo di Tennessee Williams (1952), catapultato a teatro, sette anni dopo, da Elia Kazan e poi, a distanza di due lustri, da Richard Brooks al cinema, contemplava, inesorabilmente, l’inconsolabile dolore del tramonto: della giovinezza, fisica e artistica.
di Stefania Sinisi

FIRENZE. Laura (La Divina), la stessa Laura Morante che siamo abituati a vedere e acclamare al cinema e in tv, vincitrice di un David di Donatello e del Nastro d'argento come miglior recitazione femminile, che vanta diverse collaborazioni internazionali con molte interpretazioni che le hanno permesso di sfoggiare una grande versatilità, distinguendosi tanto per la commedia quanto per opere drammatiche, si è presentata a Firenze, alla Pergola, in prima assoluta, con la sua creatura “Io Sarah, io Tosca”, diretta dall’ex marito Daniele Costantini. Si vede e si sente che dietro a tutto il suo immane lavoro metta spasmodicamente tutta se stessa, anche in questa sua veste teatrale, letteralmente impeccabile, dove indossa gli eleganti e preziosi panni di Sarah Bernhardt, la prima vera diva della storia, che conferì e acquisì la sua fama con la Tosca del celebre Victorien Sardou. Scenografie ricche e sontuose, piene di eleganti contrasti, degni del Teatro la Pergola di Firenze in cui siamo stati amorevolmente viziati dalle scenografie di Gabriele Lavia e di tanti altri grandi autori. Talmente professionale e impeccabile in questa recitazione che la onegirlshow risulta quasi accademica.
di Stefania Sinisi

FIRENZE. Il capoluogo toscano viene teatralmente invaso dai siciliani, che a pochi giorni di distanza si contendono le scene dei teatri, orgogliosamente riaperti e strapieni. Ha esordito Misericordia, nel teatro di Rifredi, con la freschissima e magistrale regia di Emma Dante, riportando un capolavoro indiscusso dei nostri tempi, mostrando una Sicilia forte che scalfisce, con giocosità e poesia, denunce e crude verità. A seguire, al Niccolini, Amore, della Compagnia Scimone/Sframeli, tutt’altro genere di teatro alla siciliana. In scena, due freddi letti tombali, quattro ombre di cipressi neri sul fondo, due coppie, quattro vite ridicolmente intrecciate che comunicano l’un l’altro su un unico e sintetico concetto: l’intimità dell’amore perduto, consumato e ormai sfumato nel ridicolo ricordo di gioventù. L’Amore metaforicamente camuffato, spogliato di ogni sua poesia, si nasconde nei corti dialoghi domestici ironizzati e negli accattivanti silenzi, in ricerca della sua dignità, perché è desideroso di essere liberato. Nel rimpianto, si fa strada tra martellanti ripetizioni e nella più assurda e surreale atmosfera di questo stravagante cimitero.
di Wijdane Boutabaa

PRATO. Non c’è dubbio: nel corso della vita si deve compiere ciò per cui si è nati. Ma la paura può giocare brutti scherzi, e allora si rischia di diventar troppo ragionevoli e prudenti, dimenticandosi degli spiriti e delle passioni con cui eravamo venuti al mondo, diventandogli insensibili. Perciò si deve resistere alla pressione esercitata dai grandi giganti, che marciano coi loro corpi pesanti sulla dura e arida terra e che non pensano, neanche per un secondo, al cielo così vicino alle loro teste. E come al solito, le anime più leggere, ovvero quelle che si fanno trasportare volentieri dal vento, sono anche quelle che con maggiore facilità non vengono sostenute da chi di dovere, costrette così a vagare in un mondo in cui ad avere la meglio è sempre il concreto e la triste ragione produttrice di materialità. E che anzi vengono schiacciate dai piedi pesanti dei giganti, dei direttori generali e di tutti coloro che pian piano, col passare degli anni, finiscono di morire, e quello hanno il coraggio di chiamare vita. In questa realtà, insomma, non c’è spazio per l’arte, se non in decadenti ville confinate ai margini e abbandonate da tutti, in cui si sopravvive solo nel ruolo di poveri cristi falliti e isolati dagli altri.

PRATO. Non conosciamo a menadito la sua lunga produzione artistica, ma se non l’avesse ancora fatto, l’inviteremmo, volentieri, a prendere contatti con il genovese Andrea Ceccon, con il quale, forse, per antiche ragioni legate alle comuni origini del Regno di Sardegna, a nostro avviso, formerebbe una coppia esplosiva. Ma anche da sola, Monica Demuru, con la sola assistenza di qualche modesta base musicale e la sua voce polifonica, che si adatta, maledettamente bene, a quel viso di cui non si ha sentore se stia andando o ritornando, fa la sua porca, esilarante, meravigliosa figura. Lo diciamo anche se potremmo dubitare della sua febbrile ricerca, quella che le ha suggerito di raccogliere, nel mondo del web, del tubo catodico, ma soprattutto delle esperienze personali attinte, quotidianamente, grazie solo alla facoltà di esistere e di farlo con attenzione, alcuni frammenti indigeni di tre realtà geografiche ben definite: Roma, Prato e Cagliari, per formarne una piccola, esaustiva Encyclopédie de la Parole, dalla quale è nato, con la regia di Joris Lacoste, Jukebox, al Magnolfi di Prato, ancora stasera, alle 19,30 e domani, 7 novembre, alle 16,30.
di Wijdane Boutabaa

PRATO. Dante Puzzle è in pratica una cena, una serie di piccole portate da gustare una alla volta per restare leggeri e avere spazio ancora per altro. La leggerezza intesa in senso calviniano, non come superficialità, ma come un planare sulle cose dall'alto, senza avere macigni sul cuore né tantomeno sullo stomaco. Con Dante Puzzle si chiude l'edizione 2021 de Gli Amici del Borsi e allo stesso tempo si porge un omaggio alla stagione del 2022, che riparte con una vasta carrellata di spettacoli e Dante Puzzle non è che un piccolo assaggio di ognuno di questi. La prima portata è un classico, e come la pizza margherita, non può non piacere. La lettura del primo dei canti dell’Inferno dantesco, magnificamente eseguito da Daniele Griggio, che riesce a portarti, e senza sforzo alcuno, su quello stesso cammino oscuro e aspro che tutti conosciamo molto bene, immergendosi insieme a te nel caldo e nel freddo delle parole straordinariamente messe insieme. Come secondo, invece, ci viene proposto uno spettacolo di danza, con l’esibirsi di tre ragazze di KAOS Balletto di Firenze, affiancate da tre coreografi, che insieme ci mostrano come si scrive un racconto col proprio corpo e senza bisogno di altri supporti fisici.

PRATO. La scommessa del Metastasio, iniziata la scorsa settimana con L’armata Brancaleone di Roberto Latini, prosegue, senza soluzione di continuità. Stavolta, l’ideale è lasciarsi trasportare dalle suggestioni; così si pensa alle interminabili mosse senesi del Palio, o anche ai documentari, della migliore tradizione televisiva, dove una telecamera nascosta spia, per giorno e notte, branchi di lupi, civette, serpenti velenosi, animali con cromatismi carioca, volatili possenti e tenebrosi, fiere fameliche, un regno dove l’uomo, se non di soppiatto, non può avere accesso, soprattutto perché non è affatto gradito. Tutte queste evocazioni – ma qualcuno può averne avute altre, eh, ci mancherebbe! - la suggeriscono Chiara Lucisano, Caterina Montanari, Daniele Palmeri e Michele Scappa, che sono i corpi, le voci, le anime e in particolare i suggestivi suoni gutturali sui quali Kinkaleri ha progettato e prodotto il suo OtellO (scritto così, poi ci spieghiamo), in prima nazionale (anche stasera, alle 19,30 e domani, 31 ottobre, alle 16,45) al Fabbricone di Prato. Che i quattro acrobatici danzattori stiano riesumando la tragedia di William Shakespeare non c’è dubbio; non c’è dubbio perché raccontano dei tormenti di Otello, dell’infidia di Iago, della scaltrezza di Cassio e del martirio di Desdemona, tutto però inscritto all’interno delle due O maiuscole, che segnano l’inizio e la fine di OtellO e che racchiudono tell, che in inglese vuol dire raccontare, informare, dire, riconoscere.

PRATO. Chi inizia provocando è a metà dell’opera. Il Metastasio di Prato, che riapre finalmente i battenti quasi come se la pandemia non fosse mai esistita, si (ri)presenta al suo pubblico con un’omonima rivisitazione teatrale di una pellicola che ha fatto scuola e, il tempo lo dirà; anzi, lo ha già detto, leggenda: L’armata Brancaleone. Il profanatore di turno, l’adattatore, non poteva essere che Roberto Latini, che si ritaglia una gemma, su un palcoscenico psichedelico/postindustriale, a fianco di un’eterogenea compagnia attoriale di grande rispetto, febbrilmente incastonati l’uno sull’altro, sospesi su una trave sulla quale si ristorano durante una vertiginosa pausa/pranzo nel bel mezzo della ristrutturazione del grattacielo di Mario Monicelli: Elena Bucci, Claudia Marsicano, Ciro Masella, Savino Paparella, Francesco Pennacchia, Marco Sgrosso e Marco Vergani. Le vicende, indecorose e tragicomiche, del cavaliere norcino alla guida di un ronzino insolente e svogliato a capo di un’impresentabile armata alla conquista del feudo pugliese di Aurocastro, sono e saranno icone indimenticabili e scimmiottate ovunque in parecchie sale cinematografiche.

FIRENZE. Di quei due, si sapeva già tutto: poliedrici, camaleontici, sensuali, ironici, impeccabilmente disordinati. Si strizzano l’occhio da oltre vent’anni, Filippo Timi e Lucia Mascino e appena possono, si danno appuntamento su un palcoscenico, anche se in compagnia di altri colleghi. Loro due, da soli, insieme, li avevamo già visti, qualche tempo fa (luglio 2019), a Peccioli, ne Il piccolo principe, ma si trattava di un reading, che equivale, a nostro avviso, alle formazioni musicali che si specializzano nei tributi. Con Promenade de santé, scritto contorsionistico di Nicolas Bedos, tradotto da Monica Capuani, trasportato sul teatro, anche se con angolature spudoratamente cinematografiche, da Giuseppe Picconi, al Niccolini di Firenze ancora stasera e domani, giovedì 21 ottobre, sempre alle 19,30, la coppia (di fatto) ha raggiunto una simbiosi empatica di rara bellezza: si scrutano, lusingano, disprezzano, desiderano, posseggono, si amano, rispettandosi, senza mai perdere di vista che il loro amore, l’amore, è, indiscutibilmente, tossico, necessario, indispensabile, ma tossico, come tutti i contratti sentimentali, tanto che per dichiararsi ha bisogno di essere rinchiuso in una clinica specialistica, lontano da ogni distrazione e tentazione, particolarmente persuasiva, inoltre, visto che si tratta di una struttura immersa nel verde, dove ci sono due panchine, luogo privilegiato di incontri tra pazienti, eterosessuali, di entrambi i sessi.
di Wijdane Boutabaa

SCANDICCI (FI). È il 24 settembre e sul palco del Teatro Studio Mila Pieralli di Scandicci ci sono solo una tenda, due sedie e due persone che interpretano ben quattro personaggi. Saverio La Ruina, regista e attore, prende le vesti di Mario, un italianissimo vedevo che a causa di un terremoto, vede casa sua, che, come molte case altrettanto italianissime, era appartenuta prima a suo padre e ancor prima a suo nonno, tramutarsi in macerie e polvere. Mentre Chadli Aloui, interprete dalle origini nordafricane, deve immedesimarsi in un suo connazionale, Saleh, come Mario vittima del sisma, e col quale dovrà condividere il poco spazio circoscritto da una tenda bianca. All’inizio, ci si siede e si inizia a guardare questa precisa rappresentazione di una storia frutto della mente del regista. D’un tratto e senza soluzione di continuità, ci si trova però catapultati nella vita vera degli attori-persone che prendono il posto delle maschere di scena. La rappresentazione diventa un tentativo da parte di Saverio La Ruina di dar letteralmente voce a una minoranza, che in quanto tale trova sempre le più grandi difficoltà a farsi intendere. E così gira il riflettore sull’attore Chadli, lasciandogli tutto lo spazio per dire la sua su una questione che lo riguarda tanto da vicino e da tutta una vita.
di Letizia Lupino

PISTOIA. È in un martedì sera di fine estate che la Fondazione Jorio Vivarelli a Villa Stonorov di Pistoia e SpaziAperti2021 ci accompagnano verso la chiusa di una strana stagione teatrale che odora di rinascita e di respiri ampi. Il vialetto che favorisce l’ingresso al piccolo cancello a poco a poco si riempie di macchine. Parlottii e brusii che si avvicinano porgendo la fronte e lasciandosi misurare la febbre? L’attesa. Tutti ben allineati attendiamo di scendere in quel piccolo labirinto di magia che si aprirà sullo spazio scenico adibito per l’occasione. Sedie a giri concentrici che lasciano il centro aperto, un vuoto da riempire; il palco è dietro, a riposo. Su ogni sedia un foglio e un lapis: è già spettacolo. Siamo pronti. Luigi De Angelis, il regista, insieme alla drammaturgia di Chiara Lagani partendo dai documenti audio e video delle teche Rai hanno fatto sì che Andrea Argentieri riuscisse a interpretare Primo Levi, quasi come un sarto certosino con il suo primo abito maschile; e a confezionare poi Se questo è Levi. I sommersi e i salvati. Il passo misurato e preciso di Argentieri si fa largo nel suo centro.
di Federico Di Pietro

PISTOIA. Per tutta l’estate ho (abbiamo, sic!) esultato agli insperati e inattesi risultati sportivi che gli atleti e calciatori azzurri hanno conseguito, prima vincendo un Europeo, poi raggiungendo un record storico di medaglie a Tokyo e infine dominando alle paraolimpiadi. Eppure, mancava qualcosa. Le vittorie erano belle, decise, disperate, ma sospettosamente vuote, destinate a consumarsi nel giro di qualche mese e qualche chiacchiera da bar. C’era agonismo, cattiveria, ma mancava qualcosa. Ieri sera, alla Fortezza Santa Barbara ho finalmente capito di cosa avevo bisogno in questo periodo. Volevo un po’ di sacralità. La devozione più ardente a una causa. E quella causa l’ho trovata battagliando e votando durante La coppa del Santo, il nuovo spettacolo de Gli Omini, pluripremiata e popolare compagnia toscana, che Pistoia ormai conosce bene. I santi si sa, non muoiono mai e hanno più vite dei gatti (che sempre troppe sono). Lo spettacolo, in realtà, fa parte di una progenie artistica più ricercata e studiata. La coppa del Santo è la necessaria rivisitazione in tempi di pandemia della pièce L’asta del santo, un mercante in fiera sulla vita dei santi in cui il pubblico si strappava le vesti e si scambiava aneliti batterici per vincere uno dei premi in palio. La coppa del Santo però è altro. È strategia, è devozione vera.
di Letizia Lupino

PISTOIA. Fa notte quasi improvvisamente; inaspettato in questa sera fresca che incalza e precede. Lui attende. La Fortezza Santa Barbara si fa nuovamente chioccia di un nuovo spettacolo, Teatri di Pistoia con SpaziAperti2021 ci invita nel Paradiso. Dalle tenebre alla luce, di e con Simone Cristicchi. Il palco è carico; a destra una scrivania con tutti i crismi che ci si aspetterebbe: una lampada, libri che solo un misurato caso potrebbe aver sistemato; dei fogli, una penna e l’atmosfera che rimanda è quella di un fumoso studio dell’800; immagino il sigaro che mal si trattiene dallo spegnersi. Poco dietro, imponente, un’arpa svetta e squaderna l’ingresso all’OIDA, l’Orchestra Instabile di Arezzo, guidata da Valter Sivilotti e che sarà l’accompagnamento terreno e spirituale della storia che ci verrà raccontata. Simone Cristicchi, cantautore, attore teatrale, paroliere immaginifico intreccia musica, immagini, parole. Costruisce. I commenti in platea si perdono, il tutto esaurito esaurisce il fiato che sospeso si aggancia quando ai violini, ai contrabbassi, quando alle trombe o ai fagotti.
di Letizia Lupino

PISTOIA. Un sabato sera di luglio come tanti, una serata afosa nel pieno dell’estate, il polo museale della Fortezza Santa Barbara di Pistoia pronto ad accoglierci, l’arco di pietra aperto, la porta spalancata. Avanziamo lungo il ponte; qui, un tempo, cavalieri e dame, vite che attraversavano l’immobilità della sostanza, ieri come oggi. La corte si para davanti, le sedie, il palco, Teatri di Pistoia, Spaziaperti 2021 ci prende e ci fa accomodare in attesa, una leggera brezza ci ammorbidisce il corpo, la testa è attenta. Monica Guerritore sale sul proscenio con la naturalezza di colei della quale si dice che potrebbe guidare ad occhi chiusi e ci mette, perciò, a nostro agio, ci guida, è un piacere per gli occhi, poi lo sarà anche per le orecchie quando il tecnico le accenderà il microfono; è un luglio pandemico che ci inciampa, rendendoci tutti un po’ più umani, teneramente fallibili. Dall’Inferno all’Infinito è un discorso dell’intima necessità di scandagliare attraverso i grandi, Dante, Pasolini, Morante, Eco e Galimberti le anse dense, profonde e immaginifiche dell’animo umano. È la volontà di scardinare i versi, parole al microscopio che vivono di sfumature nuove, luminose. Sorprendente la visione, il corpo dell’attrice che si accascia sulle travi del palco, l’animo umano che sprofonda; l’onda creativa dell’immaginazione che ne scaturisce è potente, ci coglie impreparati, perché impreparati siamo alle virate dell’anima.

PISTOIA. Non ha neanche un nome. E non si capisce nemmeno quanti anni abbia. La vita non le ha insegnato molto e quel poco che ha imparato, non sempre è riuscita a metterlo in pratica. Se fosse dipeso soltanto da lei, però, la mattina si sarebbe alzata sempre di buon’ora; al mercato si trova la frutta migliore e sul mare ci si posiziona vicino alla battigia. La sua esistenza è un rimpianto soffuso, a malapena accennato. Si è accontentata di avere un marito, Sergio, che in definitiva, a parte non averla mai portata nelle Marche, non le ha mai fatto mancare nulla, soprattutto perché è riuscito a non farle desiderare niente. Francesca Sarteanesi, dopo aver lasciato Gli Omini e tutto quello che le girava intorno, ha deciso di ripresentarsi sul palcoscenico da sola, senza scenografia alcuna, senza nemmeno una sedia, in un colloquio triste e violento, senza via d’uscita, monniano, ma ingentilito da una rassegnazione che ne esalta la surrealtà attoriale. È lì, da sola, ma solo per le prime battute. Poi si dissolve, uscendo di scena, senza che gli spettatori se ne accorgano, lasciando a tu per tu con il pubblico proprio Sergio, che non c’è, non si vede, ma si sente, si è sentito e si sentirà. Per sempre.

PISTOIA. Ognuno ha fatto come meglio ha potuto. La prima quarantena forzata e forzosa della storia dell’umanità tutta (teniamola a mente; non è detto che non si ripeta) ha generato, oltre che (im)motivate paure incontrollabili, anche una serie di impensabili anticorpi. Durante quegli interminabili cinquantanove giorni di totale isolamento, Alessandro Benvenuti ne ha approfittato per continuare a fare quello che gli riesce meglio: gigioneggiare. Panico ma rosa, diario di un intubabile, alla Fortezza Santa Barbara di Pistoia (si replica stasera, alle 21,15) sono gli appunti presi da un veterano dello spettacolo nella sua abitazione romana, dove vive con moglie e figli e portati in scena in attesa che il teatro e il mondo dello spettacolo si rimetta davvero in moto. E visto che lezioni di come stare sul palcoscenico l’ultra settantenne fiorentino (dopo mezzo secolo trascorso tra la televisione, il cinema, il teatro e il cabaret) può non prenderle da nessuno e darle, brocciolare lo stupore da dove vengano quegli imbecilli dei 33 trentini che trotterellano su Trento e da lì seguire un filo conduttore di nonsenso fino alla liberazione è puramente un gradevole e simpatico esercizio per come mantenersi in forma.

PRATO. In questo ultimo mezzo secolo, nonostante guerre mondiali non ne siano scoppiate (e infatti la popolazione è passata da 2 miliardi a circa 8; la povertà diffusa non è bastata a fermare il formicaio umano), il mondo si è trasformato come se invece di cinquant’anni ne fossero trascorsi mille. La grande abbuffata, memorabile, insolente e preveggente pellicola del 1973, resta una meravigliosa decadente intuizione culturale alla quale il regista Michele Sinisi e il drammaturgo Francesco Maria Asselta, che si sono messi all’anima di riadattarla per il teatro, non sono riusciti a prolungarne l’esistenza, provando a trasformarla in un altro capo d’accusa. Peccato, perché i presupposti, senza rinverdire i fasti mnemonici delle interpretazioni di Marcello Mastroianni e Ugo Tognazzi (la coppia francese non la citiamo, di proposito), ci sarebbero potuti essere, soprattutto tenendo nella debita considerazione che Elsinor e Teatro Metastasio, che hanno prodotto lo spettacolo in scena al Fabbricone di Prato (si replica oggi, alle 20 e domani, domenica 20 giugno, alle 18), a spese scenografiche non han badato (una videoinstallazione, una tazza del cesso che erutta lapilli, lava, bamba e rifiuti tossici, una Vespa Piaggio simbolo dell’unisex e tre armadietti illuminati adattabili a privé dei peggior night) e anche per assoldare lo staff attoriale, rischi ne han corsi pochi.
di Letizia Lupino

PISTOIA. Estate 1989, estate 1989, estate 1989. Un ripetuto rintocco che come un mantra ci ferma lo sguardo e ci fa balzare subito indietro più di trent’anni. Questo è l’inizio, o meglio, le battute successive dello spettacolo andato in scena al Funaro di Pistoia: Santabriganti presenta Kriptonite. Scena scarna, se non fosse per il microfono ben piantato al centro, una bottiglietta d’acqua sulla destra; che già ci fa presagire qualcosa, quantomeno una sensazione, una cassa audio sulla sinistra e poco dietro un lampeggiante. Buio in sala, voci dall’alto cadenzano l’inizio, un’accorata preoccupazione ci prepara, il lampeggiante inizia a girare. In punta di piedi, come un ninja un po’ imbranato, Peppe Macauda fa proprio il microfono, morbidamente la scena diventa sua; si abbassa il cappuccio della felpa rossa e comincia la risalita di quell’incredibile estate di fine anni ottanta. È un viaggio intimista, e neanche troppo, di un ragazzino/eroe che con l’innocenza e l’arroganza degli assolutismi di quell’età tenta di affacciarsi al mondo, ormai seme schiuso, e di combattere la Kriptonite quotidiana, gli stronzi quotidiani.

PRATO. Lo stesso identico senso di spossatezza e inadeguatezza lo provammo nove anni fa, quando uscimmo dalla sala cinematografica dove avevamo visto Pietà, di Kim Ki-duk. La differenza, non da poco, è che ieri sera, al teatro Metastasio di Prato (si replica stasera, alle 20 e domani, 6 giugno, alle 16), al termine di Misericordia di Emma Dante, la rabbia, l’adrenalina e la nostra pietà abbiamo potuto cibarle immediatamente, alzandoci in piedi e sotterrando di applausi Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco e Leonarda Saffi, Anna, Nuzza e Bettina, veterane di lungo corso della Compagnia Sud Costa Occidentale, testimoni oculari, complici impotenti, dell’assassinio di Lucia la zoppa, massacrata e uccisa di botte da Geppetto, il marito falegname, senza però riuscire a impedirle di mettere al mondo, prematuramente, Simone Zambelli, Arturo, che è un pinocchio senza tempo, che nasce duro, legnoso e senza anima, ma che diventa morbido e adulto, che riesce a dire mamma, aiutato a diventare un uomo di rara grazia e fisicità, seppur nella sua disabilità, dalle lezione impartitegli, chissaddove, da Pina Bausch.
di Letizia Lupino

BORGO A BUGGIANO (PT). Il Teatro Buonalaprima a Borgo a Buggiano ospita, dopo più di un anno di stop, la cooperativa sociale di Napoli Il tappeto di Iqbal, che insieme a Transiti e Ultimo Teatro di Montecatini Terme, hanno progettato un percorso portato nelle scuole fatto di laboratori, cortometraggi, interviste, giochi, risate e inclusione, con lo scopo di affrontare un tema di cui mai si parla abbastanza, la mafia; la camorra nel caso specifico. Clownville è uno spaccato della vita del quartiere di Barra; personaggi/protagonisti (in ordine alfabetico: Alex Andolfo, Antonio Bosso, Pietro Esposito, Francesco Gentile, Enzo Gilardi, Ciro Grimaldi, Antonio Pirillo, Michelangelo Ravone, Marco Riccio e Giovanni Savino) sul palco, così come nella vita, questi giovani ragazzi hanno la sfida negli occhi, la grinta nelle mani e la fierezza nel corpo. Sono il quartiere di Barra fatto carne e ce lo donano con crudezza, senza fronzoli; sentiamo il sangue colare, attraverso gli artifici delle arti in genere, sono circensi, acrobati, cantanti, mimi, tecnici. Hanno saputo, e imparato ad esser, tutto e ce lo dimostrano usando un’arma magistralmente letale: il sorriso.

PRATO. L’augurio, soprattutto per loro, Elvira Frosini e Daniele Timpano, stavolta non da soli, ma con Marco Cavalcoli, è che Ottantanove, in prima nazionale al Fabbricone di Prato (si replica alle 20, fino a domenica 30 maggio, alle 18), non lo veda Franceschini e il suo entourage, perché se qualcuno glielo dovesse spiegare, lo censurano. È un comizio di sinistra, lo spettacolo, ma di quella sinistra abbandonata in favore dei salotti e dunque, incomprensibile per chi è restato ad aspettare il condottiero, l'inserruzionista, Masaniello; alla massa, che ignora la storia e le sue vicissitudini e a chi avrebbe dovuto studiarla, ma che l’ha debitamente dimenticata. Prodotto dal Metastasio, in collaborazione con Kataklisma Teatro e Teatro di Roma – Teatro Nazionale, la rappresentazione oscilla tra due secoli, circoscritti in due annate, particolarmente feconde, decisive, per alcuni versi letali: il 1789 e il 1989. La Rivoluzione francese e la caduta del Muro di Berlino, due momenti epocali, preceduti, condivisi e suggellati da una serie di vicissitudini che hanno sempre più il sapore di una gigantesca macchinazione che ha minato la storia, la politica, la società, la famiglia e da ultimo, ma non ultimo, l’uomo.
di Francesca Infante

PRATO. Overture. Campi di cotone e schiavi che lavorano. Musica leggera, romantica. Bambini ridotti in schiavitù. Una ragazza borghese frivola e viziata. Leggerezza contornata dallo schiavismo. Tutto regolare, è solo l'inizio di Via col Vento. Ambientato in Georgia nel 1861 alla vigilia della guerra civile americana, pieno di personaggi associati al Ku Klux Klan e favorevoli allo schiavismo, Via col Vento è considerato un grande classico del cinema Americano, amatissimo dal pubblico. Ma la nascita di questo film, che nel 1939 ha vinto ben dieci Oscar, è molto più che epica. Un badget altissimo, due registi e svariati sceneggiatori con l'unico intento di scrivere un film che poteva essere il più grande fallimento della storia del cinema. Solo una persona, innamorata del libro di Margaret Mitchell, guidava all'impresa, quasi impossibile, della stesura di Via col Vento: David O. Selznick. È andato in scena (si replica fino a domani, ore 18) sul palco del Teatro Metastasio di Prato, Domani è un altro giorno, scritto da Ron Hutchinson, con la regia di Alessandro Averone, anche attore insieme a Caterina Gramaglia, Gabriele Sabatini, Antonio Tintis. Ron Hutchinson, pluripremiato autore irlandese di teatro e cinema, prende spunto da una vicenda realmente accaduta e con sapiente maestria ci consegna una commedia dai ritmi vorticosi e con una dinamica pressoché perfetta. 1939 David O. Selznick, produttore hollywoodiano, dopo due anni di lavoro e le prime cinque settimane di riprese, blocca il set del più grande kolossal che si sia mai realizzato: Via col vento.
di Francesca Infante

PISTOIA. Sorrisi azzurri, coperti ma presenti. Fervore nell'aria. Emozione e gioia di tornare a sedere su quelle poltroncine di velluto rosso, spettatrici perpetue di spettacoli mai andati in scena, rimaste sole per tanto – troppo- tempo. Il teatro, signora anziana, forse un po' sola e triste ultimamente, torna ad indossare le sue vesti vellutate. Riparte lo spettacolo dal vivo. È andato in scena sul palcoscenico del Teatro Manzoni di Pistoia (sabato 15 e domenica 16 maggio), Furore, tratto dal romanzo di John Steinbeck, ideato e realizzato da Massimo Popolizio. Il capolavoro della letteratura americana del secolo scorso vede l'adattamento per il teatro firmato da Emanuele Trevi e la presenza del percussionista Giovanni Lo Cascio ad accompagnare la voce dell'attore; coprodotto dalla Compagnia Umberto Orsini e dal Teatro di Roma – Teatro Nazionale. Nell’estate del 1936, il San Francisco News chiese a John Steinbeck di indagare sulle condizioni di vita dei braccianti sospinti in California dalle regioni centrali degli Stati Uniti, soprattutto dall’Oklahoma e dall’Arkansas, a causa delle terribili tempeste di sabbia e dalla conseguente siccità che avevano reso sterili quelle terre coltivate a cotone. Il risultato di quell’indagine fu una serie di articoli da cui l'autore americano generò, tre anni dopo, nel 1939, il romanzo Furore.

PRATO. La felicità si taglia con il coltello, anche se le avverse condizioni climatiche non favoriscono particolari euforie e costringono gli spettatori, onde evitare sferzate gelide di vento e gocce obliqui di pioggia, ad accalcarsi nel foyer, seppur muniti tutti, anche i personaggi cromaticamente più assortiti, di mascherine, qualcuno addirittura doppia. Però, dopo tanti mesi di silenzio, paura, sconforto e desolazione, ci ritroviamo all’ingresso del Fabbricone, a Prato, perché lo spettacolo, Le nozze (si replica tutte le sere alle 19, fino a domenica 16 maggio, alle 18), va a incominciare. Dei personaggi dell’originale stesura cechoviana, il regista, Claudio Morganti, abituato a farsi beffa di tutto e tutti, conserva a stento i nomi sovietici, soprassedendo su tutto il resto, soprattutto quel che riguarda la bassezza borghese di fine ‘800, che nella sua personale rivisitazione prende la forma di una satira arboriana, catapultando la rappresentazione teatrale nella mitica televisiva Altra Domenica, con il polistrumentista e polifonico Roberto Otto & Barnelli Abbiati in qualità di sovversiva colonna sonora e il pasticcere greco, con un marcato influsso ciociaro, Luca Andy Luotto Zacchini, supportati, sullo sfondo muto, ma non per questo meno efficace, da Ilaria Francesca Marchianò, cameriera pasoliniana, ma anche un po’ keatoniana.
di Beatrice Beneforti

PRATO. Dovremmo partire dal finale per provare a far capire quello che abbiamo compreso guardando Don Juan al Teatro Metastasio di Prato (si replica tutte le sere alle 19, fino a domenica 10 maggio, alle 18) che riapre i battenti dopo questa estenuante pandemia virale, ma non si può. La trama si capiva bene (fa parte degli annali), ai limiti dello scontato, fino al finale, che non possiamo svelare. I danzatori protagonisti, sedici in tutto, di AterBalletto, per la coreografia di Johan Inger su una partitura originale di Marc Alvarez, non erano tutti giovanissimi, specialmente lui, il Don Giovanni. Le luci, all’inizio dello spettacolo, erano poco convincenti: lasciavano delle scene in ombra, ma poi c’è stata una citazione di Stanley Kubrick (precisamente quando, in Barry Lyndon, a un certo punto, il regista usa luci calde e fredde nella stessa inquadratura per farci sentire che qualcosa è in contrasto) che ci ha convinti. La musica non ci è piaciuta sempre: a tratti troppo da cinema anziché da teatro, ma funzionava alla perfezione, visto il gradimento collettivo degli spettatori, che hanno riempito, nel febbrile rispetto delle norme anti-Covid, tutti gli spazi disponibili dello storico teatro pratese. Non ci sono piaciuti, nella rappresentazione, i costumi, che abbiamo trovato bruttini.
di Fabiana Bartuccelli

NAPOLI. Periferia Est. Un campo di vite, aperte su una terra violentata. La vita si espone comunque, non cede, soprattutto gli steli verdi, la creta viva da plasmare oltre il deserto e i muri della violenza. Dov’è la mappa che conduce all’uscita, dove il bosco del guaritore? Sempre dopo i rovi, forse nelle crepe. Barra non è un luogo. Barra è il prodotto del mondo che ha scelto di perdere il fuoco attorno al quale si nutre e si tramanda la vita. Ma quanti volti ha il fuoco. E quante mani. Un unico indistruttibile riso. E nel petto di questo quartiere si infiamma un ridere, quel moto trasversale che nel moto distruttivo di una storia senza fuoco riaccende un faro, ricrea un territorio, disegna una mappa per surfare il vuoto, si riprende lo spazio e risemina un tempo condiviso. Sono i ragazzi della cooperativa sociale Il tappeto di Iqbal, i messaggeri che tessono un ponte tra una fine e un inizio, gli anticorpi al male che avvelena il latte delle sempre attente e tornanti primavere. Ricominciare è un’attenzione. Sentire che è arrivato il tempo di arrivare. Quel non poterne fare a meno.
di Olimpia Capitano

LIVORNO. Domenica sera, al teatro Goldoni, si è conclusa la rassegna teatrale promossa dal Nuovo Teatro delle commedie, il Little Bit Festival, alla sua X edizione. Lo spettacolo conclusivo andato in scena èsstato il pluripremiato Macbettu, tratto dal Macbeth di William Shakespeare, ideato e diretto da Alessandro Serra (interpreti: Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino; traduzione in sardo e consulenza linguistica: Giovanni Carroni; collaborazione ai movimenti di scena: Chiara Michelini; musiche: pietre sonore Pinuccio Sciola; composizioni pietre sonore: Marcellino Garau; tecnico della luce e Direzione Tecnica: Stefano Bardelli; tecnico del suono: Giorgia Mascia; regia, scene, luci, costumi: Alessandro Serra; produzione: Sardegna Teatro, in collaborazione con compagnia Teatropersona; distribuzione: Danilo Soddu; con il sostegno di: Fondazione Pinuccio Sciola e Cedac Circuito Regionale Sardegna). Se già la pièce, visionaria e coinvolgente di per sé, ha creato un’atmosfera densa e immersiva, il contesto non è stato da meno: durante l’ultima sera in cui, almeno per un mese, è stato possibile condividere lo spazio aperto del teatro, l’intensità emotiva è stata trasversale, segnando nello stesso atto della partecipazione l’importanza di un momento empatico e corale, che i 4 minuti di applausi finali non hanno fatto altro che confermare.
di Luna Badawi

PRATO. Un venerdì sera qualunque di una pandemia oramai cominciata diversi mesi fa. Tutti armati di mascherina, disinfettante e distanziamento, ma non sono le uniche cose che ci portiamo dentro la sala del teatro, il Magnolfi, di Prato. La verità è che siamo la somma di tante vite vissute fino ad oggi, incontrati per caso (ma tanto il caso non esiste) in un’unica stanza, insieme alle nostre maschere esteriori e interiori, le nostre fragilità, le nostre paure, il nostro senso di colpa e il nostro timore di cambiare. Ci siamo incontrati per caso (ma tanto il caso non esiste) per sentire parlare della vita. Lo spettacolo di Amor Vacui, scritto in condivisione da Lorenzo Maragoni, Andrea Bellacicco, Eleonora Panizzo e Michele Ruol e interpretato con sincera emozione e bravura teatrale da parte di Andrea Bellacicco ed Eleonora Panizzo, pone al centro il tema del come si vive con sé stessi. Una persona può passare la sua vita a fare lo stesso lavoro, stare nella stessa relazione, vivere nella stessa città, senza mai farsi domande.
di Stefania Sinisi

LASTRA A SIGNA (FI). Non è un bollettino meteo, ma del degrado, Previsioni del tempo, di Patrizia Corti, in scena al Teatro delle Arti di Lastra a Signa. Perché anche qui, sull’Appennino Tosco-Emiliano, lontani centinaia di chilometri dal nocciolo della fusione criminale, c’è del marcio, proprio come in Scandinavia. I riflettori si accendono su un sistema corrotto che vive e si arricchisce segretamente e trasversalmente di illeciti e di attività illegali di tipo mafioso, che arrecano danni all'ambiente. In particolare, si parla di associazioni criminali dedite al traffico e allo smaltimento illegale dei rifiuti, che contrabbandano in clandestino anche carni di provenienza ignota, destinate ai grandi rivenditori senza nessun controllo sanitario di qualità. Narrato con cura da un frizzante ed energico Marco Natalucci e accompagnato musicalmente dal vivo da Francesco Giorgi, in un esperimento teatrale associativo, quasi un radioteatro, un percorso di suoni e percezioni oscure, sotto una pioggia nera e fitta, Previsioni del tempo è il viaggio di due malavitosi, Antonio e Giuliano, che devono compiere la loro mala azione quotidiana.
di Alessandra Pagliai

FIRENZE. L’incontro nasce nella logica di Fies Factory: connettere giovani professionisti e artisti col progetto di avere un percorso creativo fuori da invasive leggi di mercato. Teatro Cantiere Florida contingentato come da DPCM, gli spettatori con mascherina, così come gli artisti, che citano parole interrogando la socio-linguista Vera Gheno, docente dell’Università di Firenze, oltre che traduttrice e branditrice di vocabolari. Fratelli d’Italiano, sembra dire Claudio Cirri, che aprendo le danze mima un simpatico Inno di Mameli, mentre arrivano sul palco i compari di Teatro Sotterraneo, Sara Bonaventura e Daniele Villa con la ex collaboratrice della nobile Accademia della Crusca, Vera Gheno. Ah! la parola, atto di identità di un popolo, di una regione, di una città, di un quartiere, pronunciando la quale ci riconosciamo in una tribù, foss’anche quella del web, media non demonizzato dall’esperta di lemmi. Perché, dice, il linguaggio contemporaneo in qualsiasi epoca si imbastardisce fino a diventare la lingua in corso, vedi il volgare che nasce nel Medioevo.
di Stefania Sinisi

SESTO FIORENTINO (FI). Sul palco del Teatro La Limonaia di Sesto fiorentino, in prima assoluta all’interno del Progetto Intercity è andata in scena Dalle Stelle (drammaturgia di Silvia Calamai e regia di Fabio Mascagni), una rappresentazione quanto mai surreale, ma drammaticamente realistica, di due anziani, Zinni e Axxo (Antonio Fazzini e Annibale Pavone) che ci condurranno all’interno di un interessante dialogo, in cui l’uso della parola è sempre assolutamente ponderato e mai superfluo; a parlare sono due luminari della Scienza. Di fronte alla non necessità, è preferibile il silenzio, con una valenza ritmica che tende a esaltare e oltrepassare la dimensione della realtà in un'atmosfera tale così assurda e inverosimile che inizialmente non ci fa calare nel vero contesto dell’inevitabile declino delle facoltà mentali: l’Alzheimer, malattia sufficientemente grave da interferire con la vita quotidiana dei due protagonisti, che ci tengono sospesi con leggerezza e sempre con il sorriso sulle labbra al confine tra realtà e irrealtà, Dalle stelle appunto, come a voler dire che i due uomini sono a metà tra cielo e terra, stralunati, in una dimensione abnorme, ma apparentemente normale.
di Stefania Sinisi

SESTO FIORENTINO (FI). Enrica Pecchioli e Giulio Mayer, interpreti e narratori sensibili di un’Italia scomparsa attraverso le fiabe popolari, rielaborano e ripercorrono le storie più famose della nostra tradizione con la delicatezza e la mimica dei poeti ambulanti, che non scomparirono affatto, ma che restarono per secoli nascosti nelle strade e nelle piazze di città e villaggi, cantando canzoni originali, rielaborando e diffondendo leggende, esaltando luoghi santi e personaggi eroici, ma oggi dimenticati e sorpassati dalle moderne tecnologie e nuove attrazioni. Per questo al Teatro La Limonaia di Sesto fiorentino, all’interno del Progetto Intercity Young, è andato in scena Italia in Fabula (regia e drammaturgia Enrica Pecchioli, in compagnia, sul palco, di Giulio Mayer e con le scene, le luci e i costumi affidati a Francesca Leoni), con il preciso intento di voler valorizzare, rivolgendosi a un pubblico giovanissimo, conoscenza e narrazione in modo originale, diverso, immedesimandosi nei personaggi così che i due attori reciteranno divertendosi e divertendo sia grandi che piccini trasportando gli spettatori in mondi incantati.

FIRENZE. Non sappiamo se nelle corde di Luisa Bosi e Francesca Sarteanesi ci sia stato, o ci fosse, in origine, nell’ideare e portare in scena Bella Bestia, la volontà sottesa di navigare introspettivamente tra i meandri, i più reconditi, dell’universo umano in generale, e nello specifico, femminile. A noi, ieri sera, al Teatro Cantiere Florida di Firenze, per l’unica replica dello spettacolo prodotto da Officine della cultura con il contributo della Regione Toscana e il sostegno del Centro di Residenza Armunia Capotrave/Kilowatt, questo secondo eventuale e virtuale livello ci è sfuggito del tutto. E per fortuna. Perché ci siamo divertiti tanto. Sì, certo, sono le risate tristi prodotte dalla goffaggine della migliore scuola clownesca, è la simpatia che scaturisce da conversazioni surreali perché inesistenti, è l’ilarità digrignata a mandibole serrate di un turpiloquio abortito grammaticalmente, non certo nell’intensità e nella volontà, ma vorremmo rivederle subito, stasera, Francesca e Luisa e non necessariamente a teatro, ma anche sedute a un tavolino di un bar qualsiasi, dove gli spritz, i gestori, non sanno cosa siano, ma di come si faccia a bere e in quantità industriale sono docenti universitari. Perché esiste il teatro per antonomasia, quello nel quale l’attore entra nei panni del personaggio e seppur modulandolo e metabolizzandolo con la sua personalità, finisce per somigliargli maledettamente, fino al punto di avere difficoltà, al termine della rappresentazione, di riappropriarsi se stesso.

PRATO. Non vi spazientite se l’impatto ha tutto il sapore di un esercizio enigmistico attoriale, dove Silvia Gallerano è una e trina e Sonia Antinori, l’autrice e Daria Lippi, compendio generazionale, si intersecano tra di loro in una recita ginnica, sintonica, cameratesca. Del Naufragium lasciato in eredità ai figli della contestazione non se ne parla più, da tempo, ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti e il peggio, di quell’impegno forzoso, autocelebrativo, del tutto inefficace, incapace di fare i conti con la storia, dannoso, dunque, oltre che inutile, se non a lasciarci credere che fossimo i migliori (facciamo parte, seppur di striscio, di quella generazione, anzi, della sua coda più violenta), deve ancora venire: non fa una grinza. Le generazioni successive al ’68 prima e al ’77 poi si sono trovate nella merda, fino al collo, con genitori assenti, colpevoli, ma in modo adorabile, tanto da compiacersene, nella loro letale distrazione, di essere stati, per i propri pargoli, solo e soltanto icone inimitabili, montagne troppo alte da scalare. Certo, nelle nostre case, centinaia di libri, dischi, foto ricordi, poster, cartine e filtrini ovunque, con la presuntuosa certezza che i nostri figli avrebbero inesorabilmente e inevitabilmente fatto le stesse nostre cose.

SESTO FIORENTINO (FI). Qualcuno, nel mondo del teatro sommerso dall’incertezza, da questa quarantena, ne è uscito più forte, più incazzato, più concentrato. Migliore. La prima impressione l’abbiamo avuta con Silvia Frasson (La vita salva); la seconda, dopo aver assistito ad alcune stucchevoli e inutili letture che avrebbero dovuto rappresentare la rinascita dopo i domicili forzosi imposti dai contagi e che invece hanno fatto presagire al peggio, è arrivata con Valentina Banci (I giganti della montagna). Ieri sera (si replica oggi, 4 ottobre, alle 20,30 e alle 22), alla Limonaia di Sesto fiorentino, in uno degli appuntamenti della 33esima edizione di Intercity Festival, il terzo utilissimo, indispensabile, è il caso di scrivere, tassello di una resurrezione vera, l’ha messo Teresa Fallai, vestendo gli abiti, con la sua solita, meravigliosa, eleganza, di Vento, Pioggia, Mare, la trilogia, di complicata lettura e ancor più impegnativa interpretazione, di Jon Fosse, icona monumentale del teatro contemporaneo che continua a farsi ispirare dai suoi testi e dalle sue poesie. Tre appuntamenti teatrali nati sotto genuine influenze artistiche, non influenzate dal buio della reclusione da coronavirus, accidente cosmico che ha solo postdatato i loro esordi, ma che hanno a nostro avviso incattivito e impreziosito i protagonisti, anzi, le protagoniste.
di Stefania Sinisi

FIRENZE. Il destino ha un ruolo predominante in 70 volte 7, perché sconvolgerà due nuclei familiari in un vorticoso intreccio di emozioni. Ognuno di noi è segnato dall’incontro con il fato, con il proprio karma e dagli eventi che si susseguono apparentemente casuali, perché le persone che incontriamo e le circostanze che viviamo possono davvero cambiare il corso delle nostre vite; per sempre. È che in un modo o nell’altro, tutto il bene e tutto il male che entra ci porterà, comunque, verso un’evoluzione e una crescita individuale. La rabbia, invece, ci soffocherà, inaridendoci, ma spesso ne saremo scossi ugualmente e saremo sconvolti per il dolore subito. Questo il plot ideato e diretto da Clara Sancricca, di Controcanto Collettivo, che riapre il sipario al pubblico del Cantiere Florida di Firenze grazie all’interpretazione di Federico Cianciaruso, Riccardo Finocchio, Martina Giovanetti, Andrea Mammarella, Emanuele Pilonero e della stessa regista, Clara Sancricca. Ma il dolore che proviamo, le emozioni che sentiamo, vengono tutte interpretate, elaborate dalla nostra psiche, una ad una in maniera personale e diversa, in ognuno. Ogni individuo ha la propria capacità e i propri tempi per riuscire pian piano ad adattarsi, ad accettare il dolore attraverso la comprensione e l’ascolto, in un viaggio introspettivo dentro se stessi e non solo, che porterà qui i protagonisti all’espiazione del male che entrambi sentono, non solo superandolo, ma oltrepassandolo attraverso il perdono concesso infine da Gabriele (fratello del defunto) all’aguzzino, nonostante le prime resistenze dettate dalla rabbia e dal rancore.

PISTOIA. La vecchia madre è morta. Uno dei tre figli, a denti stretti, ha anche detto finalmente: una delle due sorella si è irretita, a quelle ingiuriose e irriconoscenti parole; l’altra, ha pianto. Ed è proprio lei, quella di mezzo, la figlia, zitella, che è rimasta nella casa di campagna in compagnia della madre vecchia, inferma e con la testa ormai tra le nuvole, altrove, che ci guida nel labirinto della casa, un attimo prima che la ditta dei traslochi, ora che il rudere è stato venduto, tra polvere e memoria, porti nel magazzino quellaserie indecifrata di cianfrusaglie, piatti rotti e fotografie, in bianco e nero. Gabriella Salvaterra, figlia (il)legittima di Enrique Vargas, ci prende per mano, nei meandri del Funaro di Pistoia, fino a domenica prossima, 27 settembre, e ci conduce tra i meandri di Dopo, che è la visita della villa, ormai fatiscente, dopo che l’immobile è stato ceduto a una famiglia inglese innamorata del Chianti e che arriverà in Toscana il prossimo fine settimana, con uno dei voli Charter messi in vendita dalla Ryan Air. Due sue amiche, Loredana D’Agruma ed Elena Ferretti, accompagneranno i visitatori nel percorso guidato, tra luci soffuse, anzi, febbricitanti, fino all’uscita, durante il quale potranno ammirare, stanza per stanza, circa un secolo di storia, emozioni, passioni, fratture, dolori.
di Luna Badawi

FIRENZE. È ora di cena, nel Chiostro di Santa Maria Novella, di una sera calda, ma non afosa. L’ambiente profuma di antico e conserva tutta la bellezza che la storia può riservare. Sei stato invitato a cena con Primo Levi. Sì, proprio quel Levi, il famoso autore di Se questo è un uomo. Sei seduto insieme ad un’altra cinquantina di persone; le luci sono soffuse e il distanziamento sociale rispettato, anche se quello che sta per accadere vorrebbe una vicinanza fisica. Vorrebbe una mano da stringere. Levi sa quanto la storia sia importante, quanto la memoria sia fondamentale, quanto la testimonianza sia un dovere nei confronti dei propri simili. Ed è per questo che non si tira indietro e con estrema lucidità decide di aprirsi e raccontarsi. Alla location meravigliosa, agli archi affrescati, al romanticismo degli alberi che si mescolano ai colori dei dipinti del chiostro si sta per contrapporre uno squarcio di storia violenta, atroce e disumana: l’esperienza del lager. Levi arriva con il suo solito abbigliamento distinto, con la sua razionalità pacata e impressionante. Ed è pronto a testimoniare. In mano hai un foglio con tantissime domande che puoi fargli.

PISTOIA. I domicili coatti imposti dalla quarantena hanno reso un po’ a tutti, nella tragica intimità domestica amplificata da un tempo senza tempo, le corde adolescenziali. Roberto Valerio e Massimo Grigò (in ordine di apparizione, ieri sera, 9 settembre, alla Fortezza Santa Barbara, a Pistoia, in uno degli appuntamenti di Spazi Aperti, promossi dall’Apt), che di mestiere non possono (mai) tralasciare alcun dettaglio, hanno approfittato di questo interregno teatrale per leggere in scena alcuni passi, tra aneddoti, poesie e novelle, di due pionieri: Aldo Fabrizi (Fabbrizi, all’anagrafe, ma sarebbe sembrato un difetto metropolitano) e Renato Fucini, rispettivamente (ma doc), romano e grossetano (fortemente naturalizzato pisano). Il pubblico pistoiese, che conosce bene (benissimo) entrambi, ha deciso di non sottrarsi dal piacevole dovere di consegnare loro, in questo delicatissimo momento di ripartenza esistenziale, prima che sociale, culturale e attoriale, un’incoraggiante dose di applausi. Tutti meritati, ovviamente, al di là di ogni circostanziata ragionevole comprensione. Perché nelle corde di Roberto Valerio, non certo nella stazza, diametralmente opposta, c’è tutta l’ironia ereditata da un vero e proprio maestro dello spettacolo in bianco e nero, una sagoma muta, quella di Aldo Fabrizi.

FIGLINE (PO). La luna è dall’altra parte, rispetto al palcoscenico ricavato ai piedi della parete di marmo; ma è fioca e non ce la fa a illuminare Valentina Banci, che a pochi chilometri di distanza in linea d’aria rispetto alla prima rappresentazione, quella avvenuta al Giardino di Boboli di Firenze, il 5 giugno 1937, centotredici anni dopo, alle pendici della cava di Figline di Prato, dove solo lei, suo fratello Lorenzo e Giulia Barni avrebbero potuto immaginare un allestimento del genere, decide di riportarla in scena I giganti della montagna, scritta e non ultimata, quasi volesse che fossero gli altri, con idee e palle, a completarla, da uno dei padri del teatro contemporaneo, Luigi Pirandello. Partiamo dall’epilogo, con quell’attacco furioso e lucido rivolto agli impresari, o procediamo con ordine, magnificando la scelta, unica, coraggiosa e sin troppo pertinente, ora che è stata partorita, dei fratelli Banci di allestire lì, dove nessuno aveva mai osato nemmeno pensarla, una rappresentazione teatrale? Iniziamo da Valentina Banci, invece, in grazia di quel dio minore accolto nella villa degli Scalognati, unico posto al mondo che si degna di ospitarla, lei e la sua fatiscente compagnia, ricca di storpi, energumeni e contesse decadute, attesi da questi fantasmi che da secoli aspettano la luce per tornare a vivere.
Leggi tutto: Ho visto uno spettacolo che non potevo nemmeno immaginare

PISTOIA. Un testo così profondamente comunista (Viaggio al termine della notte), non può che raccogliere il nostro entusiasmo, soprattutto in considerazione del tempo in cui è stato scritto (1932), quando essere compagni aveva un senso ed era una missione, non fingerlo di esserlo, come succede da troppe stagioni, per una detestabile opportunità. Detto questo, di Louis-Ferdinand Céline e del suo inoppugnabile capolavoro, visto che Elio Germano ha deciso di portarlo in scena, occorre scendere in dettagli teatrali e concentrarli sulla rappresentazione andata in scena ieri sera, 30 agosto, al Teatro Manzoni di Pistoia, in uno di questi anomali, ma mirabili, appuntamenti di Spazi Aperti voluti ed egregiamente allestiti dall’Atp. Al cospetto del nichilismo céliniano non si poteva che abbinare all’opera, visto che ha deciso e voluto musicarla, un’atmosfera tetra, dark, che molto si addice al cupismo del testo. Però, Teho Teardo (l’ala musicale della rappresentazione) e le sue tre strumentiste al seguito (Laura Bisceglie, violoncello; Ambra Chiara Michelangeli, viola ed Elena De Stabile, violino) avrebbero potuto avvicinarsi un po’ di più agli Art of Noise, conservando quel timbro musicale che noi detestiamo, ma che si abbina maledettamente bene a Céline in una perfetta e simbiotica evocazione.

PISTOIA. Nel bel mezzo della città, con un recinto virtuale a separare la platea dal resto del centro storico. Questo è quello che si può fare di questi tempi e questo è ciò che l’Atp di Pistoia organizza, Spazi aperti, trasportando il teatro (e i concerti) in un posto ad altro deputati. Ma la forza dei personaggi e di chi dà loro voce va ben oltre il latrare di alcuni cani irriverenti o di alcuni bambini che a teatro non vanno e forse non andranno mai, purtroppo. Renata Palminiello, ideatrice e regista, ha accettato la sfida e i suoi Grandi discorsi l’ha allestito lì, in piazza dello spirito santo, in piena zona a traffico limitato. Il palco sono due scranni tribunalizi e due pulpiti oratoriali, disposti asimmetricamente rispetto al pubblico, sui quali si succedono, in un ordine indecifrabile, otto attori, ognuno rappresentante di un personaggio che ha fatto la storia; o che avrebbe dovuto farla: Carolina Cangini, Stefano Donzelli, Marcella Faraci, Massimo Grigò, Sena Lippi, Elena Meoni, Elena Natucci, Mariano Nieddu, snocciolati in ordine alfabetico, nei panni, senza alcuna relazione d’accoppiamento algebrico, di Emmeline Pankhurst, Virginia Woolf, Bianca Bianchi, Piero Calamandrei, Martin Luther King Jr, Harvey Milk, Paolo Borsellino e Iqbal Masih.

PISTOIA. Trovate presto il vaccino e diffondetelo alla velocità della luce. Poi, una volta immunizzato il pianeta, nell’augurio che non ne venga fuori subito un altro nuovo (ma non è da escludere), istituite l’ordine degli attori (anche se quello dei giornalisti ne suggerirebbe l’inutilità) e stabilite, in merito a parametri condivisi, chi merita di poter recitare e chi si debba accontentare di vederli, gli spettacoli. Però, al di là di quello che riuscirete a fare, de L’amore segreto di Ofelia (ve lo garantisce il pubblico pistoiese della Fortezza Santa Barbara, dove è andato in scena ieri, 22 agosto) correggetene il tiro, per carità. Shakespeare sotto le mentite spoglie di Piero Angela ai tempi della quarantena, affidato a una coppia inedita: Chiara Francini e Andrea Argentieri, ossia Ofelia e Amleto, riveduto e corretto ai tempi del coronavirus, con dialoghi tratti ed estratti dal capolavoro shakespeariano affidati alla regia e ai video di Luigi De Angelis e Chiara Lagani, prodotto da Piefrancesco Pisani – Isabella Borettini per Infinito Teatro e Estate Teatrale Veronese in collaborazione con Argot Produzioni.

PONTEDERA (PI). Non glielo abbiamo chiesto, per non essere sfrontati e irriverenti, ma abbiamo fatto male: perché questa meravigliosa e poetica novella sull’amore, la solitudine, la follia, la decrescita, la rivoluzione e su tutto quello che prima o poi dovrà per forze di cose essere rivalutato, Michele Santeramo non se l’è ballata da solo, dopo essersela suonata e cantata? Certo, sarebbe durata mezz’ora abbondante in più, la rappresentazione, la prima in un emiciclo teatrale open dopo questa tragica follia virale, in quello dell’Era, per la precisione, a Pontedera; come minimo, oltretutto, perché le pause, le sue pause, alle quali ci siamo morbosamente affezionati e che sono un carattere adorabilmente distintivo, avrebbero ingigantito la tristezza, e il lento e inesorabile trascorrere delle vicissitudini avrebbero trasformato quel povero scemo in un piccolo, grande inconsapevole eroe. Ma non sarebbe dispiaciuto a nessuno se il racconto, preceduto da un intro musicale jazid di rara gradevolezza e che ci hanno assicurato essere solo una coincidenza del server del teatro, si fosse preso anche altri lembi della notte, tra i presenti, tutti debitamente distanziati, appoggiati su comodissimi cuscinetti in attesa che le seggioline con materiale riciclato prendano il largo industriale, anche perché, se il crooner di Salvatore, anziché Arturo Muselli (se avesse studiato a fondo e lo avesse memorizzato, il testo, si sarebbe dovuto concentrare meno sul leggerlo), fosse stato lui stesso, oltre agli applausi, i presenti avrebbero dovuto impegnare le mani anche per asciugarsi il viso, inevitabilmente irrorato da lacrime indispensabili.